Quando finiscono delle Olimpiadi restano le medaglie, certo. Restano le statistiche, le classifiche, le polemiche, ma restano soprattutto alcune immagini che riescono a sopravvivere al risultato. Tra i Giochi Olimpici di Parigi 2024 e Milano-Cortina 2026, una di queste immagini è un corpo sospeso in aria, perfettamente allineato a una linea architettonica, congelato in un istante che sembra negare la gravità. È il gesto di Mathieu Forget, conosciuto come The Flying Man.
Il suo salto non è un effetto speciale e non è un esercizio di stile, e soprattutto, non è AI. È il tentativo, riuscito, di dimostrare che lo sport può essere letto come linguaggio culturale e non soltanto come performance.
Il percorso di Forget parte dallo sport puro. Figlio di un tennista professionista, cresce viaggiando nel circuito agonistico internazionale, respirando la disciplina del gesto tecnico prima ancora di sceglierne uno suo. Poi arriva l’adolescenza, MTV, i video musicali, la danza. Lì capisce che il movimento non è solo competizione: è espressione. Negli Stati Uniti, grazie a una borsa di studio, si trova davanti a un bivio molto chiaro: diventare professionista nel tennis oppure dedicarsi completamente alla danza e alle arti visive. L’ambiente statunitense gli offre una terza via: non scegliere.
Questa contaminazione diventa la sua cifra.
Il passaggio decisivo avviene a New York, quando diventa direttore creativo di un social club di ping-pong. Sembra un dettaglio curioso, in realtà è un laboratorio. Lì impara a gestire produzione, budget, comunicazione, social media. E soprattutto capisce che non deve aspettare di essere scoperto.
«Before social media or the internet was there, art was a lot more institutionalized and it was a lot harder to make it as an artist. It has become a new platform where you can present yourself.»
Forget non pensa che i social siano la soluzione a tutto, ma riconosce che hanno abbattuto muri che per decenni hanno separato l’arte dalle persone. Facebook e Instagram, agli inizi, diventano strumenti di autonomia.
«Around that time, Facebook and Instagram were just starting to become business tools. I realized I needed to understand that world. I didn’t want to wait for someone to call me. I wanted to put my name out there.»
Comincia a pubblicare ogni giorno. Manda centinaia di messaggi. Collabora. Sbaglia. Riprova. Poi arriva TikTok, e uno dei suoi video supera i 50 milioni di visualizzazioni. Ma dietro quei pochi secondi c’è una nuova disciplina.
«Then TikTok arrived and now, my fifth video on TikTok got 50 million views. But behind these short videos are hours of work. I take it as another skill that I learned, outside of dance and photography, how to do short videos, filled with music that retains people's attention.»
Per Forget il formato breve non è un compromesso, è una competenza. La danza, la fotografia, il montaggio, la musica diventano parti di un unico sistema.
E poi c’è l’architettura. All’inizio è una necessità: non ha accesso a spazi interni, quindi lavora in strada. Ma presto diventa una scelta consapevole. Le linee, le ombre, i vuoti urbani diventano tela. Lo spazio non è uno sfondo, è un co-autore.
«I’ve always loved beautiful places, museums, and craftsmanship. During the Olympics in Paris, the goal was to highlight architecture and sport together. There’s nothing better than combining both.»
Durante le Olimpiadi di Parigi nel 2024 questa visione prende forma in modo radicale. Forget porta lo sport dentro musei e istituzioni culturali, invitando atleti olimpici e paralimpici a entrare nel suo linguaggio visivo. La scherma davanti al tramonto di Monet non è un’operazione spettacolare, è un dialogo tra tensione e fluidità, tra gesto tecnico e pittura.
Per lui, la definizione di artista è molto chiara:
«First of all, I’d say that for me, the definition of an artist is someone who can elevate his talents, to the point that it becomes so fascinating that they transform it into art.»
Quando paragona Federer o Messi ad artisti non lo fa per provocazione. Intende che l’eccellenza, quando raggiunge un certo livello, diventa forma.
C’è poi un elemento che rende il suo percorso profondamente contemporaneo: la trasparenza. Mostrare il dietro le quinte, la fatica, i tentativi ripetuti significa ribadire che la levitazione non è un filtro, ma un gesto reale. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale può simulare qualsiasi sospensione, Forget insiste sull’elemento umano come valore non replicabile.
Milano-Cortina 2026 ha aperto un altro capitolo possibile. Se Parigi è stata il dialogo tra sport e museo, tra monumento urbano e gesto atletico, le Dolomiti introducono la natura come spazio di sospensione. Eppure, anche questa volta il contesto nel quale lavora Forger è uno spazio architettonico non propriamente culturale, ma sicuramente importante nell’immaginario collettivo milanese e internazionale: l’Hotel a 5 stelle Principe di Savoia.
E forse è proprio qui che il lavoro di Forget parla anche a chi si occupa di comunicazione culturale. In un sistema che misura tutto in performance, lui insiste sulla forma. In un ecosistema digitale che premia la velocità, sceglie la sospensione, e rivendica fieramente l’assenza di utilizzo di Intelligenza Artificiale. Non rincorre l’effetto, ma riesce a costruire un linguaggio visuale. Insomma, anche lui forse non ha intenzione di riempire buchi all’interno di piani editoriali senza scopo.
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Per chi volesse approfondire, tra le fonti che abbiamo utilizzato per scrivere questo articolo ci sono:
Beyond the Jump: The Unique Artistry of The Flying Man — Sport in Art
BEHIND THE LIGHTS — MATHIEU FORGET — Athleta Mag
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