Sono appena rientrato dal viaggio di gruppo che ho organizzato in Svizzera. Un gruppo che si era già formato l’anno scorso e che mi aveva chiesto di fare un Reunion: un sequel di un film andato molto bene. Quest’anno, però, come in tutti i sequel ho deciso di inserire un nuovo personaggio in questa avventura: mia madre.
L’ho voluta con me per diverse ragioni. Da un lato perché ritenevo che questo fosse un viaggio adatto a lei, semplice da affrontare e con un’età media dei partecipanti abbastanza vicina alla sua. Ma la ragione più profonda era un’altra: avevo paura di non poter più viaggiare con lei. Avevo paura che potesse essere una delle ultime occasioni per vivere momenti come questi insieme a mia mamma.
È una sensazione che mi accompagna da qualche anno. Da quando ho iniziato a vedere comparire i primi segni del tempo, da quando ho sentito i primi racconti di acciacchi e problemi di salute, da quando ho capito che lei non era più, almeno fisicamente, la mamma che avevo sempre conosciuto. Non parlo di un cambiamento improvviso o drammatico, ma di quelle piccole trasformazioni che arrivano lentamente: meno energia, più stanchezza, qualche rinuncia in più, non più lunghe passeggiate ma brevi e con pause sostenute.
Adesso mi accorgo che, rileggendo quello che ho scritto, sembra quasi che stia descrivendo una donna di ottantacinque anni. E invece mia madre è del 1961. Forse è proprio questo uno degli aspetti che più mi fanno arrabbiare e, allo stesso tempo, mi fanno riflettere. Secondo gli standard della sua età dovrebbe essere una donna ancora molto attiva, con una buona autonomia e una condizione fisica diversa da quella che, a volte, mi sembra di vedere. Eppure alcuni problemi sono arrivati prima di quanto mi aspettassi. O, forse, prima di quanto fossi disposto ad accettare. Negli ultimi anni mia madre ha dovuto fare i conti con importanti problemi alla schiena. Anche durante il viaggio in Svizzera questi si sono fatti sentire e in alcuni momenti ho temuto che potessero compromettere l’esperienza. Alla fine siamo riusciti a gestire la situazione e a portare a termine il viaggio senza particolari difficoltà, ma per me è stato impossibile ignorare quei segnali.
Credo che una delle ragioni che mi hanno spinto a organizzare questo viaggio sia proprio questa. Quando si è figli adulti e si vive lontani da casa, come accade a me, il tempo assume una velocità diversa. Le settimane diventano mesi, i mesi diventano anni e, senza accorgersene, si rischia di perdere la percezione dei cambiamenti che stanno vivendo i nostri genitori. Mentre io sono costantemente alla ricerca di una nuova partenza, lei è alla ricerca di una nuova pillola per stare meglio.
Li vediamo ogni tanto, magari per qualche giorno, e nella nostra mente continuano a essere le persone che sono sempre state. Poi accade qualcosa: un problema di salute, una difficoltà fisica, una rinuncia che prima non avrebbero fatto. Ed è in quel momento che ci rendiamo conto che il tempo è passato anche per loro.
Improvvisamente passiamo da bambini accuditi, ad adulti che accudiscono.
Forse il bisogno di fare questo viaggio nasceva proprio da qui: dalla consapevolezza che il tempo insieme non è infinito e che alcune esperienze non andrebbero rimandate. Perché spesso pensiamo di avere sempre un’altra occasione, un altro anno, un altro viaggio da organizzare. Ma la verità è che nessuno sa quante occasioni avrà ancora davanti a sé. E allora ho scelto di esserci adesso.
Forse è stato questo il vero significato del viaggio: regalarmi la possibilità di vivere ancora un pezzo di strada insieme a mia madre (con tutte le difficoltà del caso).
A dirla tutta, ho scelto la Svizzera non soltanto perché è un Paese vicino all’Italia, praticamente dietro l’angolo, ma anche perché offre qualcosa di molto prezioso quando si viaggia con i propri genitori: la possibilità di raggiungere luoghi straordinari senza dover affrontare sforzi fisici eccessivi. È un aspetto che spesso sottovalutiamo. Quando organizziamo un viaggio con nostra madre o nostro padre dobbiamo accettare che la loro condizione fisica non sia la nostra. E per quanto questo possa farci arrabbiare o intristire, perché dentro di noi vorremmo condividere con loro qualsiasi esperienza, la realtà è che bisogna costruire il viaggio intorno alle loro possibilità, non alle nostre. L’obiettivo non dovrebbe essere portarli ovunque, ma farli stare bene ovunque li portiamo. Per questo la Svizzera mi sembrava perfetta. Volevo regalare a mia madre due esperienze particolari. Due momenti capaci di farla sentire, almeno per qualche istante, più forte dei suoi limiti. Volevo che provasse quella sensazione quasi infantile di stupore che si prova quando ci si trova davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi. Volevo che si sentisse ai piedi del cielo e, allo stesso tempo, in cima al mondo.
La prima esperienza è stata la salita alla Jungfraujoch, la cosiddetta “Top of Europe”, a oltre 3.500 metri di altitudine. Un luogo che, solo a sentirne parlare, può intimorire chiunque. E infatti anche mia madre aveva molti dubbi. Non tanto per il viaggio in sé, quanto per l’altitudine. Soffre di pressione alta, assume pillole per tenerla sotto controllo e l’idea di salire così in alto la preoccupava parecchio. Ricordo che, quando le proposi il viaggio, mi disse quasi subito che sarebbe venuta volentieri in Svizzera ma che probabilmente avrebbe rinunciato proprio a quell’escursione. Era convinta che fosse troppo impegnativa o che potesse crearle qualche problema. Alla fine, però, ha deciso di fidarsi. È salita sul treno insieme a noi e ha affrontato quell’esperienza con un misto di timore e curiosità.
Una volta arrivati lassù, davanti a quel paesaggio immenso di ghiaccio, montagne e cielo, la fatica era praticamente scomparsa. Era rimasto soltanto lo stupore.
“Pensa se non fossi venuta” continuava a dirmi.
“Grazie per avermi portata qui, non avevo idea esistessero questi posti” mi ripeteva.
Ovviamente quella non è stata l’unica esperienza in alta quota del viaggio.
La seconda è arrivata il giorno, a Zermatt, con la salita al Gornergrat. In teoria era un’escursione meno impegnativa rispetto alla Jungfraujoch: circa 3.100 metri di altitudine, oltre quattrocento metri più in basso rispetto alla precedente. Ma, dopo aver visto come aveva affrontato la prima esperienza, ormai sapevo che non ci sarebbero stati particolari problemi. E infatti è stata una delle giornate più belle dell’intero viaggio. Quando siamo arrivati in cima e il Monte Cervino è apparso davanti a noi in tutta la sua imponenza, ho visto mia madre emozionarsi davvero.
Nemmeno io avevo visto il Cervino dal vivo e, per quanto mi fossi preparato a quell’incontro, la realtà era molto diversa dalle immagini. Ci sono montagne che sono famose e poi ci sono montagne che sembrano appartenere all’immaginario collettivo. Il Cervino è una di quelle. Lo riconosci immediatamente, anche se non l’hai mai visto prima. Per qualche minuto siamo rimasti semplicemente lì, a guardarlo.
E forse questo racconto dovrebbe finire con delle scuse. Delle scuse a mia madre.
Perché questo viaggio non è andato come pensavo.
Non è andato come pensavo perché quando l’ho invitata ero combattuto. Da una parte sentivo l’urgenza di vivere ancora esperienze come queste insieme a lei. Dall’altra avevo paura. Paura che non ce la facesse. Paura che i suoi problemi fisici rendessero tutto troppo complicato. Paura di proporle qualcosa che poi sarebbe stata costretta a rinunciare a fare. Continuavo a oscillare tra due pensieri opposti: “facciamolo adesso” e “magari lo faremo più avanti, quando starà meglio”. Ma la verità è che il futuro è una promessa che nessuno può fare. E così ho scelto l’adesso. Ma anche dopo averlo scelto, i dubbi sono rimasti.
Non è andata come pensavo perché ero convinto che il giorno prima della salita alla Jungfraujoch mi avrebbe detto che preferiva rinunciare.
Non è andata come pensavo perché credevo che sul treno ci sarebbe salita soltanto per farmi contento.
Non è andata come pensavo perché temevo che al Gornergrat si sarebbe fermata prima.
Non è andata come pensavo perché avevo paura che il ritmo del gruppo fosse troppo impegnativo.
Non è andata come pensavo perché continuavo a guardare i suoi limiti invece della sua forza.
E soprattutto non è andata come pensavo perché, senza rendermene conto, avevo iniziato a considerarla più fragile di quanto fosse davvero.
Invece lei è salita a oltre 3.500 metri.
Ha affrontato le sue paure.
Ha affrontato i suoi dolori.
Ha affrontato i suoi dubbi.
E ogni volta che io immaginavo un ostacolo, lei trovava un modo per superarlo.
Per questo oggi sento di doverle chiedere scusa.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.