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Humans vs Robots on Substack · Jul 23, 2026

[4 Album] Lenny Kaye, Suki Waterhouse, Tricky, Yard Act

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Humans vs Robots · Humans vs Robots on Substack

Ogni settimana recensiamo 4 album tra le novità in uscita: grande musica, o grandi nomi (e a volte entrambe le cose). Questa settimana è toccato a:

  • Lenny Kaye: Goin’ Local ★★★

  • Suki Waterhouse: Loveland ★★★½

  • Tricky: Different When It’s Silent ★★★½

  • Yard Act: You’re Gonna Need A Little Music ★★★★

Genere: 🎸Rock

di Carlo Bordone

Non è mai troppo tardi, come insegnava una preistorica trasmissione della Rai. Se uno con la storia di Lenny Kaye decide che a quasi ottant’anni è finalmente arrivato il momento di pubblicare un album a proprio nome, evidentemente è giusto così. Rispetto al record di Marshall Allen della Arkestra (primo disco “solo” a cent’anni compiuti) il buon Lenny è ancora un ragazzino. Cosa che in effetti abbiamo sempre sospettato: nonostante la carta di identità e la criniera imbiancata, il chitarrista del New Jersey anche in età matura emana un’aura di positività e di ottimismo che non si può definire altro che… giovane. Essendo tuttavia una persona seria, in questo (ehm) esordio non cerca di entrare in vestiti che gli andavano bene cinquant’anni fa. Goin’ Local (titolo che ribadisce l’importanza del guardare alla propria scena, di ripartire dal basso e da ciò che ci è più vicino: gli vogliamo bene anche per questa attitudine) è inevitabilmente un lavoro meditativo, ricco di memorie e riflessioni sul tempo che passa senza che per questo si calchi troppo la mano sulla malinconia e il senso di mortalità.

In una recente intervista, Kaye si è definito uno con l’anima del “curatore”. E no, non intendeva Nuggets (per cui gli saremo tutti grati in eterno), ma proprio l’atto di avere cura di qualcuno o qualcosa, che si tratti di amori, amici, luoghi, ricordi, oggetti. Non sorprende, peraltro, in uno che per più di mezzo secolo si è sentito pienamente realizzato come fido scudiero, collaboratore e consigliere di un’altra artista. La musica si adatta alle tematiche dei testi, adagiandosi per tre quarti della scaletta in atmosfere acustiche e pensose che – lo diciamo onestamente e con tutto il dovuto rispetto per l’uomo – non accendono troppo la fantasia.

Brani come Let’s Make a Memory, Be That As It May (May Day), il folk dai toni più irlandesi che americani di If I Were You, World Book Night, Poppy, il Tom Petty scarno di Pennsylvania Girls sono dignitosi ma un po’ troppo simili tra loro e non esattamente una botta di vita. La voce monocorde e flebile, in questo senso, sicuramente non aiuta. Così come poco significativo è il contributo compositivo di sorella Patti in Solstice, pezzo più debole del lotto. Sicuramente meglio gli episodi nei quali si scorge un piglio più rock’n’roll: la title track, annunciata da un riffaccio alla Stones (Can You Hear Me Knocking, per essere precisi), il folk-rock The Things You Leave Behind, l’assolo vagamente Tom Verlaine-style di A Friend Like You. Qui si ritrova, in effetti, quel mood da dirty boulevard newyorkese che ci si sarebbe aspettati da uno chiamato Lenny Kaye. Nel complesso, un album di ascolto piacevole ma con poche scosse. In fondo il ragazzo è al suo primo album, crescerà.

Voto: ★★★

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Genere: 🌟Pop

di Simone Fiorucci

Parafrasando il saggio, potremmo dire che l’amore vero sta nascosto dove nessuno potrà mai trovarlo, ovvero nella seconda pagina dei risultati di Google.

Digitando “Suki Waterhouse album review”, infatti, esce come primo suggerimento un link a Vogue, mica a Pitchfork. Fair enough, direbbero i naviganti navigati. D’altra parte, sono ormai un po’ di anni che Internet fatica a decidere se la ragazza è qualcuno che fa musica o qualcuno da fotografare accanto a qualcuno che fa musica. Ecco, Loveland (nemmeno troppo) sommessamente suggerisce che, a questo punto della storia, quella è la domanda sbagliata. Ma facciamo un passo indietro.

La musica pop ha sempre preferito il romanticismo nella sua forma più disfunzionale. Florence Welch a suo tempo ha sintetizzato il concetto in due versi, ma in generale diciamo che un cuore spezzato ha addetti al marketing più creativi della banale felicità. Lo struggimento si racconta da solo. Il tradimento ha già il ritornello pronto. Nel frattempo, milioni di coppie appagate si godono la sfortunata abitudine di dividersi mutui, buttar giù liste della spesa, dimenticarsi anniversari e giocare a morra cinese per decidere a chi tocca svuotare la lavastoviglie.

Suki Waterhouse prende posto in quella terra di nessuno e accetta la sfida. Loveland, infatti, non è interessato al vertiginoso primo atto dell’amore, ma a tutto ciò che segue quel momento in cui le farfalle si sono adagiate quiete sul fondo dello stomaco: routine, compromessi, consuetudini condivise e sbagli ricorrenti. Crescere non ci fa smettere di farli, ci aiuta solo a diventare più bravi a riconoscerne il pattern, con la nostra firma in calce. O come minimo dovrebbe.

Musicalmente, l’album non fa che seguire la stessa strada verso la consapevolezza di sé. Senza rincorrere nostalgie synth-rock o intimismi acustici, si siede comodo su un divano di pop eclettico ed elegante, spaziando su una vasta tavolozza di colori pur stando attento a non rimanerci intrappolato dentro. O perlomeno a non macchiarsi troppo le mani.

La presenza di nomi come Aaron Dessner (che sottopone un paio di pezzi a un trattamento folkloristico simile a quello già riservato a Taylor Swift) e Mick Fleetwood (che si presenta direttamente in sala di registrazione come special guest invece che come celebrity invitata gratis al buffet della première del disco) avrebbe dovuto almeno destare qualche sospetto riguardo a quanto il dibattito suonasse già abbastanza irrilevante e pretestuoso in partenza. In ogni caso – ce ne fosse ancora bisogno – Loveland ci presenta un’artista che non è (più) solo una fashion icon o un’attricetta minore con il ghiribizzo di cantare. Alla faccia della SEO, oggi, Suki Waterhouse risulta a tutti gli effetti più interessante da ascoltare che da guardare. O da ricercare.

Voto: ★★★½

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Genere: 🎷R&B

di Eddy Cilìa

Ci sono lutti che non basta una vita a elaborare. L’8 maggio 2019 si suicidava Mina Mazy, figlia di Tricky e Martina Topley-Bird, suo contraltare in diversi dischi, primo Maxinquaye. Aveva la stessa età di quel capolavoro datato 1995 e il titolo del primo album pubblicato dal Nostro dopo la tragedia non avrebbe potuto essere più esplicito: Fall to Pieces. Era il 2020. Da allora non è che si fosse dileguato: è del 2021 il progetto collettivo Lonely Guest, del 2023 la collaborazione restituita alla cantante Marta Zlakowska in When It’s Going Wrong (sodalizio esteso da lì a due anni al seguito Out the Way), del 2024 Fifteen Days, con Michaël Theis. Però il seguito di Fall to Pieces ha impiegato sei anni a materializzarsi. Le recensioni finora sono tiepide, è volato anche qualche schiaffo, e a giustificarle è un’unica critica, sempre la stessa: che su quattordici brani Tricky è la voce principale in due, la cover inondata di archi di Marinade dell’australiano Dope Lemon e l’incendiaria Out of Place, apposta a suggello.

Sfugge perché ciò dovrebbe rappresentare motivo di censura. Se Different When It’s Silent fosse stato pubblicato associandone alla titolarità Mitch Sanders, che oltre a cantare e suonare la chitarra in parecchi brani è co-autore di quasi tutti, ne avrebbero scritto diversamente? Se Tricky non se la sente di interpretare canzoni che ancora richiamano la tragedia di cui sopra, non è un suo diritto (oltre che una scelta artistica) affidarle ad altri? Sempre che non gli si voglia far scontare, e proprio mentre è così drammaticamente indifeso, un essere storicamente personaggio problematico: il che sarebbe una piccineria inqualificabile.

Naturalmente non è un nuovo Maxinquaye. Non è nemmeno, per venire ad anni più prossimi, un secondo Adrian Thaws, ma ci va vicino. Opera di rimarchevole varietà. Universi piuttosto che trentacinque minuti separano la fosca I Still See Me There (cosa ne avrebbe fatto Mark Lanegan!) dal blues di impronta rurale Frontier Town, seguito da un Hengrove Blues dove il blues sta solo nel titolo, trattandosi di una ballata acustica abitata da un altro fantasma (quanti ce ne sono, eh?), quello di Elliott Smith. I’m Yours parte suadente e arriva intimidente, Be Still in the Pain è un electro-funk con una linea di basso da urlo, So Cold nel contesto pare pop, I Tried e Paris Maybe sguazzano in un post-soul metropolitano, Because I Don’t Know è la traccia che si avvicina di gran lunga di più a un downtempo classico, al trip-hop Radana preferisce l’hip hop e lo declina hardcore. Gran disco.

Voto: ★★★½

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Genere: 🎸Rock

di Giancarlo Turra

Nell’arena pop britannica ci sono band che si trasformano in comunicatori sociali e portano con sé il respiro dei tempi mentre se ne collocano al di fuori. È l’attimo in cui l’attualità sfocia nell’universale incarnando un anello della catena d’oro che si rigenera di continuo dai Kinks al Brexit-Pop, e siccome tempi duri comportano scelte severe da qualche annetto Albione graffia e scalcia offrendo meccanismi a orologeria che rivitalizzano le sinapsi. Quando pensi al giusto mezzo tra arguzia e frusta viene subito in mente Mark E. Smith, vivo più che mai e non potrebbe darsi altrimenti con questa realtà da affrontare. Meno male che qualcuno lo tratta da punto di partenza come gli Yard Act, che esordivano nel 2022 con The Overload e un clamore giustificato da sonorità post-punk sintonizzate sull’attualità e da una lucidissima vis polemica, sgranata dal frontman James – a proposito: di cognome fa Smith, manco fosse un segno del destino – cucendo efficaci rap da pub e melodie vincenti.

Due annetti e Where’s My Utopia? approdava a un’idea ispida dei Gorillaz, conservando l’anima avant-pop impegnata, umanista e concreta di chi sa che da William Hogarth agli Sleaford Mods è il mezzo che cambia, mai il fine. Sta lì, in fondo, il senso ultimo di un frullato di spigoli orecchiabili, umorismo militante e consapevolezza da intellettuale proletario che apprezzi in pieno prestando attenzione alle parole. Che, com’è noto, sono importanti e, restando oltremanica, è annotazione che vale anche per un Billy Bragg che quarant’anni fa esponeva la teoria del “difficile terzo album”, fatidico ostacolo che i ragazzi di Leeds superano sterzando ancora con un lavoro inciso nel loro studio in presa diretta e completato in California con Justin Meldal-Johnsen, già al fianco di Beck.

Avendo due predecessori ai quali rispondere, l’esito fonde l’umore beffardo del debutto (eloquente al riguardo la copertina…) con le policromie di Where’s My Utopia? in qualcosa di diverso dalla somma degli elementi: qualcosa che, confermando talento e personalità, è tagliente e minaccioso (Redeemer, una Empty Pledges da Nick Cave maturo), fa rimare danza e militanza (Fiction, una title track che invoca il remix), immerge i Blur nel vetriolo dei Fall tramite gli Arctic Monkeys (Over the Barrel, Cherophobe Rock, Thrill of the Chase), medita tenendosi stretto il groove (Janey Said), rivernicia Ray Davies omaggiando gli XTC (Tall Tales, Talky Talky People) e per l’appunto Beck (New Beginnings). Tre tiri in porta, tre gol da fuoriclasse. Complimenti, hip priests.

Voto: ★★★★

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Read the original on hvsr.substack.com

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