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Nemesi · Jun 18, 2026

#39 Vannacci esiste solo se ne parli

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GOG Edizioni · Nemesi

Questa è Nemesi, Anno III Settimana XXVNemesi è la newsletter settimanale del Nemico. Su Nemesi troverete, in esclusiva e in anteprima, tutti gli articoli della settimana della rivista Il Nemico. Gli articoli sono in fondo alla pagina, dopo l’introduzione.

Ci mancherà, è certo che ci mancherà. Avere avuto un Salvini aspirante al trono del proprio paese è una fortuna che capita a una generazione su 10, una volta al secolo. Riempitivo perfetto per tutte quelle conversazioni posizionali e sempliciotte di fine liceo/inizio università, “hai visto che ha detto...”, “hai visto che ha fatto...”, “mamma mia come siamo caduti in basso”, “ma un Tarkovsky da me stasera...”, “e poi quell’altro Di Maio...”. Un uomo disposto a immolarsi nel ridicolo e nello spregevole, per portare in Parlamento i borboglii callosi di mio nonno, e offrire a tutto il resto d’Italia un’occasione per compattarsi ideologicamente come delle sardine, ovvero attratti da scie di luci e colori riflesse nell’acqua e senza alcuna predisposizione al giudizio critico.

In questo numero:

di Alessandro Squillaci

“Per chi era liceale negli anni ’10 è stato il primo cattivo contemporaneo con cui fraternizzare, il primo uomo nero a cui le professoresse iscritte ai Cobas si riferivano con gli occhi alzati al cielo e le voci gonfie di un risentimento senza verve…”

Sarebbe il caso di parlare un po’ forse, ora, del presunto artefice del declino di Salvini, colui che gli ha dato la stoccata finale, il colpo di grazia, il Generalissimo Vannacci, plurilaureato paracadutista e opinionista indomito, che riesce a dire ad alta voce tutto quello che pensa ogni singola persona convintissima di avere un’opinione forte e “scomoda”. Il problema è che Vannacci - un po’ come Salvini prima del Papeete, ai tempi della “Bestia Morisi” - è un problema auto-generativo, ovvero diventa un problema non appena lo riconosciamo come tale, e iniziamo a parlarne, senza finirla più. I media ne vanno pazzi, la sua ascesa infatti è stata causata da un imprevidente giornalista di Repubblica che non sapeva bene di cosa parlare un paio d’anni fa e ha deciso perciò di stroncare l’altrimenti dimenticato Il mondo al contrario, la summa opiniologica di Vannacci, rampa di lancio per i suoi punti di vista rumorosi e per la sua scalata politica.

In questo numero:

di Ubaldo Berti

“Ma non lo vedi che, a partire dall’ovvio pretesto che di figli è pieno il mondo, zompa senza vergogna da un tema all’altro – la famiglia, le relazioni, l’acne, l’amore, la scuola, Fabrizio Corona, il lavoro, la morte di persone o animali –, senza neanche troppo preoccuparsi di mascherare con scadenti e fugaci espressioni di riserva (bisognerebbe che, certo prima dovrei sapere, non per mancare di rispetto al collega che la segue…) la sua presunzione di onniscienza. Ma come fai a non capire che…”

La verità è che il Generale, come tutto ciò che inconsistente, andrebbe semplicemente ignorato, non tanto perché più se ne parla più cresce il suo seguito, ma proprio perché le sue opinioni in realtà non dicono nulla. Un’analisi del testo dei suoi scritti rivela abbastanza velocemente che le sue “verità scomode” non lo sono affatto, o meglio attingono sì al “vero” ma in un senso del tutto non “scomodo”. La sua citazione più illustre, il suo Cogito Ergo Sum, afferma, per esempio, che i gay non siano normali (letteralmente: “cari gay, normali non siete, fatevene un ragione”) ma lo fa giocando su due registri semantici separati: da un lato, leggendo la frase, si gonfia di senso di appartenenza chi questa cosa l’ha “sempre pensata”, ovvero che i gay siano strani e non-normali, nel senso di non-naturali, innaturali; ma il Generale corregge subito il tiro in chiave perbenista e benpensante, dicendo che, semplicemente, per “normale”, egli intende ciò che rientra nella norma statistica, ovvero che è più probabile incontrare un eterosessuale che un gay per la strada, perché gli etero sono di più. Una verità perciò sciapa e autoevidente, che ridotta allo slogan infiamma i bar di provincia, letta per intero lascia impassibili e un po’ confusi circa l’opportunità di proferirla.

In questo numero:

di Vicenzo Profeta

“Il resto dei padiglioni è solo terzomondismo sfacciato: sembrano progettati tutti dallo stesso artista, tranne il padiglione del Giappone — il migliore come idea, tra neonati horror e recupero del senso di essere madri e padri contemporaneamente, visto che l’artista è queer — e qualcosa di salvabile in quello greco. Disarmante, invece, quello austriaco, pieno di azionismo viennese scadente, e quello cinese, un automa o un’IA più arretrata dell’ultimo modello di ChatGPT…”

E così tutto il resto del libro, e in ogni sua affermazione a dire il vero, un colpo alla botte piena di gente aggrappata a quell’unica intuizione intelligente che hanno partorito nella loro vita, ormai vent’anni fa, ovvero che il politically correct è un po’ una fesseria, e l’altro al cerchio per difendersi dalle accuse di omofobia, razzismo e xenofobia, riducendo l’intensità delle sue affermazioni a nulla, e nascondendo la mano. Insomma un gioco mediatico, a cui partecipa chiunque gli presta tempo e indignazione, forse anche noi, qui, in questo momento.

E’ per questo motivo che non diremo granché d’altro sul Generalissimo, rimandiamo invece all’inchiesta di Report sui suoi presunti collegamenti massonici, a questo video di Will (ebbene sì, ma anche un orologio rotto…), e per il resto invitiamo tutti a prendere la questione con leggerezza e parlare di altro, che è l’unica cosa intelligente da fare di fronte ai fenomeni da baraccone. Riparliamone eventualmente neanche se supera il 4%, ma se malauguratamente decidono di assegnarli il posto della Lega e di Salvini, nel prossimo inevitabile governo Meloni.

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