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Nemesi · Aug 11, 2026

#46 E' morto Vaneigem

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GOG Edizioni · Nemesi

Questa è Nemesi, Anno III Settimana XXXIINemesi è la newsletter settimanale del Nemico. Su Nemesi troverete, in esclusiva e in anteprima, tutti gli articoli della settimana della rivista Il Nemico. Gli articoli sono in fondo alla pagina, dopo l’introduzione.

Apprendiamo della morte di Raoul Vaneigem, uno dei punti di riferimento del pensiero critico-politico del secolo scorso. Belga di nascita (Lessines, 1934), dopo aver studiato filologia romanza all’Università Libera di Bruxelles dal 1952 al 1956, partecipa all’Internazionale situazionista dal 1961 al 1970. Insieme a Guy Debord è stato uno dei principali teorici del movimento. Sebbene l’autore della Società dello spettacolo fosse il pensatore più noto alle cronache, benché il più ombroso, sono gli slogan di Vaneigem quelli che si rintracciano sui muri di Parigi durante le rivolte del maggio 1968. Qualche anno dopo, in polemica con Debord, scrive una lettera aperta ai compagni in cui riporta i fallimenti del gruppo e le sue delusioni personali, lasciando così il movimento situazionista per dedicarsi alla scrittura e alla costruzione di un ordine sociale libero e autogestito. Ne consigliamo gli scritti a chiunque voglia lasciarsi sorprendere, nella lettura, dai propri pregiudizi, dal proprio conformismo e dal vibrante desiderio di rivoluzione, soppresso dell'abitudine quotidiana e dalla paura, che abita in ognuno di noi. Li sconsigliamo invece a chiunque voglia uscire più rassicurato da una lettura. Con GOG qualche anno fa avevamo curato un'edizione del suo testo più conosciuto, La rivoluzione della vita quotidiana, disponibile qui. I testi sono privi di copyright, per volontà dell'autore, e facilmente reperibili anche online. Dedicandogli questa newsletter, ve ne proponiamo uno:

l centro dei piaceri mercantili non c’è che l’impossibilità di godere. Con la coscienza della sua crescente astenia, la vita contempla la storia del suo disseccamento e si scopre all’incrocio di una scelta immediata: o la consolazione della morte, o il rovesciamento globale del mondo alla rovescia. E’ finito il tempo di quando la consolazione sosteneva l’illusione del mondo, quando la corsa allo sterminio si dava l’alibi del bene pubblico e della felicità.

Quando considero con quale perseveranza la razza umana ha messo in opera per annientarsi così notevoli mezzi, come le guerre, la schiavitù, la tortura, il disprezzo, i massacri, le epidemie, i soldi, il potere, il lavoro, quello che non è ancora morto oggi mi appare come il fremito dell’irriducibile. Su quest’ultimo sprazzo di vita, che niente più riesce a dissimulare e che tutto può estinguere, voglio fondare una società radicalmente nuova. Non c’è mistica della vita, non c’è mistica che in sua assenza. Non ci sono ragioni per la vita, ma solo la ragione dell’imperialismo mercantile che la circonda e che ne precisa a ogni incontro il carattere irriducibile. La parola «vita» perde in effetti, la sua ambiguità quando traspare la struttura mercantile dei presunti rapporti umani. La sua realtà non si accorda con questi amori, dai quali acquistate la libertà al dettaglio, e che vanno in fabbrica come andavano ieri al bordello, al peccato, al convento, alla famiglia. Essa non si nutre di questi desideri che il rilancio concorrenziale rode fino all’osso della produttività e del rendimento. Non si lascia ridurre a non so quale spasmo della vagina, del fallo, dell’ano, dello stomaco, della cervice o della clitoride. Non ha niente a che vedere con una economia sessuale, gastronomica, politica, sociale, intellettuale, linguistica o rivoluzionaria, perché essa sfugge a ogni regola di produzione. Non rimpiazza i vecchi divieti con la necessità di trasgredirli. Non ha scopo, né finalità. Essa è ciò che sfugge all’economia e la distrugge della sua gratuità. Con la sua intrusione nella storia, con lo scaturire alla confluenza di una società moribonda e di una autonomia nascente negli individui, la vita è nella sua stessa estraneità, una realtà nuova. Che importa se la sua scoperta la espone alla fragilità, ai vagabondaggi della coscienza individuale, alla scelta lacerata dalle confusioni delle sue apatie e dei suoi rifiuti. I brancolamenti dell’emancipazione portano in sé meraviglie che la civiltà mercantile non ha mai sognato fra terra e cielo.

In questo numero:

di Alberto Negri

Estratti dal libro di Alberto Negri,
Bazar Mediterraneo (GOG Edizioni)

I pensieri di morte sono i pensieri del mondo dominante. Più la vita deperisce e più il mercato, puntando sulla penuria dei godimenti, moltiplica l’offerta dei piaceri della sopravvivenza, la cui vendita e acquisto si rovesciano subito in costrizione e lavoro. E neanche il loro rifiuto fa a meno di rientrare di rientrare nella bilancia dei pagamenti. Con quale faccia denunciate la classe burocratico-borghese, i mangiatori di carogne della conquista mercantile, l’apparato funebre di una società che si distrugge nella corsa al profitto e al potere! Riconoscete almeno, a questi signori, la sincerità del loro deperimento. Essi si eccitano al prezzo delle cose, accettano la loro miseria come una fatalità del denaro, rivendicano la loro bassezza, il loro odio per quello che vive, la loro giustizia, la loro polizia, la loro libertà di uccidere, la loro civilizzazione.

Ma voi che vi pensate del campo opposto, voi che puntate sulla sconfitta della merce, sulla fine dello Stato, sull’avvento di una società senza classi, voi che intonate, fra un boccone e l’altro, i canti di vendetta nei quali si sente già il rumore degli stivali, in cosa sareste diversi dai vostri nemici, in cosa fareste sentire meno il puzzo della morte? Non raccontatemi che state esultando in anticipo degli ultimi giorni del vecchio mondo. Attendere con pazienza o con impazienza l’ultimo sussulto di una società che ci ghermisce e ci trascina nel turbine della sua agonia, è un passatempo da cadaveri. Vi siete tanto promessi la festa di cui morite dalla voglia, che non vi resta che la voglia di morire. Passate a profetizzare l’apocalisse nello stesso tempo che un burocrate impiega a programmare le sue future promozioni. Come lui, il mercato della noia è riuscito a interessarvi. Disprezzatori e laudatori del vecchio mondo, le vostre parole variano, ma l’aria resta la stessa. Le vostre chiese politiche, le vostre riunioni di famiglia, i vostri tavoli d’osteria, risuonano di un unico coro, eroico e imbecille, l’inno dei suicidi.

Il campo della rivoluzione ufficiale è la corte dei miracoli della burocrazia. I Teologi della Grande Sera vi separano sottilmente il territorio degli angeli e dei demoni, gli sciancati dell’insurrezione a venire sciolgono la matassa delle linee da seguire, i puritani finalmente decisi ad approfittare della vita, poiché non ci sono che i piaceri che costano, si frequentano con i procuratori inchinandosi alle virtù della trasgressione, predicando i doveri del rifiuto, assegnando etichette di radicalità e denunciando la miseria dell’ambiente. Ai giudici replicano gli avvocati del quotidiano e, il disprezzo si aggiunge al disprezzo, mentre sale da queste comuni assemblee un odore che assomiglia a quello dei comitati centrali, degli stati maggiori e dei servizi di polizia. Da qui escono i rassegnati gloriosi della miseria e i falliti dell’alba terrorista. Perché il colpo di dadi col quale si rischia la pelle pagandosi quella di un magistrato o di qualche altro che dà fastidio non è che il segno premonitore della grande svalutazione finale quando la morte sarà per niente. La più miserabile delle sopravvivenze trae dalla falsa gratuità del niente e dal suo semplice spettacolo un aumento inatteso del suo prezzo. Tutte le morti sono pagate in anticipo al tasso di usura.

In questo numero:

di David Barra e Nicola Ventura

Estratti dal libro di David Barra e Nicola Ventura,
Maledetti ‘70 (GOG Edizioni)

Nessuno rovescerà il mondo alla rovescia con la parte d’inversione che si porta dentro. Abbiamo troppo combattuto l’economia con un comportamento economicista dove il rifiuto ci serviva da alibi. Non si lotta coscientemente la proletarizzazione, proletarizzandosi inconsciamente. I progressi dell’intellettualità, inerenti all’avanzata della merce, impegnano volentieri ciascuno a proiettare sulla critica del vecchio mondo la lucidità che egli trascura di applicare al proprio destino individuale. Tale è l’ironia del mondo alla rovescia che i migliori cani da guardia della teoria rivoluzionaria diventano, senza cessare di abbaiare sullo stesso tono, i migliori cani da guardia del Potere. Siamo vissuti nel divenire della merce, in una dialettica della morte che non è altro che la storia dell’economia che si nutre di materia umana, la storia di un impero che cresce e deperisce simultaneamente, nella misura in cui gli uomini che ne producono e ne subiscono il potere si riducono poco a poco a puro valore di scambio.

In questo numero:

di Alessandro Gori “Lo Sgargabonzi”

Estratti dal libro di Stefano Frosini,
Pictures from Italian Profiles (GOG Edizioni)

Eccoci, allo stadio del suo estremo e ultimo sviluppo, prendere posto sui gradini per assistere alla sua fine, ma condannati a morire con esso, perlomeno se restiamo intrappolati dal riflesso mercantile, se lasciamo scappare la possibilità, oggi evidente, di fondare una dialettica della vita, una evoluzione dove l’umano sfugge totalmente all’economia. La morte tira così di netto le linee di prospettiva del potere che il sentimento di una prospettiva radicalmente altra comincia ad appassionare chiunque non abbia rinunciato a vivere. Essa parte da individui particolari, dalla irriducibile soggettività, da questo vissuto sul quale s’infrangono l’incitamento al lavoro e alla sottomissione. Da queste fisse e ridicole pedine che noi siamo in punti diversi sulla scacchiera del potere e del profitto, la vita emerge a colpi. Qui si radica il rovesciamento del mondo all’incontrario: la creazione di una società fondata sul godimento individuale e la distruzione di ciò che lo impedisce. Qui si abbozza il regno della gratuità con l’annientamento della merce, nel nostro presente immediato. Esso non appartiene alle fantasie della creatura oppressa. Non annuncia nessuna età dell’oro, né alcun paradiso perduto. E’ un mondo in divenire, dove ogni elemento è presto o tardi il suo contrario, muore e rinasce. Ma questo divenire non vuole avere niente in comune con la civiltà della merce. Che una volta per tutte sia chiaro come gli esseri e le cose non si trasformano, allo stesso modo, in una società che riduce la vita a una produzione di cose morte, e in una società dove la storia è l’emanazione della volontà di vivere individuale.

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di Alberto Negri

Conosci Beirut? Mi dicevano i giornalisti più anziani con un sorriso intrigante, quasi malizioso, quando muovevo i primi passi in Medio Oriente. All’inizio degli anni Ottanta era già devastata dalla guerra civile, divisa dalla Linea Verde, oscurata dal fumo delle esplosioni e dagli incendi, il cielo di notte era costantemente attraversato dai traccianti dell’artiglieria. Nei notiziari andava sempre in prima pagina e dal 1975 aveva sostituito Saigon e il Vietnam caduti in mano ai vietcong. Bisognava sostituire i nomi dei generali asiatici con quelli di altri signori della guerra, cristiani maroniti, drusi, sciiti, sunniti, alauiti, palestinesi, che oggi, cinquant’anni dopo, ci sembrano familiari: un mondo nuovo ma antico stava entrando nelle nostre vite e non ci avrebbe più lasciato.

Beirut era la porta d’ingresso di un universo che ci aspettava da secoli, che poi nel Novecento abbiamo violentato con guerre e spartizioni, di cui molti forse vorrebbero dimenticarsi. Ed è ancora lì, nel terzo millennio, che ci attende, con un’altra guerra o con l’ennesimo rivolgimento.

Quasi tutti avevano un’amante a Beirut e tutti comunque, senza eccezioni, si erano fidanzati con la città stessa, da cui non potevano stare troppo lontani. L’infatuazione per Beirut affiorava scandalosamente nelle loro corrispondenze. Gli inviati di giornali e tv ci passavano sei, sette mesi di fila – allora i reportage duravano un’eternità – e di alcuni di loro conoscevo soltanto la voce al telefono o leggevo, oltre agli articoli, i messaggi sulla telescrivente. E quando tornavano raccontavano soltanto di lei, della città, ascoltavano le mie domande quasi con sufficienza, impazienti di tornare tra le braccia di Beirut. Anche i più anziani ed esperti ne erano perdutamente innamorati.

Tu, giovanotto, non potevi capire se non il giorno in cui ci saresti arrivato. E anche tu, mi avvertivano, saresti caduto ai suoi piedi. E quando avvenne davvero mi sembrava di conoscerla benissimo, e i suoi contorni – tante erano le descrizioni lette e sentite – mi parevano noti e scontati. Ovviamente era un tremendo inganno.

Ancora oggi, che pure la città cambia continuamente e si stravolge tra guerre, esplosioni e nuove colate di cemento, sento dentro i loro racconti, cerco alberghi e bar che non ci sono più se non nelle confidenze che mi avevano affidato: mi fermo ad angoli di strada scomparsi e scorro sull’agenda numeri di telefono che non risponderanno mai più. È come se mi avessero lasciato l’incarico di ricostruire con discrezione quello che avevano visto, sentito, provato, un bagaglio di emozioni e di storie che avrei dovuto custodire e maneggiare con cura. Beirut è anche una città di fantasmi e di lapidi funerarie.

Eppure quando ci arrivarono durante la guerra civile pure loro vivevano già di nostalgia, dei racconti di un’età dell’oro perduta che aveva raggiunto il suo apogeo alla vigilia di un conflitto interminabile che tra la primavera del 1975 e l’autunno del 1990 stritolò migliaia di vite e quasi la rase al suolo. In quell’epoca scintillante, continuamente rimpianta, il Libano era chiamato la “Svizzera del Medio Oriente”, un appellativo che oggi ci sembra paradossale, con le banche chiuse, la lira libanese in caduta libera e il Paese precipitato nel marasma di una crisi profonda. Il caos mediterraneo non ha mai fine.

Ma allora, durante la guerra, qualcuno della legione straniera dei giornalisti, aggirandosi tra le macerie, si era persino comprato una delle non tante abitazioni rimaste in piedi sulla Corniche e nelle vie laterali, oppure una rovina attraente, magari perforata dalle granate, da rimettere a posto, quando – un giorno – tutto sarebbe finito e loro sarebbero andati in pensione. L’idea era che, se fossero sopravvissuti a bombe e rapimenti, Beirut li avrebbe visti invecchiare sotto il suo sguardo complice e benevolo. Tutti riponevano una fiducia smisurata nella sua capacità di risollevarsi, una fede incrollabile, quasi una religione più forte di tutto il ventaglio di sette cristiane, musulmane ed eretiche, che affollano la cosmogonia libanese, continuamente ricordata dalle immagini sacre di santi musulmani o cristiani e nella sfilata dei cartelloni con i volti, assai meno rassicuranti, di capi politici e militari. Manovratori delle milizie, assassini e saccheggiatori senza distinzione di credo religioso, che nelle foto erano quasi sempre ritratti sorridenti e beffardi. Ed erano e sono ancora tanti, non come a Damasco e Baghdad dove dittatori come Hafez Assad e Saddam Hussein dominavano in solitudine da decenni ogni angolo dei loro Paesi. A Beirut si aveva la sensazione di un insano e sanguinoso pluralismo. Bastava controllare queste effigi e le scritte rivelatrici sui muri per capire in quale quartiere stavi arrivando.

Si cullavano tutti, ed è comprensibile sognare, nell’eterna e disattesa promessa della pace. Effettivamente un giorno la guerra finì. Per riprendere però mille altre volte ancora, tra attentati, scontri, migrazioni forzate, la “primavera” del 2005, i raid israeliani del 2006 e gli effetti devastanti anche in Libano della guerra civile siriana cominciata nel marzo del 2011 e mai terminata. A un certo punto erano un milione i profughi siriani radunati nei campi, che si aggiungevano a 500mila storici rifugiati palestinesi, quando Beirut era diventata la “capitale” dell’OLP di Yasser Arafat. Questa è anche una città di esiliati che riceve tutti.

Ma Beirut risorge sempre, almeno nei cuori di chi ama questo microcosmo arabo, esotico ma anche familiare. Non ho mai visto un amore così incondizionato, duraturo e resistente a qualunque scossone. Anche i suoi tradimenti, persino quelli più evidenti e incontestabili, venivano accettati, perdonati, giudicati fatali, ineluttabili, quasi doverosi. E il suo dolore diventava il tuo dolore. Beirut insomma non è una città, è una persona.

Arrivando da Damasco, per scendere dai contrafforti del Monte Libano, Beirut appare come un magnifico ma ingannevole trampolino di lancio verso il mare aperto che fa immaginare una dolce vita seducente. Guardando la città da sopra ti appare assai più bella di quello che è, perché la lontananza schiaccia nella prospettiva grattacieli sgraziati, quartieri affastellati come formicai umani, e non sei costretto a immergerti nella nuvola rosata dell’anidride carbonica e fare lo slalom tra i sacchi di spazzatura.

Beirut si prepara ad accoglierti tornando dalla Siria dove le macerie di un decennio di guerra hanno oscurato persino l’orizzonte. Ti senti in salvo mentre lei, seducente, sta per aprire le braccia e ti sorride adagiata tra il promontorio, le falesie di Raouché e la Roccia dei Piccioni a strapiombo sul mare. Ma questo è l’ennesimo inganno e ti troverà impreparato: lei sta per gettare via una delle sue tante maschere, quella che rivela il volto della tragedia sempre in agguato.

Come è avvenuto il 4 agosto del 2020, quando poco dopo le sei del pomeriggio un’esplosione terrificante sventra il porto e sbriciola una parte della città. Si conteranno 200 morti, 7mila feriti, mentre vengono colpite centinaia di case e 640 edifici storici. A causarla sono state 3mila tonnellate di nitrato di ammonio, materiale sequestrato nel 2013. Era stato trasportato dalla nave Rhosus, partita dalla Georgia e diretta in Mozambico, un carico destinato a un’azienda che si occupa di esplosivi industriali. Ma l’armatore della Rhosus non aveva abbastanza soldi per pagare il passaggio attraverso il canale di Suez e la nave fu costretta a fermarsi a Beirut. Fu sequestrata perché anche lì non pagava le spese per la sosta. L’agenzia doganale libanese aveva avvertito ripetutamente del pericolo legato al carico, ma nessuno fece niente, se non spostarlo in un magazzino. Chi sono i responsabili? Più che un complotto politico o terroristico, sono stati la negligenza, i favoritismi, i traffici sottobanco, gli abusi di potere, tutte queste cose insieme. I politici proclamarono subito di voler trovare a tutti i costi i “responsabili”, ma che mi ricordi a Beirut non si è mai trovato il responsabile di nulla.

Il porto di Beirut dopo l’esplosione del 2020

È l’estate della pandemia ma l’esplosione al porto tra morti e feriti fa più vittime del Covid-19. Sotto il rullo compressore di una storia che non gli ha mai lasciato tregua, i beirutini, da quando sono venuti al mondo in un Paese dalle infinite promesse e miserie, hanno sempre imparato a rialzare la testa, a rimettersi in piedi, a ricostruire quello che è stato distrutto, a curare i feriti, a seppellire i morti, e a riprendere la vita da dove si era fermata. Ma questa volta il colpo sembrava fatale. Prevalevano la rabbia e lo scoramento.

Tra le vittime c’è l’anima stessa della città, la donna che ne rappresentava la memoria storica. Per le ferite riportate nell’esplosione muore il 30 agosto a novantotto anni anche la vera signora di Beirut, la guardiana del patrimonio della città, Ivonne Sursock, figlia unica di Alfred Bey Sursock e di Maria Teresa Serra di Cassano, conosciuta da tutti come Lady Cochrane.

Minuta, elegante, fascinosa, Lady Cochrane era una militante della prima ora per la conservazione della città, e già nel 1960 aveva fondato l’Associazione per la Protezione dei Siti Storici di cui era stata presidente insieme al Museo Sursock fino agli anni Duemila. La residenza di Lady Cochrane nella storica via Sursock nel quartiere di Achrafieh, uno dei gioielli architettonici della città, è stata investita dalla devastazione e lei era rimasta sotto i calcinacci. Anche il vicino museo di arte moderna e contemporanea, costruito in uno straordinario e solenne stile italo-libanese, è stato gravemente danneggiato: aveva riaperto nel 2015 e intorno si era creato un quartiere con 150 artisti che in gran parte hanno perso il loro studio.

Con le unghie e con i denti la Lady aveva difeso la città e il suo palazzo anche durante la guerra civile. Un giorno aveva ricevuto anche un piccolo gruppo di giornalisti italiani. Era nata napoletana e la cugina Isabelle, diventata principessa Colonna, fu dominatrice dei salotti romani, ampiamente citata da Malaparte in Kaputt per la sua amicizia con Galeazzo Ciano. La dimora di Lady Cochrane a Beirut era suntuosa e spettacolare. Tra archi alla veneziana e fontane si passava nelle sale, arredate con splendidi mobili di legno pregiato. C’erano opere di Reni, Luca Giordano, Artemisia Gentileschi, Guardi, una sorta di passeggiata nel Rinascimento. Ma su una parete spiccava uno spazio vuoto. Anni dopo lessi da qualche parte che l’originale era stato sostituito da una copia. «Per restaurare il palazzo abbiamo dovuto vendere il Guercino al Metropolitan Museum, le milizie continuavano a bombardare il palazzo e noi non avevano più denaro per ripararlo, non riuscivamo neppure più a pagare i custodi». Dopo la guerra civile degli anni Ottanta stava cominciando con gru ed enormi cantieri la ricostruzione del centro di Beirut della società Solidere, con i soldi sauditi e la gestione di Rafic Hariri, e lei temeva che avrebbero stravolto di nuovo la città, come in effetti avvenne. Oggi il suo palazzo è sovrastato dai grattacieli e non si vede più, come una volta, l’orizzonte del mare: visto dall’alto di questi giganti di vetro e acciaio, villa Sursock appare un leggiadro edificio miracolosamente sopravvissuto, l’ultimo della sua epoca, come del resto Lady Cochrane.

Lady Cochrane

«Un tempo – diceva – Beirut aveva ampi giardini ottomani a disposizione di tutti, ricchi e poveri, spazi comuni con le fontane dove rinfrescarsi, quello dovrebbe essere l’ideale di città cui dovremmo rifarci e non una versione mediorientale di Hong Kong o imitare Dubai. L’architettura che ha brutalizzato Beirut con la speculazione a cominciare dagli anni Sessanta è stata anche in parte responsabile della brutalizzazione della città». Non aveva torto.

La storia della sua famiglia cristiana ortodossa era anche quella Beirut ottomana che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, prima per le riforme a Istanbul del Tanzimat e poi per la “Nahda” (la rinascita araba), si era aperta all’Europa e all’orizzonte del mondo. «Quella dei Sursock fu la più grande scalata sociale del secolo», sosteneva la storica Leila Fawaz, direttrice del Fares Center for Eastern Mediterranean Studies.

Legata fin dagli anni Trenta allo sviluppo di Beirut, la famiglia Sursock era giunta ai vertici sociali verso metà del secolo grazie alle protezioni consolari e ai rapporti di affari con la famiglia del kedivé d’Egitto. Questo successo aveva aperto ad Alfred Sursock i circoli del potere ottomano e i milieu dell’alta società europea. Nominato ambasciatore ottomano a Parigi nel 1905, era introdotto negli ambienti più ricchi d’Europa. Si sposò così con Maria Serra di Cassano presto conosciuta a Beirut come “Donna Maria”. L’unica figlia di Alfred Yvonne diventerà poi moglie del baronetto irlandese Cochrane, e altri suoi cugini si imparenteranno sia con i Cassano che con i Colonna.

In tutto questo andare e venire in un gotha di bei nomi, ricchezze, diplomazia e chiacchiere, tra Roma, Parigi, Beirut, Alessandria e Istanbul, i Sursock avrebbero potuto cambiare la storia della regione. Avvenne, ma non nel senso che gli arabi avrebbero desiderato. Nel 1870 la famiglia acquistò dal governo ottomano per circa 20mila sterline quella che è l’attuale piana di Esdraelon, un’ampia e fertile vallata oggi posta nella regione della bassa Galilea in Israele, che permetteva all’epoca di controllare l’antica strada costiera romana, la Via Maris. Insomma, una posizione strategica per collegare Beirut fino a Gaza e all’Egitto. Ma tra il 1912 e il 1925 i Sursock – allora sotto il Mandato francese della Siria e del Libano – vendettero per 750mila sterline i loro 320 km² di terra all’American Zion Commonwealth e al Fondo Nazionale Ebraico, che l’acquistarono con l’intenzione di favorire l’insediamento dei coloni ebrei. L’affare, in cui furono esercitate grandi pressioni internazionali, coinvolse i Rothschild e la massoneria del Grande Oriente di Parigi. Fu anche così, oltre che con le armi e gli accordi anglo-americani di Sykes-Picot del 1916, che la Palestina cominciò a trasformarsi.

Ne scrisse nella sua storia di Beirut Samir Kassir, il giornalista assassinato con una bomba piazzata nella sua Alfa Romeo vicino a Palazzo Sursock, il 2 giugno 2005. Oggi nei giardini della villa viene assegnato un premio a lui intitolato che lo ricorda insieme al monumento di bronzo di fronte alla sede del suo giornale, «An-Nahar», da qualche tempo piombato in crisi come tutta la stampa libanese.

Il quotidiano era stato lanciato da Gibran Tueni nel 1933, ne sono stati editori e direttori il figlio Ghassan Tueni, e poi il nipote Gibran che venne ucciso pochi mesi dopo Kassir, il 12 dicembre 2005, anche lui con un’autobomba. Kassir e Gibran dopo l’assassinio del premier Rafic Hariri nel febbraio 2005 erano stati protagonisti della Rivoluzione dei Cedri a Beirut e dell’ondata di proteste che avevano portato al ritiro delle truppe siriane nell’aprile del 2005. Non è difficile capire a chi dessero fastidio. Fare il giornalista in Libano è rischioso: negli ultimi cent’anni ne sono stati uccisi una trentina, sedici dagli ottomani quando nel 1916 fecero fuori i nazionalisti arabi in Piazza dei Martiri, che oggi rappresenta il cuore di Beirut.

Dopo l’assassinio di Gibran, il padre Ghassan, ottantenne, tornò alla testa del giornale «An-Nahar»: la prima volta lo aveva diretto, nel 1948, quando lo aveva ereditato dal padre, a ventidue anni. Lo andavamo a trovare con la discrezione con cui si va a visitare un monumento vivente di questo mestiere ma anche un uomo distrutto dal dolore che trovava ancora la forza, il coraggio e la lucidità di non abbandonare il fronte del giornalismo. E all’epoca dell’uccisione di Gibran aveva già perso due figli e la moglie, l’amatissima poetessa Nadia Hamadeh. In uno dei suoi poemi sul Libano Nadia aveva scritto: «Appartengo a un paese che commette suicidio ogni giorno, mentre viene assassinato». Ghassan Tueni, cristiano ortodosso, era stato Ministro, ambasciatore del Libano all’ONU e quando rischiò di andare in carcere per aver esercitato il suo diritto alla libertà di stampa, Seyed Musa Sadr, l’ayatollah sciita, per festeggiare lo scampato pericolo diede un pranzo in suo onore. Poco tempo dopo Sadr scomparve misteriosamente in Libia, nell’agosto del 1978, inghiottito dal regime di Gheddafi.

Quello stesso anno Ghassan Tueni tenne un famoso discorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, in cui al culmine dell’emozione gridò: «Lasciate vivere il mio popolo!», chiedendo il ritiro delle forze israeliane che avevano invaso il Libano. Una volta gli chiesi, visto che era stato politico e giornalista, cosa avrebbe fatto se avesse dovuto scegliere tra le due carriere: «Il giornalista, non c’è dubbio». E aggiunse: «L’informazione è il vero strumento per la liberazione dei popoli, l’autodeterminazione e la democrazia». Qualcuno ritiene Ghassan Tueni il padre delle Primavere arabe che arriveranno nel 2011, un anno prima della sua morte a ottantasei anni.

Ghassan Tueni

L’anno dopo il colloquio con Tueni e l’assassinio del figlio Gibran, cominciava nel 2006 in Libano un’altra guerra: Israele bombardava gli Hezbollah e insieme sgretolava ponti, strade, viadotti e il quartiere sciita di Beirut. Decisi di partire per il Libano. L’aeroporto di Beirut era chiuso, quindi presi un volo per Aleppo e attraversai il confine in auto. Aleppo era accogliente e piena di vita, andai alla cittadella, la Qalah, passai sotto gli archi e le volte del bazar e visitai dei laboratori dove si fabbricavano pezzi di auto d’epoca per poi esportarli in Europa: cerchioni e raggi di vecchie MG, capote dell’Alfa Romeo Duetto, tubi di scappamento delle Jaguar. La Siria di Bashar Assad appariva tranquilla, quasi rilassata. Dall’altra parte in Libano si combatteva e qui, a 60 chilometri, si respirava un’aria apparente di serena operosità, ma il regime siriano era assai preoccupato dei raid israeliani sugli alleati Hezbollah libanesi, una componente fondamentale della Mezzaluna sciita con Iran e Iraq. Hafez Assad, il padre di Bashar, nel 1979 era stato l’unico leader arabo a schierarsi con la rivoluzione iraniana dell’Imam Khomeini che aveva abbattuto lo Shah.

Ad Aleppo circolava la lira turca perché allora Bashar Assad (che dal padre Hafez aveva ereditato nel 2000 la presidenza) ed Erdogan erano in buoni rapporti e avevano aperto le frontiere a merci e persone: le fabbriche siriane lavoravano per il distretto tessile turco di Gaziantep. C’era un certo benessere. Un mondo che di lì a poco sarebbe stato distrutto. Il 9 agosto del 2012, un anno dopo la rivolta contro Bashar Assad, la città era già sgretolata dai combattimenti tra i ribelli e le truppe lealiste, la moschea degli Omayyadi sventrata. Quel giorno salii sulla Qalah e raccolsi l’ultimo chiodo rimasto della porta di Aleppo sfondata dai proiettili. Una porta che da mille anni custodisce ancora un segreto sul potere e la religione in Medio Oriente.

La guerra del 2006 fu l’occasione per conoscere meglio il mondo sciita libanese di cui era stato leader spirituale e politico dell’ayatollah Musa Sadr, l’amico di Ghassan Tueni scomparso tanti anni prima. Il suo ritratto insieme al capo degli Hezbollah Hassan Nasrallah, campeggia in tutti i quartieri sciiti di Beirut sud e nel Libano meridionale.

Sadr negli ani Settanta era spesso ospitato per scrivere articoli e rilasciare interviste sul giornale di Tueni, che lo sosteneva per tener vivo il dialogo interreligioso e tra le fazioni libanesi. Musa Sadr, dopo essersi formato a Qom, il Vaticano dello sciismo, si era laureato a Teheran nel 1956 in Scienze politiche prima di insediarsi a Tiro del Libano nel 1960. Persiano ma libanese di adozione, fu il fondatore del movimento Amal (Speranza) attivo e seguito nel sud del Libano a forte maggioranza sciita.

Alto, affascinante, con occhi verdi mobili ed espressivi, parlava diverse lingue ed era un oratore brillante. Possedeva anche grandi capacità organizzative e abilità nel raccogliere fondi che servivano a cause sociali e al movimento Amal, nei cui campi di addestramento passarono attivisti iracheni, iraniani e un corpo di pasdaran, le guardie della rivoluzione khomeinista.

Tra lui e Khomeini c’erano però molte più differenze che similitudini. Musa Sadr per la sua inclinazione al dialogo certamente somigliava di più al Grande Ayatollah Ali Sistani di Najaf, il capo spirituale dell’Iraq che Papa Bergoglio ha incontrato nel marzo 2021, e si è pronunciato chiaramente per la protezione dei cristiani e delle minoranze religiose. Sadr era un precursore: fu infatti il primo Imam musulmano a pregare in una chiesa, a entrare nel salotto buono della Beirut cristiana citando in un famoso discorso Sartre, Jasper e Marx, a scrivere un saggio su «Le Monde».

Nell’estate del 2006 alla Fondazione Sadr di Tiro mi riceve Rabab Sadr Charafeddin, la sorella dell’ayatollah che scomparve nel ’78 a Tripoli di Libia, assassinato, secondo i sospetti più diffusi, dai sicari del colonnello Gheddafi. L’aviazione israeliana ha sbriciolato ponti e strade asfaltate, e per arrivare a Tiro l’unica via percorribile dopo Sidone è una pista scavata dalle ruote nella sabbia tra le piantagioni di banane, poi dopo ore di guida si torna sull’asfalto per imboccare l’ultima curva che aggira un cratere largo venti metri e le lamiere accartocciate delle automobili.

Con le cisterne di carburante ancora in fiamme, l’aria è un’emulsione densa di fumo e cherosene che raschia la gola, spegne i colori accesi del Mediterraneo e stende un velo opaco sulla costa libanese. Questa è Tiro, grigia e desolante, rampa di lancio dei razzi Hezbollah, sbriciolata dai caccia israeliani, abbandonata dai suoi abitanti, riempita dagli sfollati in fuga dai villaggi di confine, senza pane, acqua, elettricità, e dove i cadaveri si interrano alla svelta in fosse comuni passando accanto alle rovine del foro romano e a un mare striato di metano. Anche così diventa il nostro Mediterraneo.

«Prima della partenza per il suo ultimo viaggio a Tripoli di Libia fui io ad aiutarlo a preparare una valigia piena di libri, c’erano anche cassette di musica persiana», ricorda la sorella Rabab Sadr Charafeddine. «E anche una lettera, mai spedita, a Khomeini che si trovava ancora in esilio a Najaf, in Iraq».

L’Imam libanese pagò con la vita un’intervista che diede a Tripoli due giorni prima di scomparire per mano dei killer di Gheddafi al giornale kuwaitiano «Al Nahda»: Musa Sadr sosteneva che era venuto il momento di trattare con Israele che, per dare la caccia ai palestinesi del’OLP di Yasser Arafat, aveva appena invaso il Libano del sud uccidendo un migliaio di sciiti e provocandone l’esodo di altri 250mila. «Gli sciiti – dichiarò Musa Sadr – avevano perso molte vite, le loro case, la loro terra: forse avrebbero potuto evitarlo se avessero accettato di collaborare con Israele». Allora, alla fine degli anni Settanta, dominava il “fronte del rifiuto” di ogni negoziato con gli israeliani, e il colonnello libico Gheddafi insieme alla Siria degli Assad ne faceva parte.

Dai conflitti con i palestinesi, alla guerra civile, agli scontri con Israele, all’ascesa di Hezbollah e dell’influenza siriana e iraniana, il Libano è sempre stato un Paese importatore di guai. Il patriarca dei Maroniti, il cardinale Beshara Boutros Rai, che rappresenta la maggioranza dei cristiani in Libano, quasi la metà della popolazione, caso unico in Medio Oriente, è molto chiaro: «I nostri conflitti sono concepiti fuori e partoriti in Libano. La ragione è semplice: il mio è il Paese dove tutti hanno un pied-à-terre e hanno libertà di esprimersi come vogliono».

«Mio fratello – diceva la sorella di Musa Sadr – stava facendo il giro dei Paesi arabi per informarli sulla crisi politica e umanitaria in Libano, e si accordò con i libici per arrivare a Tripoli il 25 agosto avvertendo che avrebbe dovuto ripartire il primo settembre per una visita alla moglie che doveva essere operata a Parigi. Scomparve dopo cinque giorni, ma in tutto il periodo che restò a Tripoli non abbiamo mai ricevuto nessuna telefonata o notizia, neppure dai suoi compagni di viaggio, lo sceicco Muhammad Yakoub e il giornalista Abbas Badreddine. Un comportamento davvero insolito per lui». Sadr fu visto l’ultima volta il 31 agosto all’Hotel Shati, dove in un incontro con una delegazione libica disse che stava andando a un appuntamento con Gheddafi. Secondo i libici invece aveva lasciato la capitale proprio quel giorno con un volo Alitalia diretto a Roma. Ma qui arrivò soltanto la sua valigia depositata all’Holiday Inn da due agenti di Gheddafi, che misero sul letto della sua camera anche il mantello scuro dell’Imam per simulare un sequestro. Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 venne fuori che negli anni Ottanta i servizi segreti italiani, per mantenere buoni rapporti con il rais libico, avevano avallato la versione del regime secondo cui Musa Sadr si era volatilizzato durante la tappa a Roma. Ma nessuna testimonianza ha mai confermato questa versione dei fatti.

La vicenda di Musa Sadr si intreccia con il segreto in cima alla Qalat, la cittadella di Aleppo, e con la storia della Siria contemporanea e di Beirut. Mille anni qui possono passare in un soffio. Il turbante nero da Seyed di Musa Sadr, frenetico viaggiatore, non esitava a corteggiare politici arabi, intellettuali cristiani e sunniti, uomini d’affari e banchieri, per sostenere la causa sciita. Ebbe rapporti particolarmente stretti con il leader siriano Hafez Assad, giocando un ruolo fondamentale nella legittimazione del suo regime che aveva innalzato in posizione dominante la minoranza degli alauiti, poco più del 10% della popolazione.

Gli alauiti, chiamati in origine Nusayriti, sono nati nel nono secolo quando Ibn Nusayri, allievo dell’Undicesimo Imam della tradizione sciita, si proclamò profeta di una nuova setta scismatica che attribuiva ad Alì – il quarto califfo, cugino e genero di Maometto – una natura divina, superiore a quella del Profeta. Per gli alauiti delle origini, Alì è Dio stesso, non fanno il pellegrinaggio alla Mecca, non osservano il Ramadan, non pregano in moschea e i loro libri segreti sono accessibili soltanto al clero più ristretto. A scrivere migliaia di pagine della loro dottrina fu l’iracheno Husayn al Khasibi accolto e protetto dall’emiro di Aleppo Seif Islam. Fu lui il vero codificatore dell’alauitismo. Al Khasibi predicava la trasmigrazione delle anime e sosteneva che la morte non era la fine ma un nuovo inizio: l’anima dopo la morte avrebbe brillato come una stella nella volta celeste e poi sarebbe rinata, senza memoria del passato, in un altro essere umano.

Marcia in sostegno di Bashar Al-Assad, prima della caduta del regime siriano nel dicembre 2024.

Khasibi morì centenario ad Aleppo nel 969 e i suoi seguaci trovarono rifugio nelle montagne siriane. Senza di lui sarebbero probabilmente svaniti nei meandri della storia e avremmo una Siria diversa, mentre gli alauiti, dopo un decennio di guerra civile, aiutati da iraniani, russi e milizie libanesi Hezbollah, sono ancora al potere a Damasco, l’unica minoranza al comando in Medio Oriente. Nel 2006, quando mi fermai ad Aleppo sulla strada per Tripoli e Beirut, avevo raccolto al bazar una storia, forse una leggenda. Un mercante mi parlò della tomba dello sceicco Yabrak, un venerabile di cui non si sa nulla di preciso, sotterrato in una vecchia moschea in disuso: forse il sepolcro di Al Khasibi era stato costruito intorno alle rovine di questo tempio.

Al Khasibi è ancora sepolto qui, nascosto alla vista del pubblico per il timore degli alauiti che altre sette possano profanare le sue spoglie. Per questo anni dopo andai sulla Qalah di Aleppo mentre infuriava la battaglia tra i ribelli e i lealisti di Assad. Volevo trovare la tomba che, mi aveva detto un ricercatore iracheno, non ha un’iscrizione. Soltanto negli anni Settanta, quando Hafez Assad diventò presidente, Al Kasibi ricomparve per una breve cerimonia per essere poi tumulato lontano da sguardi indiscreti, sorvegliato giorno e notte da militari in divisa. In realtà sulla Qalat, nell’agosto 2012 i soldati siriani erano in fuga sotto il tiro dei cecchini, e un generale spazientito per la mia insistenza nel cercare il sepolcro del profeta alauita mi redarguì con ironia: «Vedo che tiene molto a trovare questa tomba: per caso questo Khasibi è parente della sua famiglia?». Mi rimase la curiosità, e in tasca un chiodo della porta di Aleppo.

Gli alauiti riaffiorarono più volte nel corso della storia per poi ottenere dai francesi, mandatari in Siria e Libano, l’insediamento negli anni Venti del Novecento di un territorio “Alaouites” che ebbe anche un inno, una bandiera, un esercito locale e dopo poco più di un decennio venne regalato, con il Sangiaccato di Alessandretta, ai turchi, perché Parigi voleva ingraziarsi Ankara contro il Terzo Reich. Gli alauiti naturalmente erano furibondi e scrissero al governo francese: «Voi ci lasciate al massacro degli arabi che ci ritengono dei miscredenti». Tra i firmatari c’era anche il nonno di Bashar Assad, l’attuale presidente siriano.

Relegati per secoli dalle famiglie sunnite dominanti nel gradino più basso della scala sociale, la rivincita degli alauiti sarebbe arrivata qualche anno dopo. Con l’indipendenza siriana un gruppo di ufficiali alauiti aderì al partito arabo-socialista Baath, e riuscì ad andare al potere nel 1970 con un colpo di mano del colonnello dell’aereonautica Hazef Assad, che nella nuova costituzione cancellò ogni scomodo riferimento all’Islam come religione di Stato. La maggioranza dei sunniti siriani contestava infatti agli alauiti l’appartenenza alla religione di Maometto, considerandoli una setta esoterica, in sostanza degli eretici. Ci fu una rivolta e Assad padre dovette cercare una legittimazione religiosa al suo potere sul Paese.

Fu Musa Sadr, capo allora dell’Alto consiglio sciita del Libano, a emettere un fatwa nel 1973 in cui si sanciva che gli alauiti erano membri a pieno titolo della grande comunità islamica degli sciiti come seguaci di Alì, il Primo dei Dodici Imam. Da allora lo sciismo diventò uno dei pilastri del regime, con la conseguente diffusione di rituali e pellegrinaggi che hanno poi legato sempre di più Damasco alla Repubblica islamica iraniana, con la quale allora condivideva anche un nemico comune, il presidente iracheno Saddam Hussein.

Il risveglio degli sciiti libanesi suscitato dall’Imam Musa Sadr, come si vede, aveva avuto conseguenze religiose e geopolitiche di lunga portata. Musa Sadr possedeva grandi capacità organizzative e abilità nel raccogliere fondi che servirono a cause sociali, umanitarie e alla fondazione delle milizie di Amal, nei cui campi di addestramento passarono attivisti iracheni, iraniani e un corpo di Pasdaran, le Guardie della rivoluzione khomeinista.

L’ascesa degli sciiti libanesi ha avuto clamorosi risvolti per il Medio Oriente che oggi a Beirut si possono misurare semplicemente con un colpo d’occhio. La città, come scriveva il poeta Adonis, sembra essere costituita da comunità che non si parlano, chiuse con il filo spinato all’interno delle loro tradizioni. Il quadro urbano di Beirut, dove l’orizzonte del mare è stato coperto dai grattacieli, è attraversato da incrinature e fratture continue che iniziano in maniera evidente quando si moltiplicano i tetti di lamiera ondulata, i muri grezzi di calcestruzzo, le ragnatele dei fili elettrici che avvolgono strade e quartieri: questa è la cintura della miseria o la cintura “verde” degli sciiti, qui si sono ammassati nel corso dei decenni i contadini del sud del Libano, profughi palestinesi e immigrati.

È un volto di Beirut molto diverso dai quartieri cristiani e sunniti di vecchia data dove solitamente si dirigono i viaggiatori. La cintura verde si chiama Dahieh – che letteralmente significa “sobborgo” – un enorme spazio urbano diviso in quattro municipalità che si estendono a sud della capitale Beirut, Haret Hreik, Ghobeiri, Hadath e Burk el Barajneh – è un luogo di migrazione interna: gran parte dei suoi quasi 500mila residenti – il doppio di quelli della municipalità di Beirut – provengono dai villaggi del sud, molti dei quali sono stati fatti evacuare a partire dal 1982, durante l’invasione israeliana, sullo sfondo della guerra civile che ha insanguinato il Paese per quindici anni.

Ma da dove viene questo mondo? Sale alla ribalta della storia solo nel XVIII secolo quando nella regione montuosa del Jabal Amil, angolo remoto della Siria ottomana, fu inviata una spedizione guidata da Ahmad Pasha, detto al-Jazzar (il macellaio), che fece terra bruciata: i turchi sunniti giudicavano gli sciiti degli eretici e la repressione fu così brutale che per oltre un secolo il sud ripiombò nell’oscurità.

A Beirut la modernità si fermava di colpo. Dopo Tiro, sostengono i resoconti dell’epoca, non c’erano strade, scuole, elettricità, ospedali, nulla che potesse ricordare la modernità. Maroniti cristiani e musulmani sunniti guardavano al sud come a un’area depressa: su un milione di abitanti gli sciiti erano 200mila, estranei alla cultura urbana della Repubblica dei mercanti. La sintesi di questo universo dai tratti medievali era lo zaim più potente, Ahmad Bey Assad, il cui figlio Kamel diventerà l’ottantaquattresimo presidente del Parlamento, la più alta carica riservata agli sciiti, che pur essendo la maggioranza, circa il 45%, non possono accedere alla presidenza o al posto di premier, destinati dalla costituzione a un cristiano e a un sunnita.

Fu l’emigrazione a cambiare il volto del Jabal Amil. Negli anni Cinquanta gli sciiti cominciarono ad affollare la periferia di Beirut, chiamata quasi subito la “cintura della povertà”, ma dove guadagnavano salari cinque volte superiori a quelli percepiti nelle campagne degli zuama. Con le rimesse importarono nel sud le prime idee di riscatto propagandate dal Partito Comunista, dal Baath, dai socialisti, dal Movimento Nazionalista. Il Baath, fondato dagli intellettuali di Damasco, si era impiantato in particolare a Bint Jebeil diventando tra l’altro una delle forze in campo nel conflitto con Israele del 1948, quando dal confine arrivò la prima ondata di 400mila profughi palestinesi.

Gli sciiti presero la via dell’Europa a migliaia, finirono in Africa occidentale, nel Golfo del petrolio o nelle fabbriche di auto a Detroit. Non è un caso che Nabih Berri, l’attuale leader di Amal e presidente del Parlamento, di origini familiari modeste, si sia fatto strada diventando avvocato della General Motors.

L’approdo in Africa e in Sierra Leone ha risvolti interessanti. I primi sciiti libanesi ci arrivarono sulla via dell’America ma furono fermati a Marsiglia dove agenti poco scrupolosi proposero come alternativa la Sierra Leone: qui cominciarono come pescatori di coralli per poi diventare mediatori di pietre e infine commercianti di diamanti, così abili da fare concorrenza a sudafricani ed ebrei.

In tanti seguirono la rotta africana della speranza. A molti andò bene. La lobby dei diamanti sciita riversò in patria rimesse cospicue, ribaltando le vecchie gerarchie feudali del sud e finanziando anche movimenti e uomini che potessero rappresentarli meglio degli zuama, i capi tradizionali. A Tiro, Nabatieh, Bint Jbeil, Khiam – nomi che sono ricorsi molte volte nella guerre con Israele – abitazioni, edifici pubblici, manifatture, aziende agricole, devono in gran parte la loro esistenza ai risparmi e agli investimenti degli emigrati. Un flusso di denaro che non si è mai fermato e al quale hanno fatto ricorso anche gli Hezbollah, con interessi nel commercio africano delle pietre.

Fu in un Jabal Amil in rapido cambiamento sociale e demografico che arrivò Musa Sadr, l’Imam destinato a mutare il corso della storia. Tra il 1956 e il 1975 il numero degli sciiti triplicò da 250mila a 750mila, erano il 30% della popolazione e occupavano soltanto il 3% dei posti pubblici. Ma il loro numero era già salito a un milione al tempo della seconda invasione israeliana del 1982. Le perdite furono ben più pesanti che nel ’78: migliaia di morti e le deboli infrastrutture del sud disintegrate dall’intervento militare. Ma allora l’Imam Musa Sadr era già scomparso e la sua eredità politica, molto più riformista che radicale, fu monopolizzata dagli Hezbollah, ispirati e sostenuti dalla rivoluzione khomeinista.

Tutto è cominciato nella città del Sole, dove alle colonne e ai cortili maestosi dei templi di Giove e di Bacco i seguaci dell’occulto attribuiscono poteri magici. Fu a Baalbek, l’antica Heliopolis, che nei primi anni Ottanta arrivarono, con l’appoggio dei siriani, i Pasdaran, le guardie della rivoluzione iraniana. Nella moschea lo sceicco Al Tufeili catturava folle di giovani sciiti con le parole d’ordine di Khomeini e ancora oggi il volto severo dell’Imam è accoppiato alla foto di Nasrallah.

A Baalbek dovete dimenticare Beirut e le sue attrazioni. L’esercito degli Hezbollah è nato su questo altopiano, circondato da bastioni aspri, che a est si proietta verso la Siria e la pianura di Homs. «Sono equipaggiati come un esercito moderno, con armi al laser – dice Misbah Ahdab, deputato musulmano di Tripoli ed esponente della rivoluzione dei cedri – ma combattono come dei guerriglieri, organizzati alla perfezione, motivati da una propaganda religiosa coinvolgente, contano su milioni di dollari di finanziamenti: come si poteva pretendere che lo Stato libanese, molto più debole, potesse mai disarmare gli Hezbollah?». Misbah indica da un tornante sopra Baalbek la valle della Bekaa, famosa per i vini, la frutta e anche per il “rosso libanese”, l’hashish: «Le autorità non sono mai arrivate da queste parti e per vent’anni l’altopiano è stato sotto il controllo della Siria e dell’Iran. Nella Bekaa si è consumato nel tempo un colpo di Stato delle milizie islamiche, sostenuto dall’esterno, che nessuno ha mai contrastato».

I caccia israeliani nell’estate del 2006 sorvolavano la vallata a bassa quota con esplosioni fragorose. Nei raid sganciavano tonnellate di bombe, sfiorando i templi e radendo al suolo i quartieri degli Hezbollah, che per la verità non si distinguono in nulla dagli altri perché a Baalbek le bandiere gialle e verdi del Partito di Dio sventolano dappertutto con accanto i ritratti di Nasrallah e di Khomeini. Insieme al simbolo che campeggia sempre sui drappi: un kalashnikov stretto in un pugno, ricalcato su quello dei mujaheddin e della Fondazione dei Martiri di Teheran.

A Baalbek il Partito di Dio fa sempre il pieno dei voti «perché tutti qui siamo Hezbollah», dice con un sorriso Hassan, un bazarì che fa parte del network islamico. «Nella Bekaa – spega Misbah – lo Stato ha abbandonato migliaia di contadini e di famiglie, in media composte da sei-dieci persone, con un reddito annuo di 3-4 mila dollari. Gli Hezbollah hanno portato a questi diseredati l’acqua, i generatori per l’elettricità, fondato cooperative agricole, aperto scuole, ospedali, dispensari».

Nei bar gli schermi sono sempre sintonizzati su Al-Manar, la tv degli islamici, che proprio a Baalbek cominciò le emissioni. La Bekaa rimane una di quelle aeree grigie sulla carta geografica, porzioni di “Stati falliti”, come l’Afghanistan, la Somalia, la North West Frontier pakistana, la valle di Fergana in Tagikistan, dove il fondamentalismo islamico ha trovato il suo territorio di espansione. Zone marginali, in apparenza fuori dalla mondializzazione, diventate poi strategiche e capaci di destabilizzare persino le superpotenze.

Dopo gli anni Ottanta, la Bekaa era scomparsa dagli interessi dei mass media. Ma gli islamici, sotto traccia, lavoravano. Con la Jihad al Binna, la campagna di ricostruzione iniziata negli anni Novanta e finanziata anche dall’Iran, il Partito di Dio ha creato servizi, posti di lavoro e accademie religiose come le Hawza Almiya, dove si sfornano i predicatori che diffondono il Dawa, il messaggio divino. A livello più basso ci sono invece le scuole al Mahdi, intitolate al Dodicesimo Imam scomparso, che nella tradizione sciita ricomparirà alla fine dei tempi. Messianesimo e martirio sono due elementi dello sciismo che tornano sempre nella propaganda del Partito di Dio: la gente va a votare gli Hezbollah anche per “lealtà al sangue dei martiri”.

Nessun movimento armato in Medio Oriente, prima dell’Isis, ha mai dato così importanza ai mass media come gli Hezbollah, lanciando una guerra dell’informazione molto efficace che non subiva flessioni neppure sotto le bombe. Colonne di fumo e un’aria densa dal forte sentore di gas che attanagliava la gola annunciavano a Beirut le rovine del quartiere di Haret Harik, la Stalingrado degli islamici libanesi. I cinque piani della sede di Al-Manar, la tv degli Hezbollah, erano sbriciolati, le antenne accartocciate: eppure Al-Manar, con uno studio improvvisato in mezzo alla strada, trasmetteva ancora.

Al-Manar, il Faro, è il simbolo della resistenza degli islamici sciiti, l’unica tv del mondo inserita con gli Hezbollah, l’Isis e al-Qaida, nella lista nera delle organizzazioni terroristiche del dipartimento di Stato americano. «Siamo come tutti gli altri media e quelli che pretendono di difendere la libertà di stampa devono opporsi al bombardamento di una tv, chiediamo solidarietà contro l’aggressione», diceva il direttore, Abdallah Kassir. L’obiettivo di Al-Manar è creare un movimento di opinione ostile e radicale all’occupazione israeliana delle terre arabe. Sin dall’inizio gli Hezbollah hanno cominciato a filmare la maggior parte delle operazioni militari e nei gruppi armati c’è sempre qualcuno con una telecamera per “immortalare il momento”. I video dei reality show della guerriglia vengono trasmessi in tv e poi distribuiti dai cd in tutto il mondo arabo, con le immagini degli Hezbollah mixate a quelle dei soldati israeliani colpiti, clip che devono contribuire a incrinare il mito dell’invincibilità di Tsahal.

È così che la resistenza Hezbollah, culminata con il ritiro di Israele dalla fascia di sicurezza, è diventata una sorta di totem, un modello da esportare, a cominciare dalla Palestina. L’informazione non è solo in arabo. «Abbiamo notiziari in francese e in inglese perché il pubblico occidentale deve sapere cosa accade davvero qui in Medio Oriente», dice Ibrahim Mussawi, per anni responsabile della sezione internazionale. Mussawi trascura il particolare del telegiornale in ebraico e dell’ufficio di monitoraggio dei media stranieri, diretto da un Hezbollah catturato dagli israeliani e poi rilasciato in uno scambio di prigionieri, che imparò l’ebraico dalle sue guardie carcerarie. Lenti da intellettuale, un dottorato in lingua inglese, Mussawi ha l’aria tranquilla di un professore di liceo. Ma è un intellettuale da combattimento: «Gli ebrei – ha dichiarato qualche tempo fa – sono una lesione sul frontespizio della storia». Il fratello Abbas, uno dei fondatori di Hezbollah, fu ucciso insieme alla moglie e al figlio nel ’92 da un missile di un Apache israeliano.

La storia degli Hezbollah, il loro successo politico ma anche la capacità di mobilitazione militare, che nel 2000 portò al ritiro di Israele, poi alla battaglia dei trentatré giorni nel 2006 e al decisivo sostegno dal 2011 al regime siriano di Assad, si spiegano con una strategia di penetrazione sociale che sin dall’inizio ha puntato a impegnare gli sciiti in una “guerra santa” prolungata e costosa. In cambio gli Hezbollah si sono occupati della loro comunità, il 40% della popolazione, 1,2 milioni di persone. La Fondazione dei Martiri, Shahid, ha costruito due grandi ospedali dove si assistono gratuitamente i combattenti, i militanti e le loro famiglie. La Fondazione Jihad al-Bina, lo Sforzo della Costruzione, si occupa dei quartieri dei diseredati e della distribuzione di acqua potabile a 500mila abitanti della banlieue.

Manifestanti di Hezbollah a Beirut dopo l’omicidio di Soleimani.

Definirlo uno “Stato nello Stato” non è un’esagerazione: il Partito di Dio controlla un territorio, ha un esercito forte, gestisce i servizi, riscuote le tasse, amministra la giustizia islamica, e in campo scolastico spende sei volte di più dello Stato libanese. La macchina Hezbollah conta su quattro fonti di finanziamento. I fondi iraniani erogati dalle Bonyad, le Fondazioni, che rispondono direttamente alla Guida Suprema, Alì Khamenei. Le tasse religiose, le “khoms”, i versamenti su un quinto del reddito, calcolato sottraendo le spese familiari. Le donazioni di individui, società, banche, raccolte in Libano e all’estero. La quarta voce del bilancio si chiama “Hezbollah Corporation”: gli investimenti nell’economia libanese. Gli Hezbollah rifiutano, secondo i principi islamici, il pagamento di interessi ma acquistano partecipazioni nelle imprese. In questo modo hanno costituito reti di supermercati, stazioni di benzina, ristoranti, compagnie edili, agenzie di viaggio.

È un universo di mullah, mercanti e militanti che a Beirut riproduce in chiave moderna un’alleanza secolare basata sullo sciismo, con la catena dei Dodici Imam e il martirio, un’ideologia trainante, ispirata alla rivoluzione khomeinista. Il bilancio Hezbollah è approvato dal Consiglio della Shura, l’organo supremo guidato da Nasrallah di cui fanno parte sei religiosi e un laico. La Shura è eletta dal Consiglio centrale di 200 membri ed è affiancata dalle Fondazioni. La Jihad Al-Bina, fondazione per le Costruzioni, ha edificato o ristrutturato migliaia di alloggi, possiede centinaia di negozi, due ospedali, 24 scuole, 56 moschee, 78 cooperative agricole. La Fondazione di Martiri, affiliata all’omologa di Teheran, assiste, oltre alle 2mila famiglie di combattenti, anche gli orfani. La Fondazione dei Feriti si occupa di 11mila persone e distribuisce 6800 salari di invalidità. Il Comitato Khomeini ha curato 112mila indigenti, 3500 orfani, distribuito 2mila borse di studio. La Fondazione Sanità, con 5 milioni di dollari di budget, controlla 6 ospedali, 35 dispensari, 10 cliniche dentali e ha assistito 410mila persone. Fiore all’occhiello del welfare Hezbollah è l’Unità Educativa: 15 milioni di dollari in scuole gratuite, 3 milioni l’anno, contro i 500mila dello Stato libanese. Un network di scuole primarie (Al Mustafa), secondarie (Al Madhi), istituti tecnici e accademie religiose che costituisce un eccezionale strumento di propaganda. Gli Hezbollah hanno costituito anche un sistema giudiziario islamico, al quale ricorrono coloro che non possono permettersi spese legali. Vengono trattati pure gli omicidi: la corte agisce più da mediatore che da giudice e propone sempre il “diyeh”, il prezzo del sangue, un versamento alla famiglia della vittima, da un minimo di 15mila a un massimo di 70mila dollari.

Questo è il formidabile apparato Hezbollah: 10mila guerriglieri ben armati, 200mila iscritti, un milione di seguaci tra gli sciiti, un altro Libano rispetto a quello della Rivoluzione dei Cedri, al Libano cristiano e sunnita, a quella fragile società affluente che negli anni precedenti l’ultima crisi passeggiava tra il centro finanziario Solidere e la marina della Corniche. «Il Libano – ironizzava l’amico Misbah – è un mini-Stato contenuto in uno più grande ed efficiente del Partito di Dio». Ma anche Hezbollah ha subito i contraccolpi della crisi economica, della sollevazione popolare del 2019 e poi dell’esplosione al porto che ha stravolto Beirut. Gli slogan contro Hezbollah hanno caratterizzato le manifestazioni di piazza e poi quelle dell’agosto 2020.

In realtà tutta la società libanese è responsabile di un sistema clientelare e bancario che ha messo in ginocchio il Paese. E Beirut attraversa una nuova stagione di sofferenza. La ritroveremo, probabilmente trasformata ancora una volta, con una nuova maschera che, epoca dopo epoca, indossa alla perfezione per sopravvivere e non mostrare le rughe del tempo e delle devastazioni. Martoriata dalle guerre, sotto le bombe, distrutta e ricostruita sette volte nell’arco della sua storia, ferita come i suoi palazzi fatiscenti e crivellati dai proiettili, con le strade minate e le case abbandonate, ma anche Beirut moderna, cosmopolita e seducente: questa città è un’araba fenice dove passato e presente si fronteggiano per raccontare che un futuro è ancora possibile. Abbandonata in balìa di una tempesta è una nave che alla fine non affonda. Beirut, in fondo, siamo anche noi.

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di David Barra e Nicola Ventura

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A cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta. Dal mito della Ricostruzione all’operaio massa

La zona compresa tra Milano, Torino, Genova, all’interno del cosiddetto triangolo industriale, è quella nella quale confluisce la maggior parte dei fondi del Piano Marshall voluto dagli americani per la ricostruzione dei Paesi europei subito dopo la guerra. Milano è la capitale di quello spicchio d’Italia: negli anni Cinquanta ha ancora poco più di un milione di abitanti e la vita di molti meneghini si svolge nelle strade o tra i cortili delle case. Bar, cinema rionali e sale da ballo rappresentano i tradizionali punti di ritrovo per il tempo libero, in una esistenza che pare essere scandita fin dalla gioventù: scuole di avviamento professionale per i figli degli operai, liceo e università per i rampolli della buona borghesia. La capitale della Lombardia rappresenta la punta più avanzata, l’avanguardia, di un Paese povero, uscito distrutto dalla guerra, che ha fame di inserirsi nel novero delle nuove potenze industriali. La ricetta è semplice: coniugare all’alta produttività nelle fabbriche i bassi salari. È così che il Nord-Ovest si trasforma in una piccola Cina.

Il mito della Ricostruzione si fa largo accanto a quello della cosiddetta Rivoluzione tradita che rappresenterà, nel tempo, una delle giustificazioni, politico-ideologiche, della lotta armata di sinistra in Italia. Ancora negli anni Cinquanta e Sessanta tanti reduci della Guerra di Liberazione dal nazifascismo sono insoddisfatti per un epilogo che ha visto il sostanziale reinserimento, nella vita pubblica, nelle professioni e nell’amministrazione dello Stato, di figure compromesse col passato regime. L’eredità legislativa, figlia del Fascismo, si rivela di decisiva importanza per comprimere le libertà politiche e sindacali in nome del più alto bene della Ricostruzione. Se parte dei combattenti avrebbe voluto continuare volentieri la lotta, passando dalla Liberazione alla Rivoluzione, una simile prospettiva viene scoraggiata dal Pci togliattiano con la marginalizzazione della componente – quella prossima a Pietro Secchia – più vicina alle tentazioni rivoluzionarie. Il maggior partito comunista d’Occidente sceglie di scendere a patti con gli industriali rendendo possibile la ripresa economica del Paese: protetto da un sistema pluripartitico parlamentare debole, ma proprio per questo capace di garantire tutti, opposizioni comprese, il Pci si adegua alla logica di Yalta con l’Europa divisa in due grandi blocchi contrapposti e l’Italia saldamente ancorata alla Nato. È la santificazione della linea tracciata dal Migliore a Salerno nel 1945: sì alla presa del potere attraverso la via democratica, no alla rivoluzione.

Nelle fabbriche della Ricostruzione, e poi durante il cosiddetto Miracolo economico, i diritti sindacali sono praticamente nulli. La politica attuata dal ragionier Valletta in Fiat rappresenta un esempio paradigmatico, con un attacco ai lavoratori, e di fatto alle libertà sindacali sancite dalla Costituzione, che si sviluppa in due direzioni: da un lato ricorrendo alla persuasione, attraverso la previsione di appositi premi in denaro per chi si astiene da attività sindacali contrarie agli interessi aziendali – il cosiddetto premio antisciopero da 27 mila lire – dall’altra con la promozione di un simulacro di sindacato, quello aziendale, definito giallo, che è il risultato di una preliminare bonifica all’interno della più grande azienda del Paese condotta con la marginalizzazione delle avanguardie sindacali più attive. All’interno della fabbrica vige quasi un regime del terrore, alimentato dalla figura del capo reparto, con i tribunali di fabbrica che hanno il compito di giudicare i lavoratori e applicare la pena del licenziamento. Il risultato della politica di Valletta sono dieci anni di astensione dagli scioperi.

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta affluiscono nel triangolo industriale circa un milione e mezzo di immigrati soprattutto meridionali e veneti. Sono flussi che portano a un cambiamento profondo delle città del Nord con le periferie che si trasformano in dormitori-ghetti, l’allontanamento dei ceti popolari dai centri storici sostituiti da uffici e attività del terziario secondo un processo che sarà sempre più marcato negli anni a venire. A farne le spese la grande parte dei quartieri a struttura artigianale, proletaria e piccolo-borghese. Anche la tradizionale rete di luoghi aggregativi ne risente con una grande parte di osterie, bocciofile, sale da ballo, che viene spazzata via. Il piccolo commercio al dettaglio, quello delle botteghe e dei negozi sotto casa, inizia a subire la concorrenza della grande distribuzione. Si diffondono gli apparecchi televisivi, anche nei piccoli centri, e la grande locomozione di massa: un processo, questo, guidato dall’industria nazionale, con in testa la Fiat, per i ceti popolari, e Alfa Romeo per quelli più benestanti. L’uso della pubblicità, soprattutto il Carosello televisivo, ha la funzione di solleticare i desideri degli italiani e stimolarne i consumi.

Se la figura, anche cinematograficamente vincente, dell’operaio specializzato, a forte spessore ideologico, dotato di memoria storica legata alla Resistenza, caratterizza gli anni Cinquanta, nello stesso decennio, a cavallo tra Ricostruzione e Miracolo economico, la componente operaia dequalificata comincia ad avere una sua forte consistenza soprattutto grazie all’immigrazione interna. Si tratta di una massa operaia che rimane a lungo silenziosa, priva di tutele e rappresentanze politico-sindacali. Gli anni Sessanta, che segnano l’entrata nelle fabbriche della catena di montaggio, vedono l’operaio dequalificato, poi denominato operaio-massa, diventare maggioritario. Le innovazioni tecnologiche determinano una vera e propria sostituzione: la vecchia generazione di operai qualificati, politicamente coscienti, in gran parte di origine settentrionale, che in alcuni casi aveva preso la via della montagna per combattere i nazifascisti, diventa sempre maggiormente minoritaria rispetto alle decine di migliaia di giovani meridionali, provenienti spesso da famiglie di contadini, che, a bassissima specializzazione, trovano un impiego all’interno della catena di montaggio. È il capitalismo che si riorganizza dopo la Ricostruzione: un modo, teoricamente perfetto, di continuare a garantire, attraverso la fungibilità degli operai, l’ordine in fabbrica e la supremazia del capitale sul lavoro.

Se prima l’assetto all’interno delle industrie viene, di fatto, ottenuto attraverso il ricorso al quieto vivere che coinvolge le organizzazioni sindacali e il Pci – arrivando anche a espulsioni di delegati sindacali sgraditi alla Fiat – adesso, con la figura dell’operaio massa, sostituibile e ricattabile in qualsiasi momento, si prova a dare una stretta ulteriormente repressiva. Quando l’operaio non qualificato comincia a diventare maggioritario, si verifica una conflittualità con le tradizionali strutture partitico-sindacali della sinistra che quel mondo dequalificato avevano sempre fin lì ignorato: l’operaio massa non rispetta nessuna delle regole di sciopero conosciute, ma ne inventa di nuove. Quella a fischietto ne è un esempio concreto: a un segnale convenuto si interrompe il lavoro senza alcun preavviso.

I giornalisti più attenti, tra cui Walter Tobagi, parlano di gatto selvaggio per definire questa singolare, e per il padrone dannosissima, forma di sciopero: una protesta, che procede per fermate improvvise in punti nodali del ciclo produttivo, spontaneamente decisa dagli operai senza la mediazione delle strutture sindacali. La centralità della fabbrica inizia, insomma, a essere evidente agli inizi degli anni Sessanta sotto forma di tensione e conflittualità molto forte all’interno dei meccanismi di produzione in particolare in quello metalmeccanico1.

A sinistra del Pci. Le idee operaiste negli anni Sessanta

È il 1958 quando due intellettuali di formazione socialista, Renato Panzieri e Lucio Libertini, pubblicano su Mondo operaio, rivista legata al Psi, un intervento dal titolo paradigmatico: Sette tesi sulla questione del controllo operaio. Panzieri, in particolare, è un esponente di spicco della sinistra socialista che, coerentemente con il proprio dissenso verso la svolta del centrosinistra, sanzionata dal partito nel congresso del 1959, abbandona tutti gli incarichi direttivi trasferendosi a Torino per lavorare nella casa editrice Einaudi.

Nelle Sette tesi viene criticato il tradizionale dogma su tempi e modi del passaggio al socialismo preceduto, sempre e in ogni caso, dalla fase di costruzione della democrazia borghese: una verità di fede alla quale i due intellettuali mostrano di non credere perché frutto della applicazione di un modello astratto a una realtà storica concreta. Si tratta di un tema delicato che tocca anche la questione della qualità della nostra borghesia: in Italia, dice in sostanza Panzieri, la classe borghese si è rivelata incapace di essere classe nazionale, in grado di garantire – sia pur per un limitato periodo di tempo, al contrario di quanto avvenuto in Inghilterra e in Francia – lo sviluppo della società nazionale nel suo insieme. La borghesia italiana nata e prosperata su basi corporative e parassitarie – si pensi alla formazione di singoli settori industriali vissuti sullo sfruttamento di un mercato di tipo quasi coloniale nel Mezzogiorno – ha beneficiato della protezione e del sostegno attivo dello Stato in alleanza con i resti del feudalesimo al Sud. Ai fini della edificazione del socialismo, Panzieri e Libertini ritengono quindi insufficiente un’azione esclusivamente politica priva di adeguata spinta dal basso proveniente dal mondo del lavoro e dalla classe operaia: anzi, il ricorso alla forza non viene escluso aprioristicamente dal novero delle possibilità perché quando in un determinato Paese le condizioni per il socialismo sono mature e le sue forze ottengono la maggioranza dei consensi, la resistenza della classe capitalistica e il suo ricorso alla violenza «possono condurre all’urto armato e alla necessità della violenza proletaria». Il duo Panzieri-Libertini, dunque, delinea, già alla fine dei Cinquanta, una strategia di lotta, sul piano politico, sindacale e sociale, alternativa a quella del maggior partito della sinistra, il Pci, intento a guadagnarsi sempre più i galloni di formazione politica inserita all’interno dell’arco costituzionale: i due (ex) socialisti appaiono però anche lontanissimi dal proprio partito di origine, quel Psi che si avvia lentamente alla costruzione del centrosinistra a guida democristiana. Simili tesi espresse all’inizio del miracolo italiano possono a buon diritto definirsi eretiche perché rifiutano, alla radice, qualsiasi forma di collaborazionismo e accettazione del paternalismo di Stato o padronale.

Le idee operaiste hanno una limitata diffusione presso le capitali del triangolo industriale e vengono diffuse dalla rivista Quaderni rossi, voluta dallo stesso Panzieri, che uscirà in cinque numeri monografici tra il 1961 e il 1965. La posizione degli autori dei Quaderni è tipicamente anarco-sindacalista: una visione dei rapporti tra capitale e lavoro che si pone alla sinistra dei due partiti storici della sinistra italiana – Pci e Psi – con un forte richiamo alla autonomia operaia rispetto alle consolidate strutture partitico-sindacali dominate dal più grande partito comunista dell’Occidente. Il piccolo vascello di Panzieri punta a infastidire il grande corpaccione del Pci, propaggini sindacali comprese, indicando, con atteggiamenti tipicamente anti-dogmatici, ciò che un vero partito di classe dovrebbe fare: perché per i Quaderni rossi il Pci non solo ha abbandonato il sogno di fare la rivoluzione, ma è diventato, nei fatti, addirittura controrivoluzionario. Il Partito comunista italiano, a parere di Panzieri, già nella prima metà degli anni Sessanta, non è più da tempo capace di portare all’abbattimento dello Stato borghese e alla affermazione di una vera società socialista: la sua strategia non è rivoluzionaria, ma progressista, riformista, di alleanza dei ceti, tendente a riassorbire gli obiettivi socialisti in obiettivi democratici, compatibili con le strutture borghesi esistenti. Panzieri ce l’ha anche con il suo vecchio partito, il Psi, che ha ormai optato per la scelta del centrosinistra a guida democristiana; a essere presa di mira dai redattori dei Quaderni rossi è soprattutto la cosiddetta programmazione, idea riformista, deteriore per un operaista, capace di imbrigliare, ghettizzare, il conflitto sociale e sindacale all’interno di ambiti graditi al capitale. Panzieri rinnova l’invito a far sì che la classe operaia rifiuti qualsiasi tipo di collaborazione con il capitale, al fine di rendere difficile la riorganizzazione delle strutture capitalistiche già in atto a metà anni Sessanta: una resistenza che passa dalla disattenzione degli orari di lavoro stabiliti nei contratti secondo processi che non sarebbero mai stati favoriti dal Pci, ormai avviato verso un cammino di legittimazione da parte delle istituzioni borghesi, né tanto meno dal Psi che aveva optato per una scelta collaborativa nei confronti del maggior partito degli interessi padronali cioè la Dc. L’esperienza operaista è insomma il frutto della crisi del 1956: la denuncia dei crimini di Stalin al XX congresso del Pcus e le rivolte operaie in Polonia e Ungheria portano a una delegittimazione dell’ortodossia marxista-leninista favorendo la ripresa di correnti comuniste libertarie, egualitarie, anti-autoritarie. In poche parole, lo stalinismo non sembra più essere in grado di unificare il fronte della opposizione di classe: è una sorta di liberi tutti. La proposta operaista dei primi anni Sessanta assume caratteri di inusitata modernità perché, quasi a intuire il futuro globalizzato che di fatto depotenzierà la portata delle grandi lotte sindacali e operaie all’interno dei singoli Stati nazionali, sostiene la necessità di agire in una sorta di «dimensione internazionale della lotta di classe».

Il 1962 è l’anno della rivolta di Piazza Statuto. Le diverse valutazioni di ordine politico e sociale sul comportamento dei manifestanti portano a una scissione all’interno della redazione dei Quaderni rossi che viene abbandonata dal gruppo fondatore di Classe operaia, la rivista di intervento nelle lotte diretta da Mario Tronti. Classe operaia che va in stampa dal 1964 al 1967, e si avvale della collaborazione di Toni Negri2 e Alberto Asor Rosa, esprime un operaismo caratterizzato da una forte coerenza ideologica, quasi scientifico, pieno di aggressività verbale e contenutistica, con palesi riferimenti ad atteggiamenti sconfinanti nella illegalità, assieme agli inviti volti alla creazione di un partito esplicitamente operaista collocato alla sinistra del Pci. Se il Partito comunista, attribuendo alla classe operaia un ruolo di direzione e responsabilità nazionale, favorisce effetti di subalternità e incorporazione, il gruppo di Tronti esalta invece la potenza di classe senza mediazioni rispetto alla rincorsa dei ceti medi: è la celebrazione del pensiero contro, negativo, capace di differenziare il mondo operaio fondando nuovi spazi di autonomia.

Nei Quaderni piacentini, terza rivista operaista da ricordare, bisogna registrare una critica molto determinata contro le tradizionali strutture politico-sindacali della sinistra, specialmente comunista. I detrattori dei Quaderni sostengono che i redattori di questo periodico abbiano in realtà preso tutti gli abbagli propri della intellighenzia italiana di sinistra, primi fra tutti la acritica esaltazione della rivoluzione culturale cinese presa a esempio come contrapposizione frontale al revisionimo e al burocratismo propri del mondo sovietico e occidentale. I Quaderni sentono che nel biennio 1967-68 la rivoluzione è vicina. In realtà la forte critica operaista al dogma rappresentato dal Pci è il risultato di una ambiguità di fondo tipica del maggior partito comunista dell’Occidente: da un lato, il Pci guarda ancora a Mosca, percependone i finanziamenti, ma dall’altra il partito è certamente impegnato, fin dagli anni Sessanta, in un processo di consolidamento all’interno delle istituzioni e della società italiana. Nella legislatura 1963-68, nelle commissioni parlamentari, il Pci vota un buon 70 per cento dei provvedimenti in esame:3 una tendenza, quella ad approvare le leggine di spesa, che esprime una volontà da parte dei comunisti di legittimarsi all’interno del quadro politico-istituzionale italiano.

Dopo la breve esperienza della rivista Contropiano, negli anni Settanta gli operaisti tornano a scindersi in due diverse linee politico-teoriche: un operaismo di sinistra e un operaismo di destra. Gli operaisti di sinistra, di cui Toni Negri è uno dei principali leader, cercano di dare una testa politica al ciclo di lotte dell’operaio massa fondando nel 1969 Potere operaio, un partito rivoluzionario che persegue una risoluzione della forte conflittualità politica e sociale attorno alla parola d’ordine del salario sociale. Gli operaisti di destra, rappresentati da Tronti, Cacciari e Asor Rosa, ripiegano invece sull’entrismo nel Pci e teorizzano lo spostamento del conflitto sul terreno statuale: l’ipotesi è insomma quella di una alleanza dei produttori e di una gestione della economia capitalistica sotto la guida politica operaia che utilizzi la macchina statale per sconfiggere le arretratezze della società italiana, promuovere la riforma dello Stato e rimettere in moto lo sviluppo.

1962, i fatti di “Piazza Statuto”

Il governo Tambroni e i moti di piazza a Genova

Il governo di Fernando Tambroni, che si regge su una maggioranza parlamentare formata da democristiani e missini, autorizza, nel giugno 1960, il congresso del Msi a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. Il luogo prescelto è il teatro Margherita di via XX Settembre con Carlo Emanuele Basile, ex prefetto fascista, destinato a dirigere i lavori. Tambroni nonostante la timida partenza, sta varando una politica aggressiva spingendosi al di là dell’ordinaria amministrazione: riduce il prezzo delle carni, della benzina, dello zucchero e di altri generi di prima necessità, sostenendo le rivendicazioni salariali di numerose categorie sociali. Promette, inoltre, incentivi e finanziamenti alle industrie e progetta investimenti nel Meridione. È un governo che con le sue iniziative ottiene il consenso di larghi strati popolari, ma è anche un esecutivo che mandando per aria i progetti delle forze di sinistra mette da parte i tradizionali alleati della Dc ostacolando i disegni di Fanfani e Moro. Tra i tanti nemici di Tambroni ci sono proprio quelli del suo stesso partito, la Democrazia cristiana, ma le prime avvisaglie di un accerchiamento politico del governo si hanno tra maggio e giugno 1960 quando il Pci e le organizzazioni di sinistra inscenano violente manifestazioni a Bologna e Ravenna contro l’installazione dei missili Nato.

Nel Msi si respira aria delle grandi occasioni: Michelini gode dell’appoggio dei notabili del partito e spinge sull’acceleratore per legittimare le aspirazioni missine. Viene pertanto indetto il VI congresso nazionale, ma è la piazza di Genova, nella quale confluiscono studenti, portuali e marittimi, a determinare le dimissioni del governo e la fine politica, e fisica, di Tambroni: l’ex presidente del Consiglio non verrà più ricandidato dalla Dc – soprattutto a causa della aperta ostilità di Moro – e morirà qualche anno più tardi.

Le modalità quasi rivoluzionarie con le quali i genovesi impediscono il congresso fascista nella propria città determinano una spaccatura a sinistra tra i tradizionali partiti – che si limitano a contrastare l’ipotesi della kermesse secondo modalità puramente legali – e i giovani antifascisti che con il loro accorrere in piazza esprimono insofferenza nei confronti dell’immobilismo di Pci e Psi: non è un caso che il contatto tra studenti, operai e portuali, avvenga superando la mediazione delle strutture partitico-sindacali della sinistra. Allo sciopero del 30 giugno 1960 si arriva dopo anni di malumori per le ristrutturazioni industriali, ma è forte anche il collegamento con la lotta partigiana coi protagonisti degli scontri, i cosiddetti ragazzi con le magliette a strisce, che per motivi anagrafici non hanno partecipato alla guerra di Liberazione pur introiettando un sentimento di ostilità verso il Fascismo che non ammette mediazioni.

Il 25 giugno 1960 c’è uno sciopero di due ore seguito da una manifestazione, dispersa dalle forze dell’ordine con lancio di lacrimogeni. Cinque giorni dopo la città ligure è teatro di violenze tra manifestanti di sinistra e forze di polizia pronte a sparare e a utilizzare le autoblindo. I reparti delle forze dell’ordine vengono schierati in piazza De Ferrari, luogo che si presta al rischio di accerchiamento. La battaglia vera e propria divampa dopo l’omaggio all’Arco dei Caduti di piazza della Vittoria a seguito del comizio del segretario della Camera del Lavoro Bruno Pigna nel quale viene ribadito ancora una volta che Genova non permetterà mai il ritorno del fascismo. L’ordine della carica ai dimostranti viene dato quando le camionette sono fatalmente circondate da ogni lato con gli equipaggi che si trovano addosso i manifestanti armati di bastoni, spranghe di ferro e ganci da portuale. La polizia, quasi nel panico, è costretta ad arretrare e il lancio di candelotti lacrimogeni si rivela controproducente perché gli attivisti di sinistra sanno dove ripararsi mentre le forze dell’ordine, che non conoscono i luoghi, hanno difficoltà nell’evitare i propri stessi gas, le aggressioni, i lanci di sassi e di mattoni. Alla fine della battaglia il questore Giuseppe Lutri comunicherà l’impossibilità di far svolgere il congresso «in modo democratico»:4 l’allusione è alla possibilità di ricorrere a metodi più drastici, senza però che né il ministro dell’Interno, Giuseppe Spataro, né i responsabili dell’ordine pubblico a Genova se la sentano di dar l’ordine di sparare contro i dimostranti. La revoca del congresso missino appare, a questo punto, a tutti inevitabile. Il giorno dopo le autorità propongono di farlo svolgere in un teatro di Nervi, nei pressi di Genova, ma l’esecutivo del Msi con un durissimo comunicato respinge al mittente una simile ipotesi ritenendola inaccettabile per ragioni morali, politiche e organizzative: da qui la denuncia delle «gravissime responsabilità» che da un lato «i sovversivi» e dall’altro il governo si sono assunti nel rendere praticamente irrealizzabile un congresso di partito tollerando «una sfrontata violazione del codice penale vigente».

Nonostante il tentativo da parte di Tambroni di addebitare al Pci la responsabilità per i moti di piazza, appare a tutti subito chiaro come l’accerchiamento del suo esecutivo sia il risultato non soltanto dell’atteggiamento delle sinistre, ma in buona parte anche della stessa Dc. La soluzione alla crisi sarà il ritorno di Fanfani a Palazzo Chigi con Mario Scelba agli Interni: il primo per garantire la sinistra, il secondo l’ordine pubblico.

La rivolta di Piazza Statuto a Torino

Quando i sindacati, reduci dal successo del 13 giugno 1962, con ventiquattro ore di sciopero nazionale dichiarato dalle tre organizzazioni dei metalmeccanici Fiom, Fim e Uilm, indicono lo sciopero per il 7, 8, 9 luglio 1962 la Fiat reagisce facendo preventivamente firmare un accordo separato, con Uil e Sida, il sindacato giallo della casa torinese, che porta ad alcuni aumenti salariali, ma a nessuna novità sui veri motivi dello sciopero (cioè orari di lavoro, ritmi e norme disciplinari). Uil e Sida hanno, con sommo sollievo di Vittorio Valletta, un ampio bacino di voti e la speranza della dirigenza torinese è che l’accordo separato con i sindacati più vicini ai vertici aziendali disinneschi lo sciopero del 7 luglio. Stavolta però i calcoli dei vertici Fiat si riveleranno clamorosamente sbagliati e lo sciopero riuscirà, paralizzando di fatto Torino.

Gli accordi separati firmati dalla Uil e dalla Sida lasciano ampi motivi di risentimento presso una parte degli operai: nel pomeriggio dello stesso 7 luglio iniziano a formarsi degli assembramenti presso la sede del sindacato socialista con lavoratori e forze dell’ordine che finiscono per affrontarsi in furiosi corpo a corpo con tanto di sassaiole, manganellate e lacrimogeni. Nonostante l’impegno di dirigenti del Pci e della Cgil, come Pajetta e Garavini, volto a placare gli animi, per quasi tutta la notte gli scontri di piazza Statuto non conoscono sosta. Alle 11 di domenica 8 luglio la piazza è ancora occupata da migliaia di persone pronte ad affrontare un enorme schieramento di poliziotti e carabinieri con le violente cariche delle forze dell’ordine per disperdere i manifestanti che non sortiscono grandi risultati.

A impressionare è una rabbia, una conflittualità, a lungo repressa che nessuno si aspettava, capace di protrarsi anche per il 9 luglio. I moti di piazza Statuto spaventano stampa, potere e gli stessi partiti di sinistra: sindacati, Psi e Pci, concordano sul fatto che gli scontri siano stati il frutto della azione di agenti provocatori mentre il futuro sindaco di Torino, il comunista Diego Novelli, affermerà che a molti giovani erano state date 1500 lire e sigarette per creare incidenti. Qualcuno parla anche di fascisti, o di immancabili gruppi estremisti, mentre a destra si accusano i comunisti di aver strumentalizzato gli operai e manovrato il popolo torinese in piazza. La novità di quanto successo finisce per cogliere di sorpresa gli stessi operai coinvolti. Qualcuno parla anche di anarchismo sottoproletario di fatto non controllabile dai maggiori partiti della sinistra italiana. Tutti manifestano grande difficoltà nel dire chiaramente quello che è successo: i manifestanti di piazza Statuto sono in buona parte quelli degli scioperi Fiat.

Sui metodi utilizzati dalla polizia, le testimonianze che filtrano riferiscono della cosiddetta galleria somministrata ai fermati in caserma. Anche attraverso questi metodi, le forze dell’ordine riescono a riprendere definitivamente il controllo della situazione nella notte del 10 luglio 1962.

La destra nei primi anni Sessanta

Le elezioni politiche del 1958 sanciscono la fine del centrismo: la Dc ottiene un lusinghiero 42,3 per cento dei voti, migliorando di due punti percentuali rispetto alle precedenti politiche del 1953, ma in casa scudocrociata è chiaro ormai a tutti che non è più possibile sottostare al ricatto di formazioni politiche minori per la formazione di governi cosiddetti centristi. I comunisti, dopo i fatti di Ungheria, si attestano al 22,7 per cento mentre i socialisti toccano il 14,2 per cento. Nonostante il Msi sfiori appena il 5 per cento, il segretario missino Arturo Michelini ha ben chiaro il quadro di fronte a sé: trasformare il suo partito da aggregato di nostalgici del fascismo a formazione politica in grado di garantire la fedeltà atlantica dell’Italia e l’ancoraggio del nostro Paese all’Occidente, il tutto, ovviamente, in chiave anticomunista. I ripetuti e frustranti tentativi del Msi di accreditarsi presso il Pli di Giovanni Malagodi, nell’ottica della formazione di uno schieramento conservatore che consenta al partito erede del ventennio di sdoganarsi ed essere ammesso tra quelli del cosiddetto arco costituzionale, fanno però ben capire a Michelini che per essere considerati democratici non basta essere nemici giurati dei comunisti. L’obiettivo dei missini è sempre quello di rompere l’isolamento e anche le reiterate, e antiche, manovre volte a instaurare buoni rapporti con settori della destra cattolica a livello locale che vanno in questa direzione. Se le gerarchie vaticane vedono favorevolmente una simile alleanza, la ferma opposizione di De Gasperi, sempre contrario a ogni apertura nei confronti della destra postfascista, vanifica qualunque sforzo.

Il segretario del Msi, dal canto proprio, ha dato ampie rassicurazioni circa la volontà del proprio partito di accettare le regole democratiche mettendo definitivamente in soffitta qualsiasi progetto di ricostituzione dello stato totalitario di mussoliniana memoria: una risposta che Michelini avrebbe preferito dare con il congresso di Genova fatto fallire, a suo parere, proprio per il timore che attraverso l’accettazione del metodo democratico da parte del Msi potesse cadere quella conventio ad excludendum5 alla base della marginalizzazione del partito.

Il nuovo corso del Msi è racchiuso in alcuni punti politico-programmatici apparsi sul Secolo d’Italia proprio il 2 luglio 1960, giorno in cui si sarebbe dovuto svolgere il congresso: il partito di Michelini afferma di condividere fino in fondo il metodo democratico (accettando la Costituzione pur nella speranza che possa essere in futuro ampiamente riformata) auspicando un processo di riappacificazione nazionale tra tutti gli italiani.6

Nonostante questo, Michelini e i suoi finiscono per ritrovarsi totalmente isolati dopo il 1960 a seguito del fallimento del governo Tambroni; i monarchici, raccolti nel Pdium, ancora consistenti elettoralmente negli anni Cinquanta, sono fisiologicamente destinati a scomparire nei Sessanta e le elezioni del 1963 finiscono per segnare la quasi definitiva dipartita del Partito democratico di unità monarchica. Al Msi interesserebbe un rapporto di alleanza con il Pli di Malagodi, ma ogni avance viene sempre rispedita al mittente: i liberali non vogliono avere nulla a che fare con i (post) fascisti e finiscono per porre una barriera invalicabile per i missini che vengono di fatto marginalizzati nella vita pubblica e politica italiana.

La crisi del Msi non è solo legata all’isolamento del partito sotto il profilo politico, ma anche alla sempre più evidente incapacità della sua classe dirigente di leggere e comprendere le trasformazioni della società italiana negli anni Sessanta: una incapacità che si esprime nella testimonianza fine a sé stessa e nel rifiuto della modernità. L’altra risposta, e conseguenza dell’isolamento del partito, è quella della estremizzazione delle posizioni politiche con alcune componenti del Msi che cominciano a prefigurare una collaborazione con le forze sane della nazione, cioè i militari. Nel 1963 Clemente Graziani, esponente di punta di Ordine nuovo, sviluppa una riflessione incentrata sulla situazione italiana partendo dai moti di piazza che nel 1960 segnano la fine dell’esperienza politica di Tambroni. Il Msi ha mostrato arrendevolezza, rispetto alla aggressività della sinistra, soprattutto nelle piazze, mentre la diga democristiana al comunismo è venuta meno: da qui, dice Graziani, la conclusione che il comunismo possa essere battuto soltanto sul terreno che esso stesso si è scelto, cioè quello della azione rivoluzionaria, con una destra riformata, forte del sostegno di un nuovo blocco, politico-militare, da costruire ex novo coinvolgendo ambienti dell’esercito e delle forze dell’ordine.7

di Alessandro Gori “lo Sgargabonzi”

Non ho mai amato la fotografia. Anzi non ci sono proprio mai andato d’accordo. Le foto mi hanno sempre dato l’esatta misura di come la realtà sfugga totalmente al nostro controllo e se ne freghi dei nostri progetti, del nostro mettere in fila le cose, del nostro pudore, delle infinite possibilità che meriteremmo. Per me è naturale che le persone sfuggano alle fotografie e che ci sia un patto tacito fra gli esseri umani di non farne assolutamente, se non ai giochi da tavolo che ti arrivano con la scatola ammaccata per avere il reso. E non capisco come mai non sia così.

Ho sempre visto i fotografi come gente morbosa, forse pericolosa, di certo portatrice di una parafilia da curare. Gente che non voglio al mio stesso tavolo, nemmeno per scherzo. Fermare qualcosa nel tempo, ho sempre pensato imponga un atto di serena accettazione, quando non di sudditanza, nei confronti dell’entropia che ha forgiato quel momento, che l’ha reso unico, non replicabile e già differente un attimo dopo. Penso che occorra avere un rapporto pacificato o almeno di civile vicinato con la natura per amare la fotografia o anche solo per accettarla. Io non ce l’ho mai avuto, ho sempre visto la natura come il nemico massimo, un crudele aguzzino che ci umilia, che ci fa invecchiare e morire e nel frattempo non ci risparmia niente. La consapevolezza del nostro quotidiano soccombere, i nostri genitori che si sfasciano senza alcuna colpa sotto i nostri occhi. Per questo le fotografie mi hanno sempre rimandato alla morte. Da che sono nato, non mi è mai successo di sfogliare un album di foto ed essere felice. Al contrario, ogni foto che mi è scorsa davanti agli occhi ha fatto sì che la mia vita peggiorasse impercettibilmente. Vedere le foto dei miei genitori giovani mi fa venire l’istinto di imboccare la prima finestra e abbandonarmi al vuoto.

Ho sempre sospettato che per amare la fotografia serva essere dei cuori semplici che se la raccontano, che si sono consegnati fiduciosi alla natura, che non li devasti vedere quel cerchio perfetto che era la giovinezza sfaldarglisi tra le mani. C’è chi questa cosa la ritiene normale, accettabile, addirittura auspicabile. C’è chi si limita a dire che ha avuto un’infanzia difficile, come se questa sciarada lo saziasse.

E poi c’è chi pensa che l’immaginazione ci faccia volare, ci renda liberi, come una morfina che rende tutto tollerabile. Io al contrario credo che l’immaginazione sia la zavorra che fa diventare spaventoso il contingente, vertiginoso e disperante, perché un eterno split-screen mentale ti mostra senza sconti l’esatto confronto di com’era e di com’è, di come avrebbe potuto essere e di come invece è stato.

Per questo, pur non essendo mai stato un lettore, ho scelto di esprimermi con la scrittura. Per me un racconto è un plastico, un diorama di astrazioni da allestire, in cui mi illudo stupidamente di avere un qualche controllo sulla realtà. Se posso sostituire una parola, cambiare il senso a quella frase, non posso invece tornare indietro e far crescere un sassofrasso dove c’era un olmo quando fu impressa quella pellicola, cambiare la posizione delle foglie, il colore, l’ombra, i vestiti, le stringhe delle scarpe, le rughe, i pensieri, i sentimenti, l’immateriale, il caos indeterministico vaporizzato nelle tavernette delle feste di compleanno come gas nervino. E ho inteso sempre la comicità come un grido di dolore dell’essere umano dinnanzi al suo destino ultimo, al Nulla Eterno che lo risucchia. La risata come qualcosa che non sdrammatizza la morte, bensì la drammatizza. Come giocare violentemente con una sfera di vetro soffiato per sentire il rumore che fa la vita quando si spezza.

Perché allora sono qui? Per lo stesso motivo per cui da piccolo mi faceva impazzire l’idea di incastrarmi gli incisivi fra i denti di una forchetta e fare leva, leccare il velluto, grattare il gesso con le unghie. M’impressionava, non volevo farlo ed è per questo che lo facevo. E le fotografie di questo libro, con la loro scarnificata umanità, con la loro tenerezza fermata prima che si decomponesse, coi mortali che mentre bruciano come cerini cercano di strappare attimi di felicità, sono l’esatta finestra al decimo piano dalla quale non vorrei mai buttarmi, ma che d’istinto imboccherei.

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