Qualche giorno fa ho pubblicato questo post, in cui raccontavo in quali persone non mi identifico più. Ma argomentiamo, che serve.
Io non sono nata in una famiglia di caretaker eccezionali e ho avuto esempi femminili diversi: madri e nonne lavoratrici con un’apprezzabile tendenza a lasciar andare il perfezionismo. Pulizia domestica tutt’altro che perfetta, educazione e sorveglianza soft, figlə che si sono cresciutə da solə, pasti monopietanza e il vaffanculo molto facile.
Rimane un mistero perché io mi sia ritrovata, attorno ai 25 anni, prigioniera della convinzione di dover cucinare ogni giorno dei pasti luculliani mentre lavoravo 50 ore a settimana, solo allo scopo di compensare i miei difetti ed essere amata. Ero fidanzata con uno che era stato abituato da sua madre a trovare in tavola a ogni pasto primo, secondo, frutta e dolce. Non è a lei che vanno attribuite colpe: era una mamma e una suocera meravigliosa, la cura era il suo love language e lo padroneggiava perfettamente.
Tuttavia, gli standard che aveva creato erano altissimi e ci voleva un carattere più forte del mio per fregarsene e pretendere che suo figlio fosse ragionevole. Sarebbe servita un’autostima più solida, per riconoscere che andavo bene ugualmente anche se non funzionavo come si aspettava lui. La mia convinzione - probabilmente non troppo sbagliata - che lui non mi amasse o che mi amasse solo se aderivo alle sue pretese mi aveva snaturata. Non entro nel dettaglio delle cose che combinavo1, o dei dettami taciti o espliciti ai quali sottostavo, perché mi vergogno di un gaslighting che mi sono fatta da sola.
Quando ho interrotto la convivenza con questo ragazzo, ho iniziato a uscire con altri: non si è trattato di grandi amori, ma paradossalmente mi hanno fatto sentire molto più accettata nella mia normalità. Nessuno si aspettava che facessi da mangiare per loro, nessuno si lamentava per la qualità di pomodori che compravo o per la scarsa minuzia con cui li avevo sciacquati. Michele, quando ci siamo messi insieme, mi ha proprio detto:

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