Questa è Nemesi, Anno III Settimana XXIIINemesi è la newsletter settimanale del Nemico. Su Nemesi troverete, in esclusiva e in anteprima, tutti gli articoli della settimana della rivista Il Nemico. Gli articoli sono in fondo alla pagina, dopo l’introduzione.
Se è vero che il lavoro non ci definisce come esseri umani, allora per capire chi siamo, o chi abbiamo difronte, bisogna guardare ai passatempi. Tra tutti, ce n’è uno che spopola indifferentemente, aldilà delle classi sociali, ed è quello verso cui vengono indirizzate la maggior parte, spesso, delle nostre energie e soldi finesettimanali.
È “l’andare a ballare”, abbreviazione comunemente accettata per “andare a ballare la tecno”. Tutti sanno cosa sia la tecno, come nasce - negli anni ’90 nelle città industriali in declino – come, attraverso la ripetizione ossessiva di sonorità sintetiche e accelerate, sia arrivata ben presto a colonizzare l’immaginario festaiolo di un’epoca, quella post-industriale, dai rave nelle fabbriche ai white party nei club esclusivi.
Esistono migliaia di sfumature poi di quella che chiamiamo tutti tecno, intendendo in verità musica elettronica, la varietà del genere è perciò quasi imperscrutabile, e data l’accessibilità dei mezzi e la relativa facilità del mixaggio, tantissimi sono gli artisti. Ciò che rimane invariato e il metodo di fruizione e di ascolto, il ballo, tendenzialmente sgraziato e amatoriale, ma con picchi virtuosi e isolati, e la conciliabilità dell’esperienza, anzi la sua quasi inscindibile associazione, allo sballo da sostanze.
In questo numero:
di Andrea Gallegati
L’India è in rampa di lancio ed è pronta a fare da contrappeso alla caduta suicidaria dell’Europa nei complessi moti di riassestamento degli equilibri internazionali. L’ascesa della “più grande democrazia del mondo”, prima che tecnologica, militare o economica, va intesa come percettiva.
Ci sono varie direttive interpretative attraverso le quali leggere il consumo di sostanze alle serate, c’è per esempio l’asse città-provincia, o le preferenze sessuali, o quelle politiche, lungo le quali si disperde l’eterogeneità metropolitana, omosessuale e rivoluzionaria degli abusi e dei mischioni, assottigliandosi verso la coppia che spopola in campagna, tra gli etero e i conservatori, ovvero Gin Tonic e cocaina. Fatto sta che la condizione minima per dire di trovarsi a una serata, tolto tutto il resto, è che si balli e ci si sballi. Se viene meno una delle due condizioni, vuol dire che ci troviamo in una crackhouse oppure a una dannata festa delle medie.
Sono decenni ormai che il contesto privilegiato di incontro tra i non-adulti prevede sempre però una qualche forma di fruizione di musica elettronica, un djset, un tizio che passa dei vinili, una radio underground in differita. E da altrettanto tempo che si prova in qualche modo a presentare l’esperienza come liberatoria, come giocosa, se non addirittura, in alcuni contesti, come rivoluzionaria e anticapitalista. Se ne capisce bene il perché. Poche altri sono i contesti sociali nei quali ci si riunisce tra sconosciuti senza uno scopo, nell’allegria e nella leggerezza, tra effusioni erotiche, stordimento generalizzato ed edonistico e abbassamento della soglia del giudizio; e tra tutti quello delle serate è quello più riconosciuto e frequentato.
Le prime esperienze di questo tipo sono davvero molto liberatorie per chiunque le faccia, e lo sono tanto più se avvengono in contesti diversi dal proprio di provenienza. Aiutano a decostruire alcune rigidità personali, a conoscere nuove forme di relazione, a vivere in modo più leggero e meno giudicante. Negli anni abbiamo infatti notato, in modo puramente aneddotico, un chiaro effetto di defascistizzazione dovuto alla accoppiata tecno-MDMA sui nostri ex-compagni di scuola che erano finiti nel vortice Blocco Studentesco/Casapound, e passavano le serate liceali a bere Negroni e prendersi a cinghiate. È un effetto evidente e costante, che andrebbe studiato meglio; ci ripromettiamo di farlo in futuro. Per ora possiamo solo ipotizzare che abbia qualcosa a che fare con l’amore incondizionato e chimico che causa quella molecola in chi l’assume, che si concilia male con il settarismo identitario e rigido del branco.
In questo numero:
di Filippo Marasco
“…i tuoi pezzettini minuscoli di carne e odori si unissero ai loro ricettori, vorresti riempirli tutti del tuo corpo, fino alle ossa, in fondo tutta la tua stanza ha l’odore delle tue ossa, pensi, mentre te ne stai chiuso dentro il tuo scheletro che dà sulla strada, con lo sguardo abbassato, nel tuo odore, butti un occhio al tuo telefono, e a casa tutti bene, a 6000 kilometri dalla tua Roma, videochiamata su Viber, coi contorni tutti violetti, a casa ti parlano senza l’odore delle tue ossa, e li senti che dietro lo schermo loro sentono la terra e l’asfalto bagnato dalla pioggia, guardi i pixel di tua madre che sorride dolce e preoccupata e ti sembra di ricordarti l’odore delle sue labbra…”
Ma volevamo in verità provare a parlare proprio dell’opposto. Ci sembra di notare, con gli anni, una sorta di immobilità ideologica intorno al tema delle serate, delle droghe, delle feste. Come se quanto si è appena scritto qui sopra fosse diventato ormai un dogma religioso, il presupposto indubitabile di qualsiasi forma di assembramento. E cioè che basterebbe mettere insieme dei corpi, inondarli di bpm, creare uno spazio safe per l’abuso collettivo, e va da sé che qualche forma di comunità rivoluzionaria o qualche presa di coscienza anticapitalista dovrebbe occorrere. Nonostante il fatto che quella forma di comunità e quella presa di coscienza siano in verità sempre la stessa, sempre identica, fin dalla prima volta.
Una ripetizione ossessiva dello stesso rituale, dove nell’estrema libertà di pensarsi, muoversi e stordirsi, ci si finisce per pensare, muovere e stordire sempre nello stesso identico modo, con l’unica variabile notevole dei corpi che invecchiano o delle nuove leve che appaiono sulla scena e si immettono nel flusso.
Tutto questo censurando il pensiero che queste forme di esistenza e di svago sono state e sono ancora del tutto conciliabili con il peggiore dei mondi possibili che sembra invece starsi costituendo sulla scena politica, che tutte quelle energie liberatorie e rivoluzionarie si dissipano, ballo dopo ballo, sballo dopo sballo, in uguali ed effimere realizzazioni di “libertà”, alle quali, giunti a una certa età, si smette di prendere parte non per i risultati raggiunti, ma per noia e il sopraggiungere di altri impegni.
In questo numero:
di Jacopo di Gerlando
“Ma come mai allora, oggi che Sinner è una divinità e il tennis italiano in uno stato di forma senza precedenti, non riesco a gioire? Come mai le vittorie di Jannik non mi fanno né caldo né freddo se per anni tutto quello che ho sempre sognato era di vedere un tennista italiano non dico numero 1 al mondo, ma almeno vincere qualcosina?”
Che ne sarebbe invece se tutto quel tempo e quelle risorse fossero investite non diciamo in noiosissime assemblee politiche, ma in giochi veri e propri, in forme di aggregazione mutevoli, magari anche con delle regole, dove ciascuno indossa un ruolo, con la leggerezza di una maschera, e fa esperienza dei suoi pensieri laterali, dei suoi blocchi, delle sue aspettative e dei suoi desideri, invece dell’unica sempre uguale e sempre più stanca forma di gioco ormai concessa, il droga-droga balla rimorchia (se va bene) e ricomincia il lunedì.
Giochi che potrebbero investire più ambiti dell’esistenza, che non richiedono premi o elucubrazioni, ma solo la volontà di stare insieme e darsi delle regole condivise, per provare a socializzare accedendo da una via periferica, e non sempre e soltanto rimanendo in quella superfice edonistica dove vale tutto, ma perché tutto è ugualmente indifferente.

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