Questa volta è ghiotta, il calendario me lo permette e così guardiamo alla storia dei movimenti latinoamericani: 26 di luglio a Cuba.
Correva l’anno 1953. La Guerra fredda divideva il mondo in due blocchi, mentre a sud degli Stati Uniti pesava ancora una lunga storia di occupazioni militari, colpi di Stato, dipendenza economica e governi costruiti o sostenuti dentro gli interessi di Washington. In America Latina la sovranità era spesso proclamata nelle Costituzioni e limitata nella realtà. Cuba conosceva bene quella contraddizione.
Il 26 luglio comincia una storia rivoluzionaria destinata a vincere e a segnare la seconda metà del Novecento con il suo seme utopico. E comincia andando incontro a quella che, guardata soltanto militarmente, è una sconfitta. Ma che alla fine sconfitta non sarà.
Questa storia comincia prima dell’alba, a Santiago de Cuba.
Ma per arrivarci bisogna tornare indietro di mezzo secolo.
Cuba era formalmente indipendente dalla Spagna da poco più di cinquant’anni, ma quell’indipendenza era nata già mutilata.
E per capirlo bisogna partire da José Martí. Poeta, intellettuale, organizzatore rivoluzionario e soprattutto uno dei padri dell’indipendenza cubana, Martí aveva dedicato gli ultimi anni della propria vita a ricostruire il movimento indipendentista e a preparare una nuova guerra contro il colonialismo spagnolo. Morì in combattimento nel 1895, tre anni prima della sconfitta definitiva di Madrid. Ma nella sua idea di indipendenza c’era già una seconda preoccupazione: liberare Cuba dalla Spagna senza permettere che l’isola finisse sotto la tutela della nuova potenza che cresceva a nord, gli Stati Uniti.
La guerra contro il colonialismo spagnolo, infatti, non si concluse semplicemente con la vittoria degli indipendentisti cubani. Nel 1898 gli Stati Uniti entrarono nel conflitto contro Madrid e, dopo la sconfitta della Spagna, occuparono militarmente Cuba. Le truppe statunitensi rimasero sull’isola fino al 1902. Quando nacque formalmente la Repubblica cubana, Washington subordinò il proprio ritiro all’inserimento nella Costituzione dell’Emendamento Platt. Gli Stati Uniti si attribuivano così il diritto di intervenire negli affari interni dell’isola, ponevano limiti alla politica internazionale e finanziaria del nuovo Stato e ottenevano la possibilità di installare basi navali.
È dentro questo sistema che nasce Guantánamo. Nel 1903 il governo cubano concesse agli Stati Uniti l’uso di una parte della baia per una base navale. La concessione non aveva una data di scadenza prestabilita: gli accordi prevedevano che potesse terminare con il consenso di entrambe le parti. Dopo il 1959 il governo rivoluzionario ne contesterà la legittimità e chiederà la restituzione del territorio, mentre Washington continuerà a richiamarsi agli accordi precedenti. Guantánamo rimane così, ancora oggi, una specie di fossile materiale di quella sovranità limitata nata all’inizio del Novecento.
E l’Emendamento Platt non rimase una minaccia sulla carta. Gli Stati Uniti intervennero direttamente più volte nella vita politica cubana. Tra il 1906 e il 1909 tornarono a occupare militarmente l’isola e negli anni successivi mantennero una forte capacità di condizionamento. Parallelamente cresceva il peso economico del capitale statunitense: zucchero, banche, ferrovie, elettricità, miniere e grandi proprietà agricole finirono sempre più intrecciati agli interessi del vicino del nord.
Cuba era dunque diventata una Repubblica, ma una Repubblica dalla sovranità incompleta. Era uscita dall’impero spagnolo senza riuscire a conquistare fino in fondo quell’indipendenza che Martí aveva immaginato.
È dentro questa contraddizione che bisogna leggere anche la lunga crisi politica che porterà a Fulgencio Batista.
Nel 1933 una grande mobilitazione popolare, operaia e studentesca contribuì alla caduta del dittatore Gerardo Machado. Per qualche mese sembrò aprirsi un’altra possibilità. Il governo dei cosiddetti Cento Giorni, con Ramón Grau San Martín alla presidenza e Antonio Guiteras tra le figure più radicali, tentò riforme sociali, nazionaliste e una maggiore autonomia dagli Stati Uniti.
Ed è proprio dentro quella crisi che emerge un sergente dell’esercito destinato a dominare la politica cubana per buona parte dei successivi vent’anni: Fulgencio Batista.
Nel settembre del 1933 Batista partecipa alla cosiddetta rivolta dei sergenti, conquista rapidamente il controllo delle forze armate e diventa l’uomo decisivo del nuovo equilibrio politico. Non è ancora presidente, ma negli anni successivi esercita un enorme potere dietro una successione di governi. Il progetto più radicale nato dalla rivoluzione del 1933 viene progressivamente sconfitto. Guiteras, che tenta di costruire un’organizzazione rivoluzionaria antimperialista, viene ucciso dall’esercito nel maggio 1935.
La storia di Batista, però, non è lineare. Negli anni Trenta costruisce alleanze anche con settori sindacali e con i comunisti cubani, partecipa al processo che porta alla progressista Costituzione del 1940 e nello stesso anno viene eletto regolarmente presidente. Quella Costituzione riconosce importanti diritti sociali e diventerà, dodici anni più tardi, uno dei riferimenti politici degli stessi giovani che assalteranno il Moncada.
Terminato il mandato nel 1944, Batista lascia temporaneamente il Paese. Seguono le presidenze di Ramón Grau San Martín e Carlos Prío Socarrás. Sono governi costituzionali, ma attraversati da corruzione, clientelismo, violenza politica e crescente disillusione.
È contro quella degenerazione che Eduardo Chibás costruisce il Partido del Pueblo Cubano, detto Ortodoxo. Chibás denuncia senza tregua la corruzione del sistema e rivendica indipendenza economica, libertà politica e giustizia sociale.
«Popolo di Cuba, alzati e cammina. Popolo cubano, svegliati».
Chibás muore nel 1951 dopo essersi sparato durante una trasmissione radiofonica. Per una generazione di giovani cubani il suo ultimo aldabonazo, il suo ultimo colpo battuto alla porta della coscienza nazionale, rimane un’eredità politica.
Tra quei giovani c’è un avvocato di nome Fidel Castro.
Intanto la Guerra fredda è arrivata con tutta la sua violenza anche in America Latina. L’anticomunismo diventa uno strumento per difendere interessi economici e geopolitici e per colpire governi, sindacati e movimenti considerati incompatibili con l’ordine continentale costruito da Washington.
Nel 1952 Cuba dovrebbe tornare alle urne. Batista si candida nuovamente alla presidenza, ma le sue possibilità di vittoria sono scarse. Il Partido Ortodoxo appare invece in una posizione molto più favorevole.
Batista decide allora che le urne non devono parlare.
Il 10 marzo 1952 prende il potere con un colpo di Stato militare.
L’ordine costituzionale viene spezzato, il Parlamento sciolto, le garanzie costituzionali sospese. La repressione contro oppositori, studenti e sindacalisti aumenta. Gli Stati Uniti riconoscono il nuovo governo e mantengono con esso stretti rapporti economici e militari.
Quattro giorni dopo il golpe Fidel Castro scrive:
«È l’ora dei sacrifici e della lotta».
Per una parte della nuova generazione cubana la questione diventa brutalmente semplice: se una dittatura ha cancellato le elezioni con le armi, può essere abbattuta attraverso le istituzioni che essa stessa ha distrutto?
La risposta di quel gruppo di giovani è no.
Bisogna tentare l’insurrezione.
E qui ritorna José Martí.
Il 1953 è il centenario della sua nascita e quella generazione comincia infatti a definirsi Generación del Centenario. Martí non è soltanto l’eroe della guerra contro la Spagna. Diventa il ponte tra due rivoluzioni: quella iniziata nell’Ottocento contro il colonialismo spagnolo e quella ancora da compiere contro la dittatura, la dipendenza e una sovranità rimasta incompleta.
Il Moncada, da questo punto di vista, non nasce soltanto contro Batista.
Nasce anche dall’idea che la guerra per l’indipendenza cubana non fosse ancora davvero finita.
Il piano è audace.
Assaltare simultaneamente due installazioni militari nell’oriente dell’isola: il cuartel Moncada di Santiago de Cuba, una delle principali fortezze militari del Paese, e il Carlos Manuel de Céspedes di Bayamo. Impadronirsi delle armi. Lanciare un appello alla popolazione. Trasformare l’azione militare nell’innesco di un’insurrezione.
La data scelta è il 26 luglio 1953, durante il carnevale di Santiago.
Prima di partire viene letto il Manifesto del Moncada, scritto dal poeta Raúl Gómez García sotto l’orientamento di Fidel. Gómez García legge anche i suoi versi di Ya estamos en combate.
Poi parla Fidel.
«Compagni: potremo vincere tra poche ore o essere sconfitti; ma in ogni caso, ascoltatelo bene, compagni, in ogni caso il movimento trionferà. Se vinceremo domani, si realizzerà più rapidamente ciò a cui aspirava Martí. Se accadesse il contrario, il gesto servirà da esempio al popolo di Cuba, perché raccolga la bandiera e continui ad andare avanti».
È probabilmente qui che nasce davvero il 26 luglio.
Non nella vittoria.
Nella possibilità della sconfitta.
Perché l’assalto al Moncada fallisce.
Le colonne si disperdono, alcuni uomini perdono la strada, viene meno l’effetto sorpresa e l’esercito reagisce. Anche l’azione contro il Carlos Manuel de Céspedes non raggiunge l’obiettivo.
Sul terreno resta una sconfitta militare netta.
Poi arriva la repressione.
Molti degli assaltanti vengono uccisi dopo essere stati catturati. Tra loro Abel Santamaría, uno degli uomini più importanti del gruppo. Haydée Santamaría, sua sorella, viene arrestata. Anche Melba Hernández partecipa all’operazione e finisce in carcere. Entrambe avranno successivamente un ruolo fondamentale nella costruzione del movimento rivoluzionario.
Fidel riesce inizialmente a fuggire, poi viene catturato.
La dittatura pensa di avere vinto.
Ed è qui che la storia comincia a fare uno dei suoi strani giri.
Perché il Moncada, militarmente fallito, apre una crepa politica che Batista non riesce più a chiudere.
Al processo Fidel Castro assume personalmente la propria difesa. Trasforma il banco degli imputati in una tribuna politica. Denuncia la dittatura, la miseria, la concentrazione della terra, le condizioni dei lavoratori, l’assenza di democrazia e presenta quello che diventerà il programma politico della rivoluzione.
Quel discorso sarà ricostruito in carcere, fatto uscire clandestinamente e stampato.
Il titolo diventerà una delle frasi più famose della storia politica latinoamericana:
La storia mi assolverà.
Fidel viene condannato a quindici anni.
Ma il carcere non cancella il Moncada.
Succede il contrario.
La pressione popolare per l’amnistia cresce e nel maggio del 1955 Batista libera i prigionieri politici. Fidel e gli altri moncadisti escono dal carcere.
A quel punto quella data diventa un nome.
Movimento 26 di Luglio.
M-26-7.
Un movimento rivoluzionario prende il nome da una battaglia perduta.
Ed è un dettaglio fondamentale.
Il 26 luglio non celebra una vittoria militare. Trasforma una sconfitta in origine, memoria e promessa. Dice che perdere uno scontro non significa necessariamente perdere il processo storico dentro cui quello scontro avviene.
La repressione continua e per Fidel e altri dirigenti diventa impossibile rimanere sull’isola. La strada porta in Messico.
Ed è lì che il racconto cubano incontra un giovane medico argentino che aveva attraversato l’America Latina, aveva visto la povertà del continente e soprattutto aveva assistito in Guatemala alla distruzione del governo riformatore di Jacobo Árbenz.
Si chiamava Ernesto Guevara.
Che.
In Messico si prepara il ritorno.
Il 25 novembre 1956 ottantadue persone salpano da Tuxpan stipate su uno yacht progettato per trasportarne molte meno.
Si chiama Granma.
Arrivano a Cuba il 2 dicembre.
E perdono ancora.
Lo sbarco è disastroso. Pochi giorni dopo, ad Alegría de Pío, gli expedicionarios vengono dispersi dall’esercito. Molti vengono uccisi o catturati. Dei loro piani sembra rimanere pochissimo.
Guardando soltanto il risultato militare immediato, sembrerebbe finita.
Ancora una volta non lo è.
Un piccolo gruppo riesce a raggiungere la Sierra Maestra.
Da lì comincia un’altra storia.
La guerriglia cresce. Ma la rivoluzione cubana non sarà soltanto la fotografia romantica dei barbudos nella Sierra. Il Movimento 26 di Luglio costruisce contemporaneamente reti clandestine nelle città, organizzazione politica, propaganda e strutture di sostegno nelle campagne. Ci sono guerriglia e lotta urbana, scioperi, sabotaggi, organizzazione studentesca, contadina e operaia.
Ed emerge una figura fondamentale che spesso scompare dietro il racconto della Sierra: Frank País.
Poco più che ventenne, País dirige l’organizzazione clandestina del Movimento 26 di Luglio a Santiago de Cuba e diventa uno degli uomini centrali della resistenza urbana. Organizza cellule, armi, collegamenti e sostegno alla guerriglia. Il 30 novembre 1956 guida l’insurrezione di Santiago destinata a coincidere con lo sbarco del Granma. Verrà assassinato dalla polizia di Batista il 30 luglio 1957. Al suo funerale una parte enorme della città scenderà in strada.
La rivoluzione cresce nelle montagne e nelle città, vince battaglie e avanza.
E intanto Batista perde pezzi.
Perde consenso, perde territorio, perde legittimità.
Il primo gennaio 1959 fugge da Cuba.
I barbudos scendono dalla Sierra Maestra.
La rivoluzione ha vinto.
Sei anni prima, davanti ai compagni che stavano per partire verso il Moncada, Fidel aveva detto che anche in caso di sconfitta il gesto sarebbe servito al popolo cubano per raccogliere la bandiera e andare avanti.
Era successo esattamente questo.
Nel 1960 Fidel lo dirà ricordando quella giornata:
«Non era la fine, ma l’inizio».
La vittoria rivoluzionaria del Movimento 26 di Luglio cambierà Cuba, l’America Latina e il mondo.
La rivoluzione cubana rompe anche il dualismo di un pianeta che sembra costretto a scegliere tra Washington e Mosca. Nel gennaio del 1959 quella rivoluzione non nasce come appendice dell’Unione Sovietica. Nasce dalla storia cubana, da Martí, dalla lotta contro Batista, dalla questione della terra, dalla sovranità nazionale e dalla volontà di spezzare la dipendenza politica ed economica dagli Stati Uniti. Cuba dimostra che una popolazione può scegliere per sé senza accettare come destino inevitabile la dipendenza da una delle due grandi potenze.
Finché riesce a preservare quello spazio di autonomia, la rivoluzione dà corpo ad alcune delle sue trasformazioni più profonde: la riforma agraria, la redistribuzione della proprietà, la campagna di alfabetizzazione, l’allargamento dell’accesso all’istruzione e alla sanità, le nazionalizzazioni.
Ma quello spazio si restringe rapidamente.
Washington reagisce con una pressione economica e politica crescente: restrizioni commerciali, rottura delle relazioni diplomatiche, operazioni clandestine e, nell’aprile del 1961, il tentativo di invasione della Baia dei Porci.
Per sopravvivere economicamente e militarmente, soprattutto dopo il blocco USA all’isola, Cuba si avvicina sempre di più all’Unione Sovietica.
Mosca garantisce commercio, petrolio, credito e protezione davanti all’ostilità statunitense. Ma si apre così una seconda fase: la rivoluzione nata rivendicando la propria autonomia entra progressivamente nell’orbita economica e geopolitica sovietica.
La storia cubana diventa anche la storia di questa tensione: indipendenza e necessità, autonomia e alleanza. Una tensione che attraverserà la crisi dei missili, i decenni del blocco socialista, il crollo dell’Unione Sovietica, il Periodo Speciale e, in forme diverse, arriverà fino all’oggi.
Ma intanto qualcosa di irreversibile è già successo.
Cuba ha dimostrato che l’ordine politico imposto all’America Latina non è immutabile.
Nel 1954 il governo democraticamente eletto di Jacobo Árbenz in Guatemala era stato rovesciato da un’operazione organizzata dalla CIA dopo una riforma agraria che colpiva anche gli interessi della United Fruit Company. In Nicaragua governava la dinastia Somoza. Nella Repubblica Dominicana Rafael Leónidas Trujillo manteneva una delle dittature più feroci del continente.
Poi una piccola isola dei Caraibi dice che quell’ordine può essere spezzato.
E lo spezza.
Forse il lascito più potente del 26 luglio non è allora la riproducibilità della strategia militare cubana. Quella convinzione attraverserà negli anni Sessanta una parte enorme della sinistra latinoamericana, generando speranze, organizzazioni rivoluzionarie e anche tragedie. Cuba non era automaticamente esportabile. La Sierra Maestra non poteva essere ricostruita meccanicamente sulle montagne di ogni paese.
Quello che invece attraversò davvero il continente fu un’altra cosa.
La possibilità.
La possibilità che gli Stati Uniti non fossero onnipotenti. Che una dittatura sostenuta da Washington potesse cadere. Che una rivoluzione potesse vincere. Che il destino dell’America Latina non dovesse necessariamente essere deciso altrove.
Dal Nicaragua sandinista alle guerriglie colombiane, dai movimenti rivoluzionari centroamericani alle lotte contro le dittature del Cono Sud, Cuba diventerà contemporaneamente territorio reale e immaginario politico.
Un’isola minuscola assume una dimensione infinitamente superiore alla propria geografia.
Nel 1983, trent’anni dopo il Moncada, Fidel disse che una cosa era rimasta identica al 1953:
«La stessa fede nei destini della patria, la stessa fiducia nelle virtù del nostro popolo, la stessa certezza nella vittoria, la stessa capacità di sognare tutto ciò che domani sarà realtà, al di là dei sogni già realizzati ieri».
E tutto era cominciato con una sconfitta.
Forse è questa l’immagine con cui vale la pena tornare a quel 26 luglio 1953.
Un gruppo di giovani parte pensando di conquistare una caserma.
Non ci riesce.
Molti vengono uccisi. Altri imprigionati. L’organizzazione viene dispersa.
Se la storia finisse quella sera, il Moncada sarebbe soltanto una pagina tragica.
Ma la storia non finisce quella sera.
Passa attraverso un tribunale e un carcere. Diventa un testo clandestino. Attraversa il Golfo del Messico. Sale su una barca troppo piccola per ottantadue persone. Naufraga quasi appena arrivata. Si rifugia sulle montagne. Scende nella pianura. Entra nelle città.
E sei anni dopo arriva all’Avana.
«Non scoraggiarsi di fronte a nessuna battuta d’arresto, di fronte a nessuna difficoltà», dirà molti anni dopo Fidel ricordando la lezione del 26 luglio.
È una frase che contiene tutta questa storia.
Perché i colonialismi passano. Gli imperi possono sembrare eterni, ma non lo sono. Le rivoluzioni possono essere sconfitte, possono sbagliare, possono contraddirsi e possono perfino smarrire parti dei propri sogni.
Ma quella mattina del 1953 rimane lì a ricordare una cosa molto più semplice.
Ci sono sconfitte che chiudono una storia.
E ce ne sono altre che le danno un nome.
Questa mi sembra più equilibrata: il post-1959 c’è, ma non si mangia più il racconto del 26 luglio.

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