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Climax · Jul 25, 2026

Non ci abitueremo al clima caraibico

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Greencome · Climax

Ciao! Stai leggendo Climax, la newsletter mensile di Greencome che riflette sulle notizie più importanti su clima e ambiente, per capire come vivere su un Pianeta che cambia sempre più velocemente.

Le 3 notizie del mese, selezionate da noi. Dall’Italia, dall’Europa, e dal Mondo. In pieno stile Climax.

Un nuovo studio del CMCC, realizzato con Deloitte Climate & Sustainability e European University Institute, quantifica per la prima volta il legame tra rischio climatico e finanze pubbliche in Italia.

Senza politiche di adattamento adeguate, entro il 2050 il PIL italiano potrebbe risultare inferiore fino a 6 punti percentuali rispetto a uno scenario senza danni climatici, con una perdita di crescita che può arrivare al 15%.

L’effetto si trasmette al debito pubblico: crescita più debole, rapporto debito/PIL più difficile da contenere e tassi di interesse più alti, uno “spread climatico” che rischia di autoalimentarsi. A livello europeo, gli eventi estremi hanno già causato 822 miliardi di euro di perdite dal 1980, con Sud ed Est del continente più esposti.

Dopo due anni e mezzo di iter parlamentare, la Francia ha approvato in via definitiva la legge contro la “moda veloce”, definita in inglese con l’espressione “fast-fashion”, colpendo colossi come Shein, Temu e AliExpress. Il Senato ha dato il via libera lunedì 29 giugno, quasi all’unanimità, mentre gran parte della sinistra ha scelto l’astensione, ritenendo il testo indebolito rispetto alla versione originale.

Il cuore della legge è un meccanismo di “bonus-malus”: ogni capo venduto da queste piattaforme sarà soggetto a una penalità crescente, che potrà arrivare fino a 20 euro entro il 2030, con un tetto massimo fissato al 50% del prezzo di vendita del prodotto, per non colpire in modo sproporzionato gli articoli più economici. Il gettito raccolto finanzierà il riciclo e la riparazione dei capi, oltre a sostenere i marchi più sostenibili.

Il testo introduce anche uno stop totale alla pubblicità per questi marchi, equiparandoli per certi versi a tabacco e alcolici: dal 1° gennaio 2027 sarà vietato anche il marketing d’influenza sui social, con i video “haul” nel mirino e multe fino a 100.000 euro per gli influencer che non rispetteranno le regole. Resta però un’incognita: la Commissione europea ha già espresso riserve sulla compatibilità del divieto pubblicitario con il diritto dell’Unione.

La Francia si propone così come apripista di una regolamentazione che diversi osservatori vorrebbero vedere estesa a livello europeo, l’unico piano in grado di incidere davvero sulle pratiche di questi giganti del commercio online.

AP @Photo/Aurelien Morissard

Le notti sempre più calde causate dal cambiamento climatico costano alla popolazione mondiale quasi una settimana di sonno l’anno.

È quanto emerge da un’analisi di Climate Central, organizzazione scientifica statunitense, che ha esaminato 1.338 città nel mondo: tra il 2020 e il 2025 la persona media ha perso quasi 56 ore di sonno l’anno a causa delle alte temperature notturne, e oltre 6 di queste ore sono attribuibili direttamente al cambiamento climatico, l’equivalente di una notte insonne in più. Si tratta, secondo gli autori, della prima analisi a quantificare direttamente le ore di sonno perse per effetto del riscaldamento globale.

Il fenomeno colpisce più duramente Medio Oriente e Sud-est asiatico, dove la perdita arriva fino a 91 ore l’anno; in Europa, l’area mediterranea è quella più esposta, con Napoli al primo posto (51 ore), davanti ad Atene, Valencia, Lisbona e Marsiglia.

Secondo lo studio, la privazione cronica di sonno ha ricadute su cuore, sistema immunitario e capacità cognitive, con anziani, donne e bambini tra i più vulnerabili specialmente nei Paesi a basso reddito, dove i sistemi di climatizzazione sono un lusso per le fasce meno abbienti della popolazione.

@ClimateCentral, Global Heat-Related Sleep Loss

In un mondo in cui quasi ogni estate stabilisce nuovi record di temperature estreme, diventa imperativo per le città dotarsi di strategie efficaci ed eque per affrontare questi cambiamenti. Abbiamo chiesto a Elena Grandi, assessora all’Ambiente e Verde del Comune di Milano, di rispondere a questa domanda:

Un’ondata di calore come quella che ha attanagliato l’Europa nella seconda metà di giugno rappresenta un grave rischio per la salute dei cittadini, in particolare per le fasce più fragili della popolazione. In che modo il Comune di Milano si sta attrezzando per rispondere a questi fenomeni attraverso strumenti come il Profilo Climatico Locale e la rete degli ‘Spazi Freschi’?

Le ondate di calore, e di conseguenza le isole di calore che si creano in alcune zone delle nostre città, sono tra gli effetti più visibili e impattanti in ambito urbano dei cambiamenti climatici: rappresentano quindi una delle principali sfide che le città sono chiamate ad affrontare.

A Milano, l’aumento delle temperature estive come quello a cui stiamo assistendo in queste ultime settimane – e quello a cui assisteremo nei prossimi anni, come evidenzia il Profilo Climatico della città – rendono necessario un insieme di interventi capaci di migliorare il comfort urbano e ridurre gli effetti del calore, con particolare attenzione ai soggetti più fragili, sia dal punto di vista della salute che economico.

Il Comune di Milano sta affrontando questa sfida attraverso un approccio integrato che combina interventi strutturali e misure temporanee. Tra le strategie strutturali hanno per noi un ruolo sempre più centrale le depavimentazioni, che consentono di trasformare aree grigie in aree verdi, restituendo superfici permeabili capaci di mitigare le temperature, oltre che di gestire al meglio le acque meteoriche. A questi si affiancano gli interventi di riqualificazione dei parterre alberati, che migliorano non solo la salute degli alberi, ma liberano suoli aridi e compattati dal peso delle automobili che vi parcheggiano in sosta abusiva.

Infine, accanto a queste azioni di lungo termine, il Comune mette in campo misure temporanee per offrire sollievo durante i periodi più caldi: tra queste, l’installazione di strutture ombreggianti e la rete degli Spazi Freschi, luoghi accessibili come parchi, case di quartiere e biblioteche raffrescati e con accesso ad acqua potabile.

L’obiettivo è costruire una città sempre più resiliente, capace di adattarsi ai cambiamenti climatici attraverso interventi diffusi che migliorano la vivibilità degli spazi urbani e la qualità della vita di chi li abita.

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Nella scorsa puntata di Climax, abbiamo chiesto il vostro parere riguardo al divieto di vendere e consumare alcol in luoghi pubblici e alla sospensione di eventi sportivi outdoor imposti in Francia durante la terribile ondata di calore che ha attraversato l’Europa a fine giugno.

Ecco cosa ci avete risposto:

Un risultato schiacciante, che ha messo quasi tutti d’accordo. È inutile negarlo: siamo tutti e tutte molto preoccupati… tranne il Presidente del Senato della Repubblica, Ignazio La Russa, che ci ha regalato una nuova perla di follia: “Ai Caraibi vivono con questo clima da un sacco di tempo. E vabbè. Ci abitueremo al clima caraibico”.

Dobbiamo commentare? Meglio di no.

Strade e parchi deserti, scuole chiuse ed eventi pubblici annullati. La recente ondata di caldo in Europa ha riportato alla mente i lockdown della pandemia. Questa volta, però, non è stato un virus a causare i disagi, bensì le temperature record. Giugno è stato uno dei mesi più caldi mai registrati in Europa. Diversi Paesi (Francia, Regno Unito, Svizzera, Germania), hanno registrato i giorni più caldi di sempre per il mese di giugno. In Repubblica Ceca, il termometro ha raggiunto i 41,9°C, il valore più alto di sempre nel Paese e nel comune di Tama, in Cantabria (Spagna), il picco di 43,7°C ha stabilito un record assoluto per la regione in qualsiasi mese dell’anno. Anche in Italia ben 25 città sono state da bollino rosso.

Quello tra la pandemia del Covid e il calore estremo non è sicuramente un parallelismo da prendere alla lettera– non fraintendeteci – ma mette in luce due aspetti fondamentali: siamo di fronte a una crisi sanitaria ed economica, non solo ambientale. E, peggio ancora, non siamo preparati.

Questa recente ondata di calore è stata alimentata da quello che i meteorologi chiamano “blocco a omega”, una configurazione atmosferica che prende il nome dalla lettera greca per via della forma che disegna nell’aria. In pratica, l’aria calda e secca proveniente dal Nord Africa rimane intrappolata sopra una regione, mentre sistemi di bassa pressione ai lati le impediscono di disperdersi. Secondo il World Weather Attribution, se lo stesso fenomeno si fosse verificato nel 2003, le temperature sarebbero state di due gradi più basse. Quindi sì, è un problema di crisi climatica e no, non è normale che d’estate faccia così tanto caldo.

In Europa, il bilancio delle vittime del caldo tra il 21 e il 29 giugno è stato di oltre 1300 decessi in eccesso. Oltre alle tragiche vicende di bambini chiusi in auto e alle spesso invisibili scomparse di anziani, particolarmente vulnerabili in queste condizioni estreme, molti sono stati i decessi per annegamento – 74 in Francia. Un numero che parla anche della ricerca disperata di sollievo da un calore che diviene insopportabile, soprattutto nelle grandi città-forno.

Commentando questo quadro, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha ricordato che l’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente al mondo e ha invitato i governi europei a dotarsi di adeguati piani d’azione contro lo stress da caldo, definito un “killer silenzioso”.

Una crisi sanitaria, non c’è dubbio, ma anche economica. L’ondata di giugno, abbattutasi sull’Europa a meno di un mese dalla precedente, ha reso infatti evidente una scomoda verità. A causa del costante aumento delle temperature medie globali, gli episodi di caldo estremo hanno raggiunto un’intensità tale da portare la nostra società al suo limite funzionale.

D’altronde, come si fa a lavorare in un clima in cui si fa addirittura fatica a esistere? A Roma, nella zona della Stazione Termini, luogo molto frequentato dai rider, sono state registrate temperature del suolo con picchi superiori agli 80°C e tra i 60°C e i 100°C in due grandi cantieri della capitale dove i lavoratori operavano nelle ore centrali della giornata.

Il problema è che con ogni probabilità questa sarà (in media) l’estate più fresca del resto delle nostre vite. Questa ondata di calore è stata solo “una prova generale” secondo il dottor Hans Henri Kluge, direttore regionale dell’OMS per l’Europa. E qui entra in gioco il secondo fattore di somiglianza con l’emergenza pandemica: non ci siamo fatti trovare pronti.

Come interrompere questo circolo vizioso? Secondo Marine Le Pen, deputata francese ed esponente storica del partito di destra radicale Rassemblement National, un “piano climatizzazione” potrebbe essere la “semplice” risposta. Potrebbe sembrare una proposta politica sensata, se si pensa che gli impianti di aria condizionata sono presenti in appena il 20% delle abitazioni private nel continente. E se è vero che in Europa abbiamo un problema con il nostro patrimonio immobiliare, in gran parte pensato per trattenere il calore e non per disperderlo, rispondere a forza di nuovi condizionatori è realmente la scelta più intelligente nel lungo termine?

Secondo molti (noi incluse), la risposta è un secco “no”. In primo luogo perché queste macchine “risolvono” il problema all’interno mentre lo alimentano all’esterno (i condizionatori non eliminano il caldo, ma lo “spostano” all’esterno, nelle strade già roventi). In secondo luogo, perché se applicassimo l’aria condizionata come soluzione trasversale in modo equo (e non solo ai piani alti), ci addosseremmo un peso energetico ed economico immenso.

Ci servono soluzioni davvero sostenibili. In questo senso va ad esempio la Direttiva UE del 2024 sulla prestazione energetica dell’edilizia, ma non basta. È fondamentale sviluppare un ventaglio di interventi preventivi e soprattutto lungimiranti perché la crisi climatica è qui per restare. E non possiamo accettare che le persone continuino a morire di caldo.

Avete presente quando nelle notti torride provate a spalmarvi come una stella marina sul letto e a restare immobili sperando che questo vi faccia dimenticare di star sudando? Ecco, con raffreddamento passivo non si intende proprio questo, ma il concetto alla base è in effetti quello di una “non azione”. Si tratta di un approccio alla progettazione degli edifici (inclusa la scelta dei materiali) finalizzato a mantenere una temperatura interna confortevole senza usare dispositivi meccanici o elettrici come l’aria condizionata, ma sfruttando i meccanismi naturali di trasferimento del calore attraverso strategie che massimizzano la ventilazione naturale, l’isolamento e l’ombreggiatura. Questo approccio si contraddistingue quindi dal suo corrispettivo “attivo” per il fatto che non consuma energia esterna offrendo una soluzione (almeno parziale) più sostenibile e accessibile.

Il 29 giugno è stato registrato il “Glacier Loss Day” in Svizzera: la data esatta in cui, avendo esaurito tutta la neve fresca accumulata durante l’inverno, i ghiacciai iniziano a consumare la loro massa storica di ghiaccio.

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Ringraziamenti

Grazie per aver letto Climax! 💚

Questa newsletter è a cura di: Emma Cabascia e Annalisa Gozzi.

Non solo mese per mese, ogni giorno ci occupiamo di diffondere consapevolezza sulle sfide ambientali e climatiche.

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