Un po’ di tempo fa, proprio su queste pagine, scrivevamo della fine e insieme dell’immortalità dell’estate italiana. Della fine perché non ci sono più le vacanze di tre mesi, il Festivalbar, le mete sempre uguali e Schillaci che fa gol. Dell’immortalità perché l’estate italiana è diventata un concetto dall’afflato antropologico, riconvertita oggi quasi in mito, racconto fiabesco, addirittura in brand. A prescindere da come la si veda, c’è un luogo che più di ogni altro nel nostro paese è sinonimo di estate: lo stabilimento balneare. Un luogo, questo, che però sta attraversando un periodo di forte crisi, con ombrelloni mezzi vuoti da nord a sud. Nelle (poche) spiagge libere della penisola, invece, è difficile stendere anche solo un asciugamano da bidet.
Lido o bagno che dir si voglia, quella distesa di ombrelloni colorati dai nomi fotocopia (Ancora, Onda/Mare Blu, Delfino ecc.) è stata il luogo in cui generazioni di italiani si sono forgiate tra Calippi e “cocco bello cocco fresco”. È li che pulsa ancora il cuore dei nostri ricordi. La Fiat Marea verde di papà carica all’inverosimile, le foto sul lettino col gelato che cola, quei momenti insieme a nonno che ormai non c’è più, il libro dei compiti delle elementari esanime sul tavolino dell’ombrellone (qualcuno ha mai capito se davvero quei compiti andassero fatti?). I cinquanta centesimi che si andava elemosinando per le partite a biliardino, i “senti com’è caldo” e poi sbem, le tre ore da aspettare prima di fare il bagno. Poi le comitive, l’emarginazione, la spocchia degli autoctoni nei confronti dei forestieri, le canzoni scambiate col bluetooth, le cotte estive.
Da quei primi anni duemila, forse l’ultimo colpo di coda dell’estate italiana prima che diventasse italian summer aesthetic, sono cambiate molte cose. In primis: non c’è più una lira. Gli stipendi sono fermi da decenni, mentre i prezzi lievitano, inclusi quelli degli stabilimenti. Secondo Altroconsumo nel 2026 le tariffe sono aumentate del 6% rispetto all’anno precedente e del 24% negli ultimi cinque. Tra le località prese in esame Alassio risulta la più cara (€368 di media), mentre Lignano la più abbordabile (€164). Non sorprende, dunque, che quest’anno quasi metà (48,5%) della popolazione adulta passerà le ferie a casa.
In secondo luogo, si sono diversificate le modalità di fare vacanza. Questo vale per tutti, ma ancor di più per quei bambini con il gelato che colava che oggi sono uomini e donne iper connessi e, seppur intrappolati nel precariato nostrano o magari spinti per undici mesi l’anno sotto i grigi cieli del nord Europa, possono scegliere tra cammini, viaggi in bici, viaggi con sconosciuti, backpacking in solitaria o magari una fuga romantica con volo low cost e tipa/o conosciuto in Erasmus. Insomma, da un lato è cambiato l’orizzonte economico di un paese intero e dall’altro quello della nostra idea di vacanza. Risultato finale: nel 2025 le presenze negli stabilimenti balneari sono calate del 20/30%.
Ma mica bisogna andare per forza al lido, direte voi? Certo, avete ragione. La soluzione a tutto questo, a dire il vero, c’è, e ha un nome e un cognome: spiaggia libera. Peccato che, come sapete, trovare un pertugio dove piantare l’ombrellone sia impresa assai ardua. La mancanza di spiagge di qualità accessibili gratuitamente ha a che fare con l’annosa questione delle concessioni, ovvero delle autorizzazioni per utilizzare aree demaniali a fini turistico-ricettivi.
In Italia le concessioni balneari per stabilimenti sono circa 12.000. Per Legambiente, nel complesso coprono il 43% della costa sabbiosa. Per il Ministero invece il 33%. Questa discrepanza, dovuta al fatto che nelle stime del Ministero verrebbero inclusi anche tratti di costa non accessibili, già di per sé testimonia quanto la questione sia spinosa. Vi sono inoltre grandi differenze a livello regionale: il 70% delle coste di Emilia Romagna, Liguria e Campania è dato in concessione. Nei casi di alcune località, come Pietrasanta, Camaiore o Gatteo a Mare, siamo oltre il 98%, che tradotto in termini pratici significa, nel caso di Gatteo, 10 metri di spiaggia libera su un totale di 700: roba che il Guardian ci ha fatto un articolo.
C’è poi un altro problema, ed è quello legato ai canoni di queste concessioni. Nel 2022, ad esempio, lo Stato Italiano ha incassato dalle concessioni 116 milioni. Una cifra irrisoria, se considerato che nello stesso anno il fatturato dell’intero settore balneare è stato di 31 miliardi e che in un anno il Comune di Milano ne ottiene circa 60 di milioni dall’affitto dei suoi negozi nella Galleria Vittorio Emanuele.
Il terzo e ultimo problema è che le concessioni sono in molti casi detenute dagli stessi soggetti da anni, tramandate di padre in figlio tramite rinnovi automatici. Niente di male, se non fosse che, in quanto bene pubblico, dovrebbero essere messe a gara. Cosa che l’Italia si rifiuta di fare dal 2006, anno della famigerata direttiva europea Bolkenstein, che imponeva proprio la messa a bando delle concessioni in linea con il principio di libera concorrenza. Da allora, tutti i governi, a prescindere dal colore politico, sono andati avanti a suon di proroghe, finché nel 2023 è stata aperta dalla Commissione Europea una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. (L’argomento è piuttosto complesso, se volete approfondire potete farlo qui). Il prossimo capitolo di questa saga infinita è fissato per settembre 2027, quando dovrebbero essere finalmente messe al bando le gare, anche se numerose criticità permangono.
Finita la stagione delle vacche grasse, sembra quindi che gli italiani abbiano iniziato a guardare con occhi diversi quello che hanno sempre avuto sotto il naso. Ormai sono all’ordine del giorno i video-denuncia sui social di cittadini indignati per aver dovuto pagare il solo accesso alla spiaggia, così come le foto che ritraggono cartelli che intimano divieti di “introdurre borse frigo negli stabilimenti”, o i casi di parcheggi pubblici usucapionati e di tornelli installati qua e là. C’è anche qualche politico che, certamente con un po’ di malizia, ha capito che su lobby e lobbine ci può costruire una carriera. E tutti i torti forse non li ha, perché la questione spiagge libere fa rima con tutte le altre prepotenze del nostro paese: la patente che da privatista non puoi dare, i taxi che costano l’ira di Dio e poi torni dalla serata e ti falciano, il certificato medico a cinquanta euro, le “tasse di iscrizione” che spuntano come funghi, i due euro di commissione del PagoPa, il patentino informatico che senza quello il concorso non lo puoi fare. Tutti piccoli grandi soprusi tollerati e magari foraggiati da una classe politica sempre impaurita a perdere consensi di qua o di là. Finché un giorno in Italia non ci sarà più nessuno, neanche d’estate.
Jacopo Di Gerlando
Romanzi d’amore, distopici, racconti brevi e vagheggiamenti filosofici, qualche biografia e storie di epoche perdute.
Una piccola selezione di letture per l’estate, composta da gemme dei nostri autori più amati, alcuni testi ormai diventati dei classici e nuove scoperte degli ultimi anni.
Una breve lista dei libri che porteremmo in vacanza con noi, e che trovate scaricabile gratuitamente qui.
FELICITÀ
Felicità
è star solo
d’estate
nella città deserta
sulla tazza del cesso
con la porta aperta
.
Dino Risi, da Versetti Sardonici
Abbonarsi al Bestiario significa ricevere a casa l’unico oggetto ancora in grado di frenare l’instupidimento del mondo, di allenare la concentrazione in via di estinzione grazie ad un oggetto che non ha bisogno di batterie o di power bank per essere utilizzato e che è fieramente fatto senza AI. Significa credere che ci sia ancora un motivo per cui valga la pena non trasformarsi in dei cyborg con un computer nel cervello.
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