Buon martedì cessini umidificati,
come state? E cosa indosserete alla fine del mondo? Occorre iniziare a pensarci. Stavo riflettendo su una cosa, e ve la dico al volo nella didascalia iniziale prima che il caldo si porti via il meglio di me. E cioè che, alla lunga, questa perenne insoddisfazione nei confronti della moda - detto da chi ci lavora - sta diventando estenuante. Anche se mi piacerebbe moltissimo essere una di quei fashion enthusiast che acquistano le novità della stagione ogni anno, mi sto rendendo conto che il sistema moda è pieno di buchi nell’acqua. E che la causa principale è il disinteresse nei confronti del cliente - I mean, delle sue necessità reali, non del suo trend del mese preferito.
Le persone dovrebbero essere al centro dell’industry, ma si stanno decentrando sempre di più. Siamo invasi da guardaroba irrealistici e modelli che fanno maratone sotto il caldo cocente indossando paltò per la primavera-estate 2027. L’editoria di moda non fa altro che scrivere quanto è tutto fighissimo, dopo aver rischiato un collasso a Parigi ed essersi ripresi con un ghiacciolo alla frutta firmato Celine. Non si sta più bene in questi corpi, ma questi vestiti non ci salveranno dal declino.
Buona lettura xxHydra
EGONLAB SS27
Curioso come la moda ami riempirsi la bocca di futuro, finché il futuro rimane una proiezione aspecifica. Appena il futuro più prossimo a noi diventa una temperatura folle con rischio di insolazione, unito a un piede che condensa dentro una scarpa in PVC e un redattore che rischia di svenire tra una sfilata e l’altra, allora tutti sembrano improvvisamente ricordarsi che esiste un corpo umano dentro i vestiti, che aspetta sotto il sole, si scortica i piedi e si siede in location bellissime. Location progettate per un clima che di base, siamo sinceri, non esiste più. Per me questa è stata la cosa più assurda delle ultime fashion week uomo di Milano e Parigi. Non solamente il caldo in sé, che ormai non è più una sorpresa per nessuno, ma nello specifico del modo in cui la moda continua a comportarsi come se la primavera-estate fosse quella delle pubblicità dei profumi, con le camicie bianche mosse dal vento, le modelle che guardano l’orizzonte e nessuna singola goccia di sudore sul baffo. Peccato che fuori dagli editoriali sognanti ci siano città roventi con l’asfalto che fuma, terremoti, persone esauste e un guardaroba estivo che spesso sembra pensato per qualcuno che vive dentro un SUV climatizzato, dorme in un hotel climatizzato e prende un volo climatizzato verso un’altra capitale climatizzata senza mai uscire dalla porta. Per tutti gli altri, invece, resta la domanda: ma tutti questi vestiti, esattamente, per chi sono?
Ci siamo già lamentati di Milano nella scorsa newsletter, ma a Parigi la situazione non è migliorata. Partirei proprio dal principio, dal grande show di inaugurazione della settimana, perché il caso più spettacolare, nel senso più assurdo del termine, è stato Louis Vuitton. Pharrell Williams ha portato il surf a Parigi con una gigantesca onda artificiale alta otto metri e larga più di trenta, sabbia, una passerella da boardwalk con immaginario californiano, tavole da surf e wetsuit monogrammate. Bellissimo da vedere ed estremamente fuori luogo nel mezzo di una città che si scioglie. Costruire un’onda artificiale con acqua vera per raccontare il mare a chi non può nemmeno buttarcisi dentro mi sembra una di quelle immagini così perfette da fare il giro e diventare autolesioniste.
LVMH ha spiegato che l’acqua era in un sistema a circuito chiuso e che la sabbia sarebbe stata riutilizzata. Bene, meglio così. Ma il punto non è solo quanta acqua hai usato, è il messaggio, l’idea di mettere in scena il sollievo senza offrirlo davvero a nessuno, nemmeno ai modelli stretti e impacchettati nelle giacche di pelle mentre spingevano carretti di bauli. Mentre fuori la gente cerca ombra, le città aprono i canali in anticipo per far nuotare le persone e in Francia si parla di annegamenti legati alla ricerca disperata di refrigerio, la moda ha scelto di rispondere con il mare finto.
Passerei poi senza mezzi termini a un’altra assurdità messa in scena da Dior by Jonathan Anderson. Questo merita un discorso a parte perché, almeno, qui c’è un tentativo concettuale più interessante. Lo show è stato spostato alle 9 del mattino per evitare il peggio della heatwave, e già questo racconta molto: quando il caldo diventa ingestibile, chiaramente il calendario della moda deve ammettere di non essere una legge naturale imprescindibile. La sfilata si è tenuta al Musée Nissim de Camondo, un luogo bellissimo, carico di storia e in fase di restauro, con Fred again.. alla colonna sonora e sulla carta, il concept funzionava da Dio. Anderson ha lavorato su tuxedo allentati, chiffon stampato come se fosse lana, denim strappato, pantaloni luccicanti, sciarpe e giacche che perdevano rigidità e ammiccavano all’uomo naif. C’è un uomo Dior più giovane, un aristocratico sudato all’alba, uno che forse è uscito dalla festa e ha ancora addosso i resti del suo altezzoso ma riottoso privilegio. Però anche qui, mentre tutti - stremati - applaudono il “formal becoming undone”, io continuo a vedere un uomo che, nella primavera-estate del futuro, deve ancora portarsi dietro il peso simbolico (e non solo) di giacche, cravatte, maglieria, strati, sciarpe e cappotti leggeri quanto volete… ma pur sempre cappotti. È vero che una parte della collezione era più ariosa rispetto alla Dior ingessata che molti si aspettano, ma il problema resta: quanto del guardaroba che stiamo guardando risponde davvero alla vita delle persone e quanto invece risponde ancora alla fantasia di un cliente globale che passa da un SUV climatizzato a una boutique climatizzata?? La moda continua a produrre vestiti per una vita con aria condizionata incorporata, e cioè, solo per chi se lo piò permettere.
Di Saint Lauren ne ho parlato ieri, ma quelle scarpe stringate trasparenti in PVC/TPU indossate senza calze mi perseguitano ancora. Anthony Vaccarello ha costruito una collezione piena di controllo, silhouette affilate, nudità trattenuta, con la nebbia di Fujiko Nakaya alla Bourse de Commerce. Era tutto molto “fine line between classy and kinky”, come da dichiarazione, una bellissima frase sexy che nel caso della scarpa trasparente maschile, passa direttamente sopra un alluce umido. E capisco il gioco fetish, anche se in questo caso mi repelle profondamente, capisco il desiderio di portare sul corpo maschile certi disagi che la moda ha inflitto per decenni ai corpi femminili. Capisco anche l’idea della scarpa come oggetto disturbante, volutamente anti-comfort, però siamo sicuri che il modo migliore per parlare di desiderio nel 2026 sia chiudere un piede nudo dentro una stringata di plastica trasparente durante una heatwave? E che il futuro dell’erotismo sia la condensa sulle dita? Posso anche accettare il concetto morboso, ma qui siamo più vicini a un terrario che a un gesto sensuale.
Torniamo sempre al punto di partenza, chi è il cliente? A chi stiamo parlando? Perché se il cliente è solo una proiezione romantica, va bene il cappotto estivo, va bene la scarpa che appanna, va bene la passerella nel caldo, va bene l’onda artificiale ecc. Ma se il cliente è nel migliore dei casi una persona con un corpo, la domanda cambia, quanto sono VIVIBILI queste immagini stilizzate?
Dopo questo saliscendi di nonsense arriverei finalmente a Jacquemus, che è a parer mio il caso più poeticamente crudele. La collezione SS2027 si chiamava “Le Bonheur”, la felicità, ed è stata presentata in Corsica, al Phare de la Pietra, lungo il sentiero che porta al faro, davanti al mare, con ospiti seduti in una location da cartolina. Jacquemus sa fare queste cose come pochi altri, cioè prende un luogo e lo trasforma in desiderio, poi ti vende perfino la chiave per abitare quel desiderio. Desiderio che qui fa rima con “prova di resistenza” e da parte mi anche esaurimento nervoso, del tipo, non vorrei mai essere nei loro panni. Dei modelli, dei giornalisti, delle celeb in front row e tutti gli altri. I modelli hanno dovuto camminare circa dieci minuti prima di arrivare in passerella sotto un sole importante, e già questo è bastato per farmi indignare e seguire la sfilata con uno stato d’animo contrariato. Umore che non è migliorato guardando quei veli di organza annodati con le maniche a pippistrello, riproposti ormai da undicimila stagioni. Capite bene che quando una sfilata sulla felicità mediterranea rischia di trasformarsi in un attentato alla salute di chi sta lavorando, forse il messaggio dell’universo è abbastanza chiaro. Caro Mr. Porte Jacquemus, la natura non è sempre la scenografia migliore, sono condizioni materiali a tratti estenuanti, e ignorarle per ottenere una bella immagine è la forma di resistenza estetica che dobbiamo essere sempre disposti ad accettare.
Rick Owens, in questa stagione, è stato forse l’unico direttore creativo a prendere sul serio il contesto e la situazione globale, e a prendere a cuore la propria community. Il suo show SS27, “Stone”, è stato spostato alle 10 del mattino, al Palais de Tokyo, e si è svolto tra getti d’acqua che nebulizzavano l’aria e alleggerivano almeno in parte l’esperienza del pubblico. In passerella con Adidas, ha presentato capi gonfiabili con sistemi di raffreddamento interni e ventole sfruttando la tecnologia Climacool. Chiamatelo divisivo, “di cattivo gusto” siccome a molti piace tanto rispolverare i massimi sistemi tradizionali, però almeno era una risposta concreta alla condizione attuale. Al posto di fingere che il caldo fosse un inconveniente, Rick Owens l’ha incorporato e ha trasformato la heatwave in problema progettuale. Per me questa è la differenza tra chi usa il “mondo” come scenografia e chi capisce che il mondo, ogni tanto, ti presenta il conto, non importa quanto sei figo strizzato in quegli abiti total black.
Credo che vendere un sogno non debba combaciare con la rimozione totale della realtà. Un vestito può essere cool ma anche intelligente, così come una scarpa può ben volentieri essere strana senza diventare una camera di fermentazione. E di conseguenza, una sfilata può diventare un ricordo spettacolare senza far amm*zzare dal caldo modelli, ospiti e addetti ai lavori. L’ipocrisia dilaga sotto tanti punti di vista nell’industry, ma quando la moda parla di community, mi viene spesso il latte alle ginocchia. A volte basta solo pensare a chi c’è lì, a chi sta dedicando il proprio tempo al tuo grande spettacolo senza essere pagato per farlo. Il lusso più raro è che qualcuno si ricordi che, prima di essere consumatori, siamo persone. E che i nostri corpi fighissimi stanno bollendo.
Ditemi la vostra e non siate clementi perché io RARAMENTE lo sono, soprattutto quando mi tocca patire in silenzio. Ci vediamo la settimana prossima con tante freschissime polemiche
A prestooooo

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