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Fabrizio Colarieti · Jul 29, 2026

Il nemico utile: Pavel Durov

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Fabrizio Colarieti · Fabrizio Colarieti

La Russia ha emesso un mandato di cattura internazionale per Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram. L’accusa, formulata dall’Fsb, il servizio di sicurezza interno della Federazione Russa, è “complicità nel terrorismo”: la piattaforma non avrebbe rimosso canali, chat e bot usati — sempre secondo Mosca — dai servizi ucraini per coordinare sabotaggi e attentati sul territorio russo.

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Gli investigatori citano un dettaglio specifico: un servizio di incontri online, Leonardo Dayvinchik, attraverso cui agenti ucraini, fingendosi donne, avrebbero convinto giovani russi a compiere atti di sabotaggio. Dal 2025 sarebbero stati arrestati 46 cittadini russi tra i 12 e i 22 anni, in 16 regioni diverse.

Durov, 41 anni, nato a Leningrado, ha passaporto francese ed emiratino e vive in Francia. Ed è qui che il mandato russo diventa, più che una minaccia, un paradosso. Perché il fondatore di Telegram in Francia non è un uomo libero da problemi giudiziari: dall’agosto 2024, quando fu fermato all’aeroporto di Le Bourget, è indagato dalla magistratura francese per la presunta complicità della sua piattaforma in reati che vanno dalla pedopornografia al narcotraffico. Un’inchiesta aperta, pendente, che lo costringe a comparire periodicamente davanti ai giudici parigini.

Ora arriva Mosca a chiedere la sua testa per il motivo opposto: non per eccesso di permissivismo verso il crimine, ma per aver ospitato, non rimuovendoli, i canali giusti, quelli ucraini. Ma il mandato russo è, nei fatti, ineseguibile: la Francia non estrada i propri cittadini, e Durov quella cittadinanza ce l’ha. Allora la domanda utile non è se Durov verrà arrestato — perché non accadrà — ma a chi serve dire che lo si vuole arrestare.

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Una prima risposta riguarda la politica interna russa. Un servizio segreto che ammette di aver dovuto arrestare decine di adolescenti reclutati tramite un’app di incontri sta anche confessando un buco nella prevenzione. Scaricare la colpa su un oligarca in fuga da dieci anni — Durov lasciò la Russia nel 2014, dopo essere stato estromesso da Vkontakte per essersi rifiutato di consegnare all’Fsb i dati degli utenti ucraini di Euromaidan — è più comodo che ammettere che il reclutamento avviene, semplicemente, perché funziona.

Ma c’è una seconda risposta, meno raccontata: Pavel Durov è oggi l’unico uomo che due Stati concorrenti — Francia e Russia — hanno interesse a mantenere sotto processo, mai né assolto né condannato. Per Parigi, un’inchiesta aperta è leva su una piattaforma che nessun governo occidentale è riuscito a regolare davvero. Per Mosca, un mandato mai eseguibile è propaganda a costo zero, utile a dipingere Telegram come strumento nemico proprio mentre resta — non a caso — l’app più usata dai soldati russi al fronte e dai canali di propaganda del Cremlino stesso.

Telegram, insomma, è troppo comodo perché qualcuno lo chiuda davvero, e Durov è troppo utile — come capro espiatorio, come leva giudiziaria — perché qualcuno lo lasci davvero libero di scegliere da che parte stare.

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