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La newsletter di Inclusiv3 · Apr 2, 2025

2 aprile: ve lo buco 'sto abilismo!

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Inclusiv3 · La newsletter di Inclusiv3

PER INIZIARE

Come si declina l’abilismo nei confronti delle persone autistiche e della narrazione sull’autismo? Per farsene un’idea è sufficiente googlare “2 aprile” o “Giornata mondiale per la consapevolezza sull’autismo”: la prima cosa che balza agli occhi è un tripudio di blu, pezzi di puzzle, articoli sul bisogno di inclusione che si focalizzano sulla necessità di inserimento nella vita sociale delle persone nello spettro autistico e pezzi aspirazionali su come X ce l’abbia fatta nonostante l’autismo.

Ciò che manca è la voce delle persone autistiche.

La percezione comune dell’autismo e la vita delle persone autistiche sono impregnate di abilismo: nei simboli, nel linguaggio, nei fatti e comprende ogni ambito, relazionale e non, pubblico e privato, comprese la ricerca sul tema e la narrazione sui media.

Proviamo a smontarne qualche pezzo.

I SIMBOLI

Il blu e il pezzo di puzzle non sono i simboli scelti dalla comunità autistica e dunque non sono rappresentativi. Ciononostante, ogni anno vengono riproposti da chi vorrebbe schiacciare il tema dell’autismo nel paradigma “giovane maschio prigioniero dei suoi deficit, un po’ geniale, assistito da genitori martiri e salvato da rappresentanti eroi della società allistica”.

Il resto dello spettro non esiste.

I simboli scelti dalla comunità per rappresentarsi – il rosso, il simbolo dell’oro nella tavola degli elementi, l’infinito coi colori dell’arcobaleno – non vengono considerati.

Tutto questo mentre si parla di inclusione. Un’inclusione, naturalmente, che non considera le specificità e i bisogni del funzionamento autistico, ma cerca di imporre uno standard considerato l’unico desiderabile e possibile.

IL LINGUAGGIO

Gli esempi di linguaggio abilista riferito all’autismo sono molti e si presentano su piani differenti.

Il termine autisticə viene ancora usato in modo dispregiativo, derisorio, denigratorio.

Che si tratti di insulto o di termine di paragone ostile (vedasi Crepet che scrive di “autismo emotivo” e “autismo digitale” nel commentare gravi fatti di cronaca nera o il giornalista e scrittore Andrea Di Consoli che sulla Rai, ospite a Estate in diretta del 28 agosto 2023, nel commentare la vicenda dello stupro di Palermo se ne esce con la frase “E allora arriva questo autismo di gruppo”) il linguaggio abilista esprime e restituisce una visione dell’autismo e delle persone autistiche stigmatizzante e impregnata di bias e stereotipi.

Su un altro piano, l’impostazione di gran parte degli articoli scientifici o divulgativi a tema autismo è quella di individuare un elenco di deficit, quando non di attribuire etichette qualitative di funzionamento.

Questo schema rispecchia l’impostazione del DSM-5 (Diagnostic Statistic Manual 5, 2013) dove la sezione A dei criteri diagnostici per l’autismo si compone di un elenco di deficit in ambito comunicativo e sociale. Come spiega chiaramente la fotografa e scrittrice autistica Bianca Toeps in Ma tu non sembri autistica (Erickson, 2024), si tratta di un’impostazione abilista frutto di uno sguardo allistico.

Leggere l’autismo esclusivamente attraverso lo sguardo allistico porta a tradurre automaticamente determinate caratteristiche di funzionamento come deficit, senza tenere conto della loro peculiarità intrinseca o del ruolo disabilitante della società.

A proposito di abilismo nei testi scientifici, questo paper del 2023 spiega perché vada superato e perché si possa fare senza che la ricerca ne risenta (come da talune parti viene paventato).

Sempre riguardo al linguaggio, è abilista tutta la retorica dei ragazzi speciali (maschile sovraesteso voluto), così come sono abiliste frasi imbevute di condiscendenza come “ma non sembri autisticə”, “siamo tuttə un po’ autisticə” (spoiler: no, ma siamo tuttə un po’ abilistə) o la locuzione terrificante, in pieno suprematismo neurotipico, “affettə da autismo”.

I FATTI

A parlare di autismo, anche il 2 aprile nella giornata in cui se ne celebra la consapevolezza, sono medicə o caregiver o persone che lavorano con le persone autistiche.

Non le persone autistiche.

E non perché non lo vogliano o non ne siano in grado, ma perché non vengono interpellate: da quelle stesse persone che a parole ne celebrano l’unicità e nei fatti le relegano ai margini della vita sociale o – in modo altrettanto distruttivo – si premurano di gettarcele dentro incuranti delle rispettive differenze.

L’abilismo – in questo caso il giudicarci incapaci di advocacy – limita lo spazio pubblico delle persone autistiche, ne cancella la voce più del mutismo selettivo e toglie loro agency.

Un esempio concreto: a Milano nell’autunno 2024 l’inaugurazione di una panchina blu – blu! – viene promossa su Radio Popolare con una lunga intervista a Nico Acampora, padre di un bambino autistico, fondatore di PizzAut e persona NON autistica.

Questa scelta riflette e reitera una narrazione patriarcale e abilista delle neurodivergenze e della disabilità.

E mentre ascoltiamo l’ennesimo maschio-bianco-over 50-benestante-allistico che ci spiega cose – nello specifico, cosa sia l’autismo – noi continuiamo a essere sottopostə a stili di vita e mondi non compatibili col nostro funzionamento.

L’infantilizzazione delle persone autistiche su base abilista porta alla loro invisibilizzazione e alla mancata percezione delle loro richieste.

E qui arriviamo a un altro punto. Il focus di molti interventi – scientifici o divulgativi – sull’autismo è ancora basato sull’individuazione di deficit da correggere e si sofferma, in particolare, sulla necessità di socializzazione – forzata, dato che si poggia su presupposti distorti – delle persone autistiche.

Questo approccio presenta diverse criticità.

Intanto si basa sulla convinzione errata che norma sia equivalente di normalità, un concetto nocivo che non può trovare cittadinanza in una società – come quella che auspichiamo – basata sui diritti. In secondo luogo, se ribaltassimo la prospettiva e a essere preso come norma fosse il funzionamento autistico, a essere deficitario – sempre comunque in un’ottica di suprematismo, anche se a parti inverse – sarebbe un altro funzionamento neurobiologico. Infine, quell’esortazione continua alla socializzazione delle persone autistiche tradisce un atteggiamento paternalistico, dove si dà per scontato che stile di socializzazione ed esigenze di chi è nello spettro ricalchino quelle delle persone allistiche.

Il concetto stesso di inclusione, come atto calato dall’alto in una condizione di chiusura all’ascolto, in questa prospettiva diventa abilista.

PER CONCLUDERE

Leggere le persone applicando un modello costruito sul proprio tipo di funzionamento neurobiologico e pretendere che a loro volta aderiscano a quello stesso modello cognitivo e comportamentale è violenza abilista. Il senso di inadeguatezza e l’uso del masking come coping strategy che ne conseguono causano malessere emotivo e compromettono la salute fisica e mentale delle persone autistiche.

Le parole di chi non è nello spettro e pretende di imporre il proprio sguardo, cancellando di fatto le voci delle persone autistiche, ci cadono addosso come fossero pietre.

Giorno dopo giorno queste pietre scavano solchi, voragini, nei nostri corpi e nelle nostre menti. Giorno dopo giorno, unitamente al tessuto socio-culturale nel quale cresciamo, esse possono indurre meccanismi di sopravvivenza che si traducono in abilismo interiorizzato.

Per dare voce alle persone autistiche è necessario superare una prospettiva infantilizzante, angelicante, patologizzante, medicalizzata, assistenziale, pietistica – in definitiva, abilista – dell’autismo.

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