Nelle grandi catene il percorso è sempre lo stesso: chilometri di crocchette per cani e gatti, file ordinate di integratori, snack, parafarmaci. Poi un angolo, spesso silenzioso, che dovrebbe chiamarsi “ornitologia” e invece somiglia a un promemoria: qualche miscela generica, gabbie tutte uguali, posatoi e mangiatoie in plastica. È il reparto che rimane quando si è finito di progettare il resto.
A volte mi fermo davanti a quegli scaffali e ho l’impressione che parlino da soli: non raccontano il presente, ma tutto ciò che è stato tolto.
La logica è chiara: dove il carrello si riempie ogni settimana, si investe; dove la rotazione è più lenta, si presidia. Ma l’ornitologia non è un “di più”: è un settore che richiede competenza e proprio per questo, genera relazioni. Quando l’assortimento è pensato da chi conosce davvero i pappagalli, nella mia esperienza succede una cosa semplice: i prodotti giusti si muovono. Arrivano clienti che chiedono per nome ciò che altrove non trovano, tornano con le foto degli allestimenti, portano un amico. Non è il colpo di coda di una nicchia: è la normalità di un pubblico che esiste ma che non vede rappresentata la propria esigenza.
Il paradosso è tutto qui. Un professionista etico sa anche non vendere: filtra, spiega, corregge abitudini e quando può scegliere l’assortimento, orienta il reparto. Nella grande distribuzione la competenza spesso si perde dentro le logiche del mercato: l’assortimento è standardizzato, le correzioni ridotte al minimo, le scelte individuali quasi assenti. Non è una colpa di qualcuno in particolare: è il funzionamento stesso di un modello che privilegia la rotazione e il margine. Così il ruolo finisce per appiattirsi, e al banco resta la funzione più semplice: far scorrere la merce disponibile.
Qui si innesta un secondo equivoco, più culturale che commerciale. Il pappagallo viene spesso percepito come animale di serie B perché lo si immagina semplice: “un sacchetto di semi e via”. È una scorciatoia rassicurante che costa poco a tutti: al cliente, che crede di fare abbastanza; all’azienda, che evita di ampliare lo scaffale; al mercato, che si auto-conferma che “non conviene”.
Eppure, i numeri raccontano un’altra storia. In Italia gli uccelli da compagnia non sono affatto marginali: secondo i report di settore più recenti se ne contano circa 13 milioni, all’interno di un totale di oltre 60 milioni di animali presenti nelle famiglie, e il comparto pet ha raggiunto un valore di oltre 6 miliardi di euro l’anno. Non parliamo dunque di una presenza trascurabile, ma di un segmento consistente che continua a essere ignorato.
Ma la semplicità è solo apparente. Un pappagallo vive decenni, ha bisogni etologici precisi, richiede scelte informate. Ogni volta che un reparto o un mercato si limita al minimo sindacale, quella complessità viene negata—e insieme a lei l’opportunità economica che potrebbe nascere da un servizio migliore.
Non sto dicendo che l’ornitologia debba sostituire cani e gatti nel core business, sarebbe impossibile. Dico che, laddove è stata curata da chi se ne assume la responsabilità, ha dimostrato di poter stare in piedi da sola: meno quantità, più valore; meno impulso, più consulenza; meno “presidio di scaffale”, più relazione.
È un’economia diversa, fondata sulla fiducia e sul passaparola. Richiede tempo, formazione, continuità. Ma restituisce qualcosa che la promozione a fine mese non compra: clienti che tornano perché si fidano. Succede in ogni reparto, dai cani ai gatti fino ai pappagalli, ma in quest’ultimo caso la fiducia pesa di più: senza, lo scaffale resta fermo.
Alla fine rimane una domanda che non consola nessuno. Se gli scaffali dell’ornitologia sono vuoti, è perché le aziende non credono nel settore—o perché troppi proprietari si accontentano del sacchetto di semi, confermando che non vale la pena crederci?
Forse la risposta è in mezzo. Le aziende seguono la domanda, e la domanda è spesso appiattita da una cultura povera: se il cliente non chiede di più, il reparto non crescerà mai. Allo stesso tempo, se le aziende non mostrano fiducia, il pubblico non imparerà a chiedere. È un circolo vizioso che dura da anni e che rende l’ornitologia il simbolo perfetto di un’occasione persa.
Un fatto però l’ho visto con i miei occhi: quando la competenza guida, il reparto può reggere. Non è piccolo per natura, lo è diventato perché nel tempo lo abbiamo rimpicciolito noi—aziende, clienti, società intera.
E io, che quegli scaffali li ho visti svuotarsi negli anni, non riesco a non pensare a quanto diverso sarebbe oggi il mercato se qualcuno avesse deciso di credere davvero nei pappagalli. Io ci credo ancora, ed è per questo che scrivo qui su Substack e sul mio blog Il Trespolo: perché sono convinto che ci sia ancora spazio per cambiare.

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