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Il Finestrino - lo sguardo sul mondo di e con Andrea Cegna · Jul 8, 2026

Lo stencil che non se ne va. Vent’anni della APPO, quando Oaxaca immaginò un altro modo di governarsi

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AndreaCegna · Il Finestrino - lo sguardo sul mondo di e con Andrea Cegna

Nello Zócalo di Oaxaca, stretto tra un bar e un ristorante ormai pensati soprattutto per i turisti, resiste uno stencil quasi cancellato. C’è scritto soltanto APPO. La vernice è consumata dal sole e dalla pioggia, ma continua a raccontare una storia. Quella dei giorni in cui il centro della città non apparteneva ai visitatori ma ai suoi abitanti, quando le piazze diventarono assemblee, le strade barricate, le radio strumenti di autogoverno e la politica uscì dai palazzi per tornare nelle mani della gente.

Oaxaca è uno dei luoghi dove il Messico mostra tutta la propria complessità. Stato profondamente plurinazionale, terra di popoli originari, di autonomie comunitarie e di una lunga tradizione di resistenza, continua oggi a fare i conti con il colonialismo interno, l’avanzata dell’estrattivismo, la turistificazione del centro storico e la pressione del crimine organizzato. Eppure, vent’anni dopo, quando si pronuncia quella parola – APPO – il tempo sembra fermarsi. Perché non ricorda soltanto una rivolta. Ricorda il momento in cui una città scoprì di poter vivere senza il proprio governo, contro il proprio governo e, per alcuni mesi, oltre il proprio governo.

La protesta che avrebbe cambiato la storia dello Stato non nacque il 14 giugno. Il 22 maggio 2006, come accadeva ogni anno, la Sezione 22 della CNTE, il sindacato democratico degli insegnanti, aveva installato il tradizionale plantón nello Zócalo per chiedere aumenti salariali, investimenti nella scuola pubblica e maggiori risorse per uno degli stati più poveri del Messico. Il governatore priista Ulises Ruiz Ortiz decise di chiudere rapidamente la vertenza con la forza. L’operazione si inseriva in un clima nazionale segnato dalla repressione: poche settimane prima, a San Salvador Atenco, il governo dello Stato del Messico guidato da Enrique Peña Nieto aveva represso brutalmente il Fronte dei Popoli in Difesa della Terra; nello stesso anno gli scioperi dei minatori di Cananea, Lázaro Cárdenas e Sombrerete erano stati affrontati con lo stesso metodo. Tutto sembrava indicare che lo Stato avesse scelto la repressione come unica risposta ai conflitti sociali.

A Oaxaca accadde il contrario.

All’alba del 14 giugno migliaia di agenti tentarono di sgomberare il presidio con gas lacrimogeni, blindati ed elicotteri. Gli insegnanti resistettero. Migliaia di abitanti uscirono spontaneamente dalle case per difenderli. Dopo ore di scontri la polizia fu costretta a ritirarsi. In poche ore una vertenza sindacale smise di essere soltanto una vertenza sindacale e si trasformò in una mobilitazione cittadina. Molti avrebbero poi definito quella giornata l’inizio della prima insurrezione sociale del XXI secolo in Messico.

Nei giorni successivi accadde qualcosa che nessuno aveva previsto. La solidarietà verso il magistero si trasformò in organizzazione politica. Tra il 17 e il 21 giugno oltre trecento organizzazioni sociali, comunità indigene, sindacati, collettivi femministi, gruppi ambientalisti, artisti, studenti, radio comunitarie, associazioni civili e semplici cittadini iniziarono a riunirsi in assemblee aperte. Non si discuteva più soltanto di salari o di scuola. La domanda riguardava il futuro dello Stato di Oaxaca, il suo sistema politico, il rapporto tra istituzioni e società.

Da quelle assemblee nacque la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca, la APPO.

Che cos’era davvero?

Lo storico e attivista Gustavo Esteva se lo domandò fin dall’inizio: «Che razza di organizzazione è questa? Qual è la natura e la portata di questo singolare animale politico?»

Forse la risposta non è mai arrivata del tutto.

La APPO non era un partito. Non era un fronte elettorale. Non era nemmeno un semplice coordinamento. Era, come la definì lo stesso Esteva, un movimento di movimenti. Vi convivevano insegnanti, comunità zapoteche, mixe, mixteche e chinanteche, collettivi femministi, artisti, studenti, organizzazioni contadine, radio comunitarie, gruppi libertari, associazioni per i diritti umani, sindacati, abitanti dei quartieri popolari e persone che fino a quel momento non avevano mai partecipato a un’assemblea.

La Sezione 22 rimase una delle colonne portanti della mobilitazione, ma non ne fu più l’unico motore. La APPO finì per rappresentare qualcosa di molto più grande dello stesso movimento degli insegnanti: una parte consistente della società oaxaqueña aveva deciso di prendere parola in prima persona.

La richiesta immediata era una sola: le dimissioni di Ulises Ruiz.

Ma sarebbe riduttivo raccontare la APPO come un movimento contro un governatore.

La domanda che attraversava Oaxaca era molto più radicale.

Chi governa davvero un territorio? Lo Stato? I partiti? Oppure le comunità organizzate?

Per quasi sei mesi Oaxaca visse qualcosa che molti osservatori definirono la Comuna di Oaxaca. Tra giugno e ottobre la polizia praticamente scomparve dalle strade del centro storico. Il governatore e i suoi collaboratori si riunivano in alberghi o abitazioni private lontano dal cuore della città. Le donne occuparono la radio e la televisione pubblica, trasformandole nella celebre Radio Cacerola. Dopo la distruzione di Radio Plantón furono soprattutto Radio Universidad e le emittenti comunitarie a diventare il sistema nervoso della mobilitazione: microfoni aperti, comunicati, dibattiti, richieste d’aiuto, racconti dai quartieri e coordinamento delle iniziative.

Di notte, dalle undici fino all’alba, centinaia di barricate proteggevano i quartieri dagli attacchi dei gruppi armati vicini al governo. Ma ridurle a semplici opere difensive sarebbe un errore. Attorno alle barricate si organizzavano cucine popolari, assemblee, letture poetiche, concerti, laboratori artistici e momenti di socialità. Attraverso le radio occupate si discuteva di diritti umani, difesa dell’acqua, autonomie indigene, patrimonio culturale, diritti delle donne, comunicazione, territorio e perfino della possibilità di convocare un’Assemblea Costituente per rifondare democraticamente lo Stato di Oaxaca. Il Son de la Barricada, interpretato da Fernando Guadarrama, divenne la colonna sonora di quella stagione.

La APPO funzionava come un’assemblea di assemblee. Ogni organizzazione manteneva la propria autonomia. Nessuno poteva parlare a nome di tutti. La sua pratica politica guardava alla comunalidad indigena, al consenso, al tequio, al principio del mandar obedeciendo. Non cercava di conquistare il potere per sostituire un’élite con un’altra. Cercava di cambiare il modo stesso di esercitarlo.

Era questa la sua vera radicalità.

Per questo molti dei suoi protagonisti sostengono ancora oggi che la lotta non riguardava soltanto la caduta di Ulises Ruiz. La democrazia promessa dall’alternanza del 2000 non era arrivata. Votare ogni sei anni non bastava. La politica andava riportata nei quartieri, nelle comunità, nelle assemblee.

Naturalmente la APPO non era priva di contraddizioni. Convivevano culture politiche differenti, strategie spesso incompatibili, protagonismi e tensioni tra organizzazioni. Ma proprio quella pluralità rappresentava la sua forza. Era un movimento che non cercava l’uniformità, bensì il coordinamento.

Con il passare dei mesi il governo scelse definitivamente la strada della violenza. Alle incursioni dei gruppi paramilitari, passati alla storia come le “carovane della morte”, si aggiunsero le operazioni delle forze federali. Il 27 ottobre il conflitto raggiunse uno dei suoi momenti più drammatici. Durante un attacco contro una barricata nel quartiere di Santa Lucía del Camino venne ucciso il videoreporter statunitense Brad Will, collaboratore di Indymedia. Le immagini registrate poco prima della sua morte fecero il giro del mondo e trasformarono Oaxaca da conflitto locale a caso internazionale.

Due giorni dopo migliaia di agenti della Polizia Federale Preventiva entrarono nella capitale. Il 25 novembre arrivò l’offensiva finale contro il movimento. Il bilancio fu pesantissimo: oltre venti persone assassinate, decine di desaparecidos, centinaia di arresti arbitrari, torture e persecuzioni contro attivisti, giornalisti e difensori dei diritti umani.

La APPO venne dispersa.

Ma fu davvero una sconfitta?

Il giornalista Sergio de Castro Sánchez, autore di Oaxaca: más allá de la insurrección, propone una lettura diversa. Una vittoria, sostiene, non si misura soltanto osservando se cade o meno chi governa. Si misura soprattutto da ciò che cambia nelle persone, nelle comunità, nel modo di fare politica.

Da questo punto di vista Ulises Ruiz non cadde.

Ma Oaxaca cambiò.

Vent’anni dopo, davanti al Palazzo del Governo, organizzazioni sociali, comunitarie, femministe, indigene e per i diritti umani si sono ritrovate per una giornata significativamente intitolata “20 anni della APPO e le sfide attuali”. Non una commemorazione nostalgica, ma un esercizio di memoria politica. Fotografie del 2006, testimonianze delle barricate, incontri tra generazioni, riflessioni sul ruolo delle donne, dei popoli originari e dei movimenti sociali, fino al ritorno del Son de la Barricada. Al centro della discussione non c’era il passato, ma il presente: l’espansione del crimine organizzato, i progetti estrattivi, la crisi ambientale, le sparizioni forzate, la criminalizzazione della protesta e la necessità di ricostruire un movimento sociale oggi più frammentato ma ancora capace di parlare a tutto il Messico.

La APPO non esiste più come soggetto unitario.

Ma continua a vivere.

Vive nelle radio comunitarie. Nelle lotte della Sezione 22. Nelle autonomie indigene. Nei movimenti contro le miniere e in difesa dell’acqua. Nei collettivi femministi. Nelle comunità che continuano a praticare il mandar obedeciendo e a diffidare di chi pretende di parlare a nome del popolo senza più ascoltarlo.

Forse è questa la sua eredità più profonda.

Aver dimostrato, anche solo per pochi mesi, che la politica può essere molto più di una competizione per il potere. Può essere una comunità che decide, discute, resiste e governa sé stessa.

Lo stencil nello Zócalo quasi non si vede più.

L’idea che rappresentava è ancora nel cuore e negli occhi di chi era li.

Read the original on ilfinestrino.substack.com

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