Non tutte le strade portano da qualche parte. Alcune portano dentro.
Giravamo da dieci minuti con il passeggino.
Cercavo ombra — quella combinazione precisa di sole non troppo forte e movimento costante che, di solito, fa addormentare Niccolò in pochi minuti. Una strategia collaudata. Quasi infallibile.
Quel giorno però non voleva dormire.
Mi ha guardato, serio come solo i bambini sanno essere quando fanno una domanda importante, e mi ha chiesto:
“Papà, dove stiamo andando?”
La storia
La risposta onesta sarebbe stata semplice. “Da nessuna parte, amore. Giriamo per farti addormentare.” Vera, pratica, sufficiente.
Ma mi sono fermato un secondo prima di rispondere. Perché una domanda così bella, fatta con quella serietà, mi sembrava meritasse qualcosa di più.
Non per lui — lui avrebbe accettato qualsiasi risposta, anche la più banale, e sarebbe tornato a guardare le foglie. Per me.
Ho capito, in quei pochi secondi di silenzio, che la domanda non riguardava solo quella passeggiata. Riguardava tutto. Dove sto andando con il lavoro. Dove sto andando con la newsletter che scrivo ogni settimana. Dove sto andando come padre, come marito, come uomo che ha perso suo padre troppo presto e sta ancora imparando a orientarsi senza di lui.
Niccolò mi aveva fatto la domanda più grande che esista, travestita da domanda piccola.
La lezione
Non stavamo andando da nessuna parte di preciso. E forse è proprio questo il punto.
Con un bambino di due anni, andare non significa raggiungere. Significa attraversare. Ogni cosa che vede lungo il percorso — un cane, una foglia che cade, un rumore strano — diventa una destinazione temporanea. Non sta cercando un posto. Sta abitando il tragitto.
Andare con lui significa respirare il suo mondo interiore. Significa accettare di non avere una meta — e saper improvvisare quando la meta non esiste.
Noi adulti abbiamo perso questa capacità. Vogliamo sempre sapere dove stiamo andando — nel lavoro, nella vita, nelle relazioni. Pianifichiamo, misuriamo, ci diamo scadenze. E quando non sappiamo rispondere alla domanda “dove stai andando” ci sentiamo persi, falliti, in ritardo su qualcosa che nessuno ha mai davvero definito.
Niccolò mi ha fatto la stessa domanda senza avere paura della risposta. Per lui andare da nessuna parte e andare ovunque erano la stessa cosa.
Il pensiero pratico
Ho iniziato a scrivere Il Margine Bianco senza sapere bene dove stessi andando. Ogni settimana una lettera, senza una strategia rigida, senza un piano editoriale di mesi. Andando dove la settimana mi portava — un nonno che cantava, una zia che reinventa la sua vita, un bacio che guarisce un ginocchio.
All’inizio mi sembrava una mancanza di metodo. Adesso penso fosse l’unico metodo onesto possibile.
Se stai costruendo qualcosa — un progetto, una voce, una presenza — e qualcuno ti chiede dove stai andando, va bene anche rispondere: non lo so ancora del tutto. Sto attraversando. Sto respirando quello che incontro.
Non è una risposta debole. È forse la più onesta che esista.
La domanda di questa settimana
Se qualcuno ti chiedesse adesso “dove stai andando” — nella vita, nel lavoro, in quello che stai costruendo — sapresti rispondere? E se non lo sapessi, ti faresti bastare questo?
Raccontamelo. Anche “non lo so” è una risposta che voglio sentire.
Con affetto,
Riccardo
(e Niccolò, che non aveva nessuna fretta di saperlo)
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