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Il Finestrino - lo sguardo sul mondo di e con Andrea Cegna · Aug 13, 2026

100 di Fidel Castro Ruz

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AndreaCegna · Il Finestrino - lo sguardo sul mondo di e con Andrea Cegna

«Fidel Castro è il Maradona della politica internazionale. E non gli perdoneranno mai i gol che ha segnato contro chi ha osato affrontarlo» diss Subcomandante Galeano, portavoce dell’EZLN, pochi mesi dopo la morte di Fidel Castro Ruz entrando in un dibattito ancora caldo sulla figura del Lider Maximo.

Maradona e Fidel hanno avuto la stessa condanna. Non hanno mai smesso di essere esseri umani. Hanno conosciuto il genio e l’errore, la fedeltà e il tradimento, l’amore sconfinato e l’odio assoluto. Nessuno dei due è stato un santo. I santi rassicurano. Loro hanno continuato a inquietare ad essere ostinatamente ribelli, diversi, contradittori.

Maradona prese un pallone e convinse milioni di poveri che, almeno per novanta minuti, il figlio di una periferia poteva umiliare i ricchi. Fidel prese un’isola e convinse milioni di donne e uomini che anche un piccolo paese poteva guardare un impero negli occhi senza abbassare lo sguardo. Oggi Cuba ricorda i cento anni dalla nascita di Fidel Castro Ruz. Ed il mondo fa i conti con quell’uomo nato il 13 agosto del 1926, a Birán, nell’oriente dell’isola. Suo padre è un immigrato galiziano diventato proprietario terriero, sua madre una donna cubana che aveva iniziato come domestica nella stessa casa. Cresce tra la ricchezza relativa della famiglia e la povertà dei braccianti che lavorano la canna da zucchero. È un dettaglio biografico, certo. Ma forse è anche il primo confine che attraversa: quello tra due Cubas destinate a guardarsi senza mai riconoscersi.

Ventisette anni dopo guida l’assalto alla caserma Moncada contro la dittatura di Fulgencio Batista. È una sconfitta. Molti compagni vengono uccisi, altri torturati. Fidel viene arrestato. Al processo pronuncia una frase destinata a vivere molto più della sentenza: «La storia mi assolverà».

La storia non lo ha assolto. C’è chi lo ha condannato perché in Fidel vede il simbolo di tutto ciò che ha combattuto. C’è chi lo ha trasformato in un’icona. Ma, a cento anni dalla sua nascita, continuiamo ancora a discuterlo. E questo, forse, dice della sua grandezza più di qualsiasi celebrazione.

Non mi interessa raccontarne la biografia. È già stata scritta da chi lo ha amato e da chi lo ha odiato. Mi interessa provare a fare una fotografia. Le fotografie, però, mentono sempre. Scelgono cosa lasciare fuori dall’inquadratura.

Per raccontare Fidel Castro bisogna avere il coraggio di non tagliare nulla. Né il ragazzo della Moncada che, dopo il carcere e l’esilio in Messico, incontra Ernesto Guevara, salpa sul Granma insieme ad altri ottantadue uomini e torna a Cuba convinto che una rivoluzione possa nascere da una sconfitta. Né il comandante che attraversa la Sierra Maestra e il primo gennaio del 1959 entra all’Avana mentre Batista fugge dall’isola.

Ma nemmeno il leader che starà al potere fino alla vecchiaia e si prenderà carichi di responsabilità e scelte da cui non è mai scappato. Né le contraddizioni di una rivoluzione che cambierà il Novecento e, allo stesso tempo, è entrata in crisi, in difficoltà, non solo per la guerra che gli Stati Uniti han sempre portato avanti ma proprio per gli errori che l’essere umano, e quindi un progetto rivoluzionario, possono fare.

Se togli una sola di queste immagini, quella fotografia smette di essere Fidel.Perché Fidel Castro non è stato un uomo semplice. È stato prima di tutto una frattura che ha rotto il dualismo post secondo guerra mondiale: prima del 1959 sembrava che il mondo avesse già deciso chi poteva fare la storia. Le grandi decisioni parlavano inglese. Oppure russo. Gli altri, al massimo, potevano scegliere da quale parte stare.

Poi una piccola isola dei Caraibi decise che non bastava cambiare padrone. Bisognava smettere di averne uno. È questa, forse, la rivoluzione più profonda di Fidel. Non il socialismo. L’autonomia.

La possibilità che un popolo del Sud del mondo potesse decidere da solo il proprio destino. È un dettaglio che spesso sfugge. La rivoluzione cubana rompe il dominio degli Stati Uniti sull’isola e mette in discussione la loro egemonia sul continente americano. Ma rompe anche un’altra idea, meno evidente e forse ancora più radicale: che ogni progetto di emancipazione dovesse nascere, essere autorizzato o giudicato da qualcun altro. Washington o Mosca cambiava relativamente poco. Fidel rimette al centro una parola quasi dimenticata: sovranità. E insieme a quella restituisce dignità a un’altra parola che sembrava appartenere soltanto ai libri di storia: alternativa.

Non è certo casuale che il riferimento di Fidel era Martì e la lotta d’indipendenza anticoloniale da lui guidata. La rivoluzione cubana non dimostrò che il socialismo fosse inevitabile. Dimostrò che la dipendenza non lo era.

È qui che Fidel smette di appartenere soltanto ai cubani. Diventa un riferimento per un mondo molto più grande dell’isola. Non perché tutti condividano le sue idee. Ma perché dimostra una cosa che fino ad allora sembrava impossibile: che il Sud del mondo può produrre politica invece di subirla, può immaginare il proprio futuro invece di riceverlo in prestito, può scegliere una strada senza chiedere il permesso a nessuno.

È difficile, oggi, restituire la forza di quella frattura. Per capire cosa rappresentò Fidel, e la rivoluzione cubana, bisogna dimenticare per un momento la Cuba del presente e tornare a un pianeta ancora coloniale, diviso in blocchi, dove decine di paesi stavano conquistando l’indipendenza politica ma non quella economica, culturale o militare. In quel mondo la rivoluzione cubana diventò qualcosa di molto più grande di una rivoluzione.

È davvero possibile sottrarsi alle logiche imperiali? Si domandarono mentre lottavano per la libertà. È possibile essere piccoli senza essere subordinati? È possibile immaginare un’altra strada? Non tutti risposero nello stesso modo. Ma quasi tutti, da quel momento in poi, furono costretti a confrontarsi con quella domanda.

Perfetto. Qui allarghiamo il respiro. Fidel ormai è sullo sfondo. Davanti c’è il mondo che cambia.

Fu in quel momento che Cuba smise di essere soltanto un’isola. Diventò verbo, simbolo, idea.

Per milioni di persone, soprattutto nel Sud del mondo, Cuba non era più soltanto un luogo sulla carta geografica. Era la dimostrazione che la storia poteva essere scritta anche da chi fino al giorno prima sembrava destinato a subirla.

Ed è così in questa frattura che sarà Harlem ad aprore le porte a Fidel quando New York gliele aveva chiuse. Era il settembre del 1960. Fidel era arrivato a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nessun grande albergo voleva ospitare la delegazione cubana. A offrirle una casa fu il quartiere nero di Harlem, il Theresa Hotel. Ad accoglierlo c’era Malcolm X.

Quell’incontro durò poco più di un’ora. È diventato eterno. Due uomini che parlavano lingue diverse, cresciuti in mondi lontanissimi, capirono subito di condividere lo stesso nemico. Malcolm X disse a Fidel, con l’ironia che lo caratterizzava: «Finché lo Zio Sam sarà contro di te, saprai di essere un uomo giusto.» Fidel, invece, parlò del Congo, di Patrice Lumumba, del colonialismo. Pochi giorni dopo, dal podio delle Nazioni Unite, avrebbe pronunciato uno dei più duri atti d’accusa contro il sistema coloniale del Novecento.

Da quel momento Cuba non parlò più soltanto ai cubani. Parlò agli africani che combattevano per l’indipendenza. Ai popoli asiatici. Ai movimenti di liberazione latinoamericani. Ai neri e ai nativi degli Stati Uniti. A chiunque cercasse una strada diversa dall’obbedienza.

Molti anni dopo Elijah Ngurare, oggi primo ministro della Namibia, avrebbe ricordato quella storia con una frase semplicissima: «Fidel è Fidel.» Sembrava una tautologia. In realtà era una definizione.

Perché nessun altro paese mandò decine di migliaia di giovani a combattere in Angola senza chiedere in cambio petrolio, miniere o territori. L’Operazione Carlota cambiò il destino dell’Africa australe. La sconfitta dell’esercito sudafricano a Cuito Cuanavale accelerò l’indipendenza della Namibia e contribuì ad aprire la strada alla fine dell’apartheid.

Quando Nelson Mandela uscì dal carcere, una delle prime cose che fece fu ringraziare Cuba. Non era diplomazia. Era memoria. Per questo molti africani continuano a parlare di Fidel come di uno dei protagonisti della loro liberazione.

Lo stesso accadde in America Latina.

La Casa de las Américas riunì scrittori che fino a quel momento quasi non si conoscevano. Gabriel García Márquez, Eduardo Galeano, Mario Benedetti, Julio Cortázar, Eduardo Galeano, Roberto Fernández Retamar e decine di altri iniziarono a guardare il continente come un’unica geografia culturale. L’ICAIC cambiò il cinema latinoamericano. La campagna di alfabetizzazione trasformò migliaia di studenti in insegnanti. I medici cubani iniziarono ad arrivare dove nessuno voleva andare.

Per decenni Cuba esportò ciò che il mercato non riusciva a trasformare in merce: Conoscenza, cura, solidarietà. Esattamente com’è accaduto durante la pandemia globale da Covid 19.

È anche per questo che raccontare Fidel soltanto come un capo di Stato significa raccontarne appena una parte. Fidel fu anche un produttore di immaginario. Restituì al Sud del mondo la possibilità di pensarsi protagonista. Naturalmente non era l’unico.

Fidel possedeva qualcosa che pochi altri avevano: una popolazione che lo chiamava Comandante nonostante il fatto che più ancora che essere un comandante era un lettore instancabile del futuro.

Leggeva in modo compulsivo. Interrogava agronomi, medici, ingegneri, economisti, biologi, militari. Passava ore a discutere con gli scienziati del Centro de Ingeniería Genética y Biotecnología e il giorno dopo con un contadino della Sierra Maestra. Cercava continuamente di capire dove stesse andando il mondo.

Naturalmente non sempre ci riusciva. Ma quando accadeva, vedeva molto lontano.

Nel giugno del 1992, al Summit della Terra di Rio de Janeiro, quando il cambiamento climatico sembrava ancora un argomento per specialisti e non una questione destinata a ridefinire la geopolitica mondiale, pronunciò parole che oggi suonano sorprendentemente attuali: «Una importante specie biologica rischia di scomparire per la rapida e progressiva distruzione delle sue condizioni naturali di vita: l’uomo.»

Poi aggiunse una frase che allora sembrò uno slogan e che oggi è diventata una delle grandi questioni del nostro tempo: «Paghi il debito ecologico, non il debito estero.»

Non stava parlando soltanto di ambiente. Stava parlando del capitalismo. Di un sistema economico incapace di distinguere tra crescita e saccheggio, tra sviluppo e consumo, tra profitto e vita.

Allo stesso modo, mentre negli anni Novanta il neoliberismo celebrava la vittoria definitiva del mercato e Francis Fukuyama annunciava “la fine della storia”, Fidel continuava a sostenere che un’economia fondata sulla concentrazione della ricchezza, sulla speculazione finanziaria e sul debito avrebbe inevitabilmente prodotto nuove crisi globali.

Molti sorridevano. Dopo il 2008 quelle parole iniziarono a essere rilette con un’attenzione diversa. La sua intuizione più sorprendente, però, riguarda forse Cuba stessa. Fidel comprese molto presto che una piccola isola sottoposta a un blocco economico permanente non avrebbe mai potuto competere producendo più automobili, più acciaio o più petrolio.

Doveva produrre cervelli.

Per questo investì nella scuola, nella medicina, nella ricerca scientifica e nella biotecnologia con un’ostinazione che ancora oggi sorprende. Mentre il mondo continuava a identificare Cuba con lo zucchero, lui immaginava un paese capace di esportare medici, vaccini, ricercatori e cooperazione internazionale.

Naturalmente non tutte le sue intuizioni si rivelarono corrette. Molte delle sue scelte economiche produssero risultati inferiori alle aspettative. Altre contribuirono, insieme al blocco economico statunitense, a costruire alcune delle rigidità che ancora oggi pesano sulla società cubana.

Ma ridurre Fidel alla crisi della Cuba contemporanea sarebbe come ridurre Nelson Mandela al carcere o José Mujica alla vita in campagna. Ci sono uomini che appartengono al proprio tempo. E altri che finiscono per modificare il tempo stesso.

Fidel Castro appartiene a questa seconda categoria. Naturalmente questa non è tutta la fotografia. Le fotografie mentono sempre. Scelgono cosa lasciare fuori.

I suoi nemici ritagliano le UMAP, il dissenso, la concentrazione del potere, la crisi economica e fingono che tutto il resto non sia mai esistito. I suoi ammiratori ritagliano Harlem, l’Angola, i medici, l’alfabetizzazione, l’autonomia conquistata, e fanno finta che le ombre appartengano a qualcun altro.

Entrambe le fotografie sono sbagliate. Per raccontare Fidel bisogna avere il coraggio di non ritagliare niente.

C’è una pagina della Rivoluzione cubana che nessuna celebrazione del centenario può permettersi di ignorare.

La persecuzione degli omosessuali negli anni Sessanta e Settanta resta una delle responsabilità storiche più gravi della rivoluzione. Migliaia di persone finirono nelle UMAP, le Unità Militari di Aiuto alla Produzione. Campi di lavoro nei quali furono rinchiusi uomini colpevoli soltanto di amare altri uomini, insieme ad altri considerati “devianti” o politicamente inaffidabili.

Raccontare Fidel senza attraversare quella stanza significherebbe trasformarlo in un santino. Fermarsi soltanto lì significherebbe fare la stessa operazione, cambiando semplicemente il segno. Quando, nel 2010, la giornalista messicana Carmen Lira gli chiese conto di quella persecuzione, Fidel avrebbe potuto fare quello che quasi tutti i leader fanno: negare, minimizzare, scaricare la responsabilità su altri. Scelse un’altra strada: «Se qualcuno è responsabile, sono io.»

Aggiunse che erano stati «momenti di una grande ingiustizia». Ricordò gli anni della Baia dei Porci, della crisi dei missili, dei sabotaggi, dei continui tentativi di assassinarlo. Ma quelle spiegazioni non diventarono mai una giustificazione.

La responsabilità, disse, era sua. Quelle parole non cancellano il dolore. Non restituiscono gli anni perduti. Ma raccontano qualcosa di raro. Uno dei protagonisti del Novecento che rinuncia all’infallibilità. Ma non solo, quelle parole aprirono la strada, negli anni successivi, affinchè Cuba cambiasse profondamente il proprio rapporto con i diritti delle persone LGBTQIA+, grazie soprattutto al lavoro del CENESEX diretto da Mariela Castro, fino all’approvazione, nel 2022, del nuovo Codice delle Famiglie attraverso referendum popolare. Le conquiste di oggi non cancellano le ferite di ieri. Ma ricordano che anche una rivoluzione, per restare viva, deve trovare il coraggio di mettere in discussione se stessa.

Oggi Cuba attraversa probabilmente il momento più difficile dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Mancano medicinali. Manca il carburante. Manca l’elettricità. Molti giovani sono partiti.

Il blocco economico imposto dagli Stati Uniti continua a pesare sulla vita quotidiana dell’isola. Gli errori, le rigidità e le lentezze del sistema cubano hanno fatto il resto.

Eppure c’è una cosa che non manca. Fidel. È nei murales scoloriti dell’Avana. Negli ospedali dove spesso i farmaci non arrivano. Nelle scuole. Negli uffici pubblici. Nelle conversazioni. Perfino nelle discussioni. E Fidel continua a far paura alla destra così come alla sinistra progressista.

Leonel Suárez, cinquantiquattro anni, prima bacia il ritratto del Comandante che sta appendendo alla finestra. Poche ore dopo accetta di venderne una fotografia per cento dollari. «Bisogna pur vivere», dice. Angela Gutiérrez, ottantasei anni, attraversa un mercato senza comprare nulla perché i prezzi sono troppo alti. «Con il Comandante non era così», ripete. Manuel Cuesta, storico e oppositore, vede invece in Fidel il principale responsabile della tragedia cubana.

Tre persone. Tre giudizi opposti. Lo stesso uomo. Forse è proprio questa la misura della sua grandezza storica. Non aver costruito un consenso. Aver reso impossibile l’indifferenza. Perché Fidel Castro non è stato soltanto un presidente. Non è stato soltanto un rivoluzionario. È stato uno di quei rarissimi esseri umani capaci di modificare l’immaginario politico del proprio tempo.

Ha restituito a milioni di persone una parola quasi scomparsa dal vocabolario del Novecento: autonomia. Ha mostrato che un piccolo paese poteva rifiutare la subordinazione alle logiche imperiali, senza accettare che il proprio destino fosse scritto altrove. Ha costretto il mondo a prendere sul serio l’idea che potesse esistere un’alternativa.

Si può pensare che quella alternativa abbia fallito. Si può pensare che sia stata tradita. Si può pensare che abbia prodotto conquiste straordinarie. È una discussione destinata a continuare.

Ma è difficile negare che abbia cambiato il modo in cui milioni di donne e uomini hanno immaginato la politica, il Sud del mondo e la possibilità stessa dell’emancipazione. Oggi Cuba ricorda i cento anni dalla nascita di Fidel Castro. Lo piange. Lo discute. Lo critica. Lo difende.

Continua a litigare con lui, come si litiga con i familiari, non con gli estranei. Perché Fidel non è mai diventato una statua. È per questo che il Subcomandante Galeano, pochi mesi dopo la sua morte, poteva scrivere: «Se non sono riusciti a ucciderlo quando era vivo, meno ancora ci riusciranno ora che è morto.»

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