Ogni giovedì era lì
.
In Plaza de Mayo. Lei assieme a tutte quelle donne che decisero di sfidare dittatura civico-militare-ecclesiastica che aveva deciso di far sparire i loro figli e nipoti. Hanno svelato al mondo cos’era il governo di Videla e poi hanno iniziato una lotta incessante e senza pausa per i diritti umani in Argentina e non solo. Il giovedì era la loro ossessione, la democrazia il loro obiettivo, un mondo diverso un obiettivo, abbracciare i loro figli e le loro figlie il sogno mai nascosto. Negli ultimi anni arrivava, ovunque, seduta su una carrozzina, il fazzoletto bianco sulla testa, il corpo inevitabilmente segnato dal tempo. Ma la determinazione era la stessa di sempre. Continuava a girare attorno alla Pirámide insieme alle altre Madres, continuava a chiedere dove fossero i figli e le figlie desaparecidos, continuava a ricordare che la memoria non è un esercizio sul passato ma una pratica del presente.
Il 14 giugno 2026 Taty Almeida se n’è andata, a pochi giorni dal suo novantaseiesimo compleanno.
Eppure è difficile scrivere di lei usando il passato. Com’è impossibile farlo di Norita e di Hebe. E di ognuna di queste monumentali donne. Incontrarle per me è stato incredibile. Sentire le loro storie, la loro rabbia, la loro voglia di giustizia. Mai si sono sentite sconfitte. Forse solo la morte ha quella forza.
Taty, con la morte di molte, troppe madres, era diventata qualcosa di più di una delle storiche Madres de Plaza de Mayo. Era una presenza. Una voce. Un corpo ostinato che continuava a stare nelle piazze, nelle manifestazioni, nelle università, nelle lotte sindacali, nelle mobilitazioni femministe, nelle campagne per i diritti umani. C’era sempre. Prima di Milei e soprattutto con e contro Milei.
Come tante altre Madres, non era nata militante. Lo era diventata quando il terrorismo di Stato le aveva strappato suo figlio Alejandro Almeida, sequestrato e fatto sparire il 17 giugno 1975. Prima ancora del golpe militare. Da allora aggiunse il suo corpo, la sua gola e la sua vita a quella costruzione collettiva che sono le Madres. Quelle donne che, a partire da una ronda in Plaza de Mayo e poi nelle piazze di tutto il paese, con un fazzoletto bianco sulla testa e una domanda semplice e radicale — dove sono i nostri figli e le nostre figlie? — riuscirono a scavare una breccia nella più feroce delle dittature.
La loro forza non stava soltanto nella denuncia. Stava nella capacità di trasformare un dolore individuale in una battaglia collettiva. Di fare della memoria un movimento. Taty incarnava perfettamente quella storia. Non cercava soltanto Alejandro. Cercava tutti i figli e tutte le figlie che la dittatura aveva provato a cancellare.
E Alejandro continua a vivere in mille modi. Anche attraverso il calcio.
Era tifoso del Racing Club e Taty non smise mai di ricordarlo anche attraverso quei colori. In Argentina il calcio è spesso il luogo in cui si custodiscono le memorie popolari e le assenze. Così il nome di Alejandro è rimasto tra quelli dei desaparecidos dell’Academia e il legame tra Taty e il Racing è diventato, negli anni, una forma ulteriore di resistenza contro l’oblio. Perché una persona non scompare davvero finché qualcuno continua a pronunciarne il nome, a raccontarne la storia, a ricordare le passioni che l’hanno accompagnata.
Non ha mai mai smess di camminare al fianco delle lotte del presente. Era nelle piazze con i lavoratori. Con gli studenti. Con i pensionati. Con chi difendeva i diritti umani e la giustizia sociale. Per questo, quando nell’aprile scorso l’Universidad de Buenos Aires le conferì il titolo di dottore honoris causa, León Gieco la definì «un pilastro della democrazia argentina». Non era una formula celebrativa. Era il riconoscimento di una vita intera spesa a ricordare che la democrazia non vive soltanto nelle istituzioni ma nelle persone che ogni giorno la difendono. Ha parlato dal palco l’8 marzo accompagnata, con le altre madres, come sempre, da cori da stadio. Era in piazza il 24 di marzo nel 50esimo anniversario di quell’abominio dittatoriale che con un genocidio ha segnato la storia del paese. E c’era fino a qualche giovedì fa.
Per questo oggi la salutano mondi diversi. Gli organismi per i diritti umani, i sindacati, i movimenti territoriali, le organizzazioni villere, il femminismo popolare. Ni Una Menos la ricorda come una compagna che non ha mai smesso di mettere il proprio corpo nelle piazze. La Garganta Poderosa la saluta come una voce imprescindibile delle lotte popolari. Non è l’omaggio rituale che segue ogni morte importante. È il riconoscimento di una presenza concreta. Taty aveva capito che la memoria non consiste nel custodire il passato sotto una teca di vetro. Consiste nello stare accanto a chi continua a reclamare giustizia nel presente.
E poi c’era Diego.
Non é strano accostare una Madre di Plaza de Mayo e il più grande calciatore argentino di sempre. Taty Almeida e Diego Maradona si riconoscevano. Li univa qualcosa che andava oltre la notorietà. La scelta di stare sempre da una parte precisa della barricata. Diego non nascose mai il proprio sostegno alle Madres e agli organismi per i diritti umani. Taty vedeva in lui uno di quei rarissimi personaggi popolari che non avevano paura di schierarsi. Quando si incontravano sembravano appartenere alla stessa famiglia politica e sentimentale: quella degli ostinati, di chi non accetta l’indifferenza come destino.
Negli ultimi anni Taty parlava spesso del passaggio di testimone alle nuove generazioni. Sapeva bene che il tempo è implacabile. Ma ogni volta che affrontava l’argomento lo faceva con l’ironia che non l’ha mai abbandonata.
«Nonostante i bastoni e le sedie a rotelle, noi pazze continuiamo a stare in piedi», diceva sorridendo.
In quella frase c’era tutta la sua storia. La consapevolezza della fragilità del corpo e, allo stesso tempo, la forza di una volontà che non aveva alcuna intenzione di arrendersi.
Pochi mesi fa aveva pronunciato parole che oggi suonano come un testamento politico e affettivo.
«In me ci sono tutte le Madri: quelle che ci sono ancora, quelle che non ci sono più, ma che continueranno sempre a esserci».
Sembrava una preghiera laica. Era soprattutto una verità.
Perché dentro Taty vivevano tutte quelle donne che trasformarono la maternità in ribellione e il lutto in una delle più straordinarie esperienze di resistenza civile della storia contemporanea.
Resta allora l’immagine del giovedì.
Una donna anziana in carrozzina che continua a girare attorno alla Pirámide de Mayo. Apparentemente fragile. In realtà gigantesca.
Resta quella ronda che da quasi cinquant’anni sfida l’oblio.
Resta Taty Almeida.
E resta il compito che lei e le altre Madres hanno lasciato a chi viene dopo: continuare a stare in piedi.
Forse da qualche parte, nella memoria popolare argentina, Alejandro continua a cantare per il Racing, Diego continua a stringere tra le mani il fazzoletto bianco delle Madres e Taty continua la sua ronda.
Tutti dalla stessa parte della storia.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.