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Un buon esordio, un secondo disco così così e poi l’ultimatum: il terzo capitolo della giovane carriera della band di questo italo-americano bassino ma belloccio sarebbe stata l’ultima opportunità per sfondare. E così fu: Slippery When Wet è IL disco hard rock – ma soprattutto rock – americano definitivo degli anni Ottanta. Ecco com’è nato e cosa c’è dentro.
Artista: Bon Jovi
Titolo: Slippery When Wet
Data di uscita: 18 agosto 1986
Tracklist: Let It Rock / You Give Love a Bad Name / Livin’ on a Prayer / Social Disease / Wanted Dead or Alive / Raise Your Hands / Without Love / I’d Die for You / Never Say Goodbye / Wild in the Streets
Formazione:
Jon Bon Jovi: voce, chitarra acustica, songwriting
Richie Sambora: chitarra solista, acustica, talkbox, cori, voce, songwriting
Alec John Such: basso, cori
David Bryan: tastiere, cori
Tico Torres: batteria
Mio padre non vide mai il mondo, proprio come suo padre. È vissuto e morto nel New Jersey. Ecco cosa può farti il mondo: cresci, ti trovi un lavoro, hai un paio di figli, uno steccato bianco attorno casa, la sera guardi la tv e vai a lavorare minimo cinque giorni la settimana. Ecco cos’è il mondo reale. Io non ero preparato ad affrontarlo.
(Jon Bon Jovi)
Per John Francis Bongiovi Jr., classe 1962, la via del rock’n’roll era praticamente l’unica strada percorribile.
Questa consapevolezza era cresciuta in lui molto presto: senza perdere tempo dietro la scuola, il college e altre sciocchezze, a 18 anni poteva già vantare una notevole esperienza nell’ambito del music business, essendo già stato il frontman e attrazione principale di due delle band rock locali più note del New Jersey. Sia con gli Atlantic City Expressway che con i Rest aveva avuto modo di suonare davanti a migliaia di persone e jammare sul palco con gente come Steve Van Zandt, Southside Johnny e lo stesso Bruce Springsteen.
Fallita la strada del contratto discografico con la Columbia per i Rest, Bongiovi è più che mai deciso a salire di livello e fare della musica la sua occupazione principale. La fortuna aiuta gli audaci, si sa, e in questo caso la fortuna del giovane e audace rocker portava il suo stesso cognome: Tony Bongiovi, suo zio, era infatti il proprietario dei giganteschi e rinomatissimi Power Station Studios, nelle cui sale di registrazione era transitata, fino ad allora, gente come gli Chic, i Rolling Stones, David Bowie, i Queen.
Lavorando come semplice fattorino nei Power, Jon ebbe modo di venire a contatto con il mondo del music business, e rimanerne incantato: «Il presidente della CBS/Epic mi parlava come se fossi un suo nipote… non aveva abbastanza interesse in me per offrirmi un contratto, ma fu una specie di figura paterna».
Le conoscenze altolocate di John, tuttavia, non devono essere fraintese. La permanenza presso i Power Station si limitò ad avvantaggiarlo a livello di esperienza del mondo del music business, ma non gli diede alcun aiuto a trovare la strada del successo: inciso un demo con alcune canzoni (alle tastiere niente meno che Roy Bittan della E Street Band!), tra cui quella Runaway che sarà uno degli episodi chiave del primissimo album omonimo, John ricevette tante porte in faccia quante erano le case discografiche a cui era andato a proporsi.
La sua fortuna fu invece trovare una radio indipendente specializzata in rock, la WAPP di Long Island, che a quei tempi stava promuovendo una compilation di band locali senza contratto. La compilation ebbe un certo successo proprio grazie a Runaway, che cominciò a venir trasmessa a tappeto da tutte le radio, unico caso di successo conclamato di un brano inedito di un artista autoprodotto! Le porte chiuse in faccia si riaprirono in un lampo: Bongiovi firmò per la PolyGram, divenne Jon Bon Jovi e si mise in cerca di una band che lo accompagnasse nella sua strada verso l’Olimpo del rock.
La PolyGram li voleva belli, lui li cercava soprattutto bravi: fu così che assunse David Bryan, una sua antica conoscenza, Alec John Such, Tico Torres e infine Richie Sambora, l’acquisto più azzeccato che potesse fare. Sul palco e in studio il tandem Bon Jovi/Sambora andava ad allungare la lista delle celebri coppie d’oro del rock, a cui ascrivere in pieno (o quasi) il successo di un’intera band.
Prima di Slippery When Wet i Bon Jovi erano essenzialmente una live band; tutti ottimi musicisti (Sambora aveva suonato con Joe Cocker e aveva sostenuto un provino per entrare nei Kiss) e con un animale da palco come frontman, la band del New Jersey regalava esibizioni memorabili a fronte di un repertorio di media caratura. Il debutto Bon Jovi (1984) aveva consentito alla band di aprire le date americane del tour degli Scorpions e quelle europee dei Kiss; il successivo, il debole 7800 Fahrenheit (1985), giocato sul tentativo di cavalcare l’ondata glam fatta di abiti lustrinati e capelli cotonatissimi, li aveva spediti in tour con i Ratt e regalato loro il primo disco d’oro.
Non era però quello che né la casa discografica, né lo stesso Jon Bon Jovi si aspettavano di raggiungere. Le ambizioni dell’una e dell’altro erano molto, molto più ingenti. Quando i Bon Jovi si riunirono per registrare il terzo album, la sensazione nell’aria parlava di “ultima chance per il successo definitivo”.
Slippery When Wet fu progettato per avere successo. Fu pensato, architettato, arrangiato, suonato per essere molto più che un best seller: l’obiettivo era farlo diventare un vero caso mediatico, un fenomeno socio-culturale, una calamita irresistibile per milioni di ragazzi. Con il senno di poi si può ben dire che l’impresa sia riuscita al 100%: Slippery è quasi per antonomasia il disco hard rock americano per eccellenza di quel decennio.
Anziché concentrarsi sui modelli di Thin Lizzy, Van Halen, Kiss o sulla nascente “glam scene” losangelina, così come era successo per i precedenti lavori, la premiata hit factory Bon Jovi/Sambora torna sui territori del rock’n’roll cari a Springsteen (il suo Born to Run era stato uno dei dischi che aveva fatto sognare l’allora tredicenne Bon Jovi) e decide che il target da colpire non dev’essere solo quello dei giovani e giovanissimi più legati all’hard rock e all’heavy metal, ma deve necessariamente spaziare fino a includere anche l’occasionale radio-ascoltatore legato per sua natura al rock più classico.
In questo l’ex Rouge Desmond Child, fino ad allora famoso soprattutto per la sua collaborazione con i Kiss di I Was Made for Lovin’ You e Heaven’s on Fire, fu probabilmente fondamentale. Riarrangiando alcune delle canzoni partorite da Bon Jovi e Sambora, le dotò di quelle hooklines fondamentali per attirare l’attenzione anche dell’ascoltatore più disattento: non è un caso che tre fra i maggiori successi del disco (You Give Love a Bad Name, Livin’ on a Prayer e Without Love portino il suo nome nei credits.
L’altro asso nella manica era rappresentato dalla coppia che sedeva dietro la consolle: Bruce Fairbairn, scelto per il suo lavoro con i Blue Öyster Cult, e un giovane Bob Rock riuscirono a ottenere una produzione brillante, con tutti i crismi dell’epoca (il famoso rullante “splash”, la chitarra con il talkbox o i suoni “spaziali” del sintetizzatore di Bryan) e riuscirono soprattutto a mettere in risalto l’eccellente sezione ritmica Torres-Such senza che la chitarra di Sambora ne fosse penalizzata. Il risultato fu un disco ritmicamente d’impatto, con grandi soluzioni melodiche e un’interpretazione più che matura di Jon Bon Jovi.
L’effetto finale è quello di un disco che non vuole farsi confinare nella pur vasta nicchia hard rock, ma che intende competere con tutti quei personaggi (a partire da Springsteen) appartenenti al mondo classic rock, AOR e pop che in quel periodo sono soliti disputarsi i primi posti in classifica.
Canzoni come Raise Your Hands, Wild in the Streets o Social Disease con la sua sezione fiati tranquillamente potrebbero passare per brani del repertorio abituale di un Bob Seger o di un Bruce Springsteen, di un Huey Lewis suonato da una iper-vitaminizzata E Street Band. Wanted Dead or Alive mostra invece un lato fino ad allora sconosciuto della band. Lungi dal cadere nel cliché della ballad sentimentale (a cui peraltro i Bon Jovi saranno ben lungi dal rinunciare, come dimostra la splendida Never Say Goodbye), Sambora rivela il suo tocco sulla sei corde acustica e insieme a Jon dà vita a una western song a tutto tondo: «Sono un cowboy / Cavalco un cavallo d’acciaio / Sono ricercato vivo o morto».
Il successo di Slippery fu più che ingente: fu titanico, con 15 milioni di copie vendute nei soli Stati Uniti e oltre 33 in tutto il mondo. Con i Bon Jovi MTV aprì definitivamente all’hard rock, e di certo il successo di Slippery presso il pubblico dell’emittente favorì l’apertura anche ai più attempati Aerosmith, Whitesnake, Def Leppard e alla giovane sensazione losangelina Mötley Crüe.
Dopo l’uscita dell’album, i Bon Jovi intrapresero lo Slippery When Wet Tour per promuoverlo. Il tour iniziò il 14 luglio 1986 al Pacific Coliseum di Vancouver e si concluse il 17 ottobre 1987 al Neal S. Blaisdell Center di Honolulu: oltre un anno passato on the road per guadagnarsi anche dal vivo il rispetto di milioni di fan. Le lezioni apprese nei peggiori club del New Jersey avevano reso convincente la band anche da questo punto di vista.
Pur realizzando nel 1988 l’eccellente New Jersey (con il quale continuarono il progressivo allontanamento dal mondo hard & heavy) e disseminando la propria carriera successiva di enormi hit di successo, i Bon Jovi non seppero mai più ripetersi a questi livelli: e questo perché Slippery When Wet è un disco praticamente perfetto, senza un solo punto debole. Pur nel suo unico intento di agganciare l’ascoltatore in trenta secondi netti, è un disco eterogeneo di stili e di influenze, ma con addosso a ogni canzone un inconfondibile “marchio” Bon Jovi.
L’inizio dell’era d’oro per Springsteen e una nuova era d’oro per il rock americano. Dopo due album poco considerati da critica e pubblico, Born to Run dà inizio al mito del Boss, coltivato a forza di sudore, energia e rock’n’roll sui sogni di un ragazzo di provincia che canta dell’America della sua gente e dei suoi valori, e ne diventa in breve il principale cantore. Springsteen ha rappresentato di certo la maggiore influenza dei Bon Jovi, e le liriche di Livin’ on a Prayer riecheggiano proprio quelle di Born to Run. La title track e Thunder Road sono inni generazionali. Con Born in the Usa (1984) l’America springsteeniana e quella, più easy e superficiale, dei Bon Jovi, sembreranno quasi entrare in contatto.
I Winger avrebbero avuto tutte le carte in regola per diventare delle stelle di prima grandezza, ma ebbero l’irreparabile torto di partire troppo in ritardo: il loro secondo disco, In the Heart of the Young, uscì solamente nel 1990, senza permettere alla band di farsi una solida base di fan che le consentisse di transitare indenne nel periodo grunge. Formati nel 1986 da Kip Winger, già bassista di Alice Cooper, i Winger proponevano un hard rock/AOR estremamente melodico e ad alto contenuto tecnico (essendo tutti eccellenti musicisti, con menzione doverosa per l’ex batterista dei Dixie Dregs, Rod Morgenstein). Chiusa l’avventura con il gruppo, Kip Winger ha intrapreso, sotto l’egida dell’etichetta italiana Frontiers, una carriera solista di assoluto valore.
Sono tre americani e un danese, fanno rock duro ma non sono i Metallica. Ben più sfortunati, i White Lion della coppia Mike Tramp/Vito Bratta (voce e chitarra) sono uno dei più talentuosi e sottovalutati acts hard rock melodici americani del periodo. Stilisticamente molto vicini ai Bon Jovi, abbeverandosi sostanzialmente alle stesse fonti di ispirazione, Pride contiene le ottime Hungry, Wait, Lady of the Valley e la stucchevole ballad When the Children Cry.
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