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Climax · Jan 31, 2026

Il 2026 inizia in salita (anche) per il clima

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Greencome · Climax

Ciao! Stai leggendo Climax, la newsletter mensile di Greencome che riflette sulle notizie più importanti su clima e ambiente, per capire come vivere su un Pianeta che cambia sempre più velocemente.

Le 3 notizie del mese, selezionate da noi. Dall’Italia, dall’Europa, e dal Mondo. In pieno stile Climax.

Stando alle dichiarazioni degli organizzatori, i XXV Giochi Olimpici Invernali che si terranno a Milano e Cortina dal 6 al 22 febbraio 2026 saranno “i più sostenibili di sempre”. I numeri dicono che circa l’85% delle sedi di gara utilizzate fosse pre-esistente, che l’energia utilizzata sarà prodotta al 100% da fonti rinnovabili e che per la prima volta sarà calcolata e monitorata l’impronta idrica dei Giochi. Sul piano sociale, a Milano-Cortina la partecipazione femminile raggiungerà il 47%, un record per le Olimpiadi invernali. Tuttavia, ambientalisti e associazioni segnalano che nei report ufficiali mancano ancora molti dati chiave, rendendo difficile valutare la reale sostenibilità dell’evento. Seguiranno aggiornamenti nel prossimo episodio di Climax, quando a Giochi conclusi sarà possibile fare un bilancio completo.

@Milano Cortina 2026

L’Unione Europea ha rinviato per il secondo anno consecutivo la legge contro la deforestazione (EUDR), originariamente prevista dal 2024. La norma vieta l’importazione di prodotti come cacao, caffè, soia, carne, legname e olio di palma provenienti da terreni deforestati, richiedendo ai produttori dati geolocalizzati e controlli sulle filiere. Ora l’entrata in vigore è fissata al 30 dicembre 2026 per i grandi operatori e al 2027 per i più piccoli, con una nuova revisione prevista ad aprile 2026 che potrebbe prorogare ulteriormente i termini. ONG e esperti denunciano il depotenziamento del testo originale: obblighi alleggeriti e controlli ridotti rischiano di rendere inefficace la legge e allontanare l’Europa dagli obiettivi climatici.

@Michael Dantas / Afp

Esperti avvertono che la spinta degli Stati Uniti a rilanciare il petrolio venezuelano, uno dei più pesanti e inquinanti al mondo, potrebbe peggiorare decenni di danni ecologici. La produzione di questo petrolio richiede più energia e brucia grandi quantità di gas naturale, generando metano fino a sei volte sopra la media globale e un’intensità di flaring - pratica che consiste nel bruciare gas naturale in eccesso spesso metano, che viene estratto insieme al petrolio ma che non può essere economicamente recuperato o utilizzato - dieci volte superiore alla norma. A peggiorare la situazione sono le condizioni fatiscenti in cui versa la maggior parte delle infrastrutture venezuelane, con quasi 200 sversamenti documentati tra il 2016 e il 2021. E sebbene gli Stati Uniti sostengano che i loro investimenti miglioreranno le condizioni ambientali, gli osservatori hanno motivo di credere che profitti e output continueranno a prevalere sulla tutela del territorio e del clima.

@AP Photo/Matias Delacroix

In occasione della Giornata Internazionale dell’Educazione, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2018 per sottolineare il ruolo fondamentale dell’istruzione per la pace, lo sviluppo sostenibile e i diritti umani, abbiamo chiesto a Roberta Bosu, esperta di strategie e campagne di comunicazione, advocacy e Ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima, di rispondere a questa domanda:

Il 24 gennaio si è celebrata la giornata mondiale per l’educazione, un valore che porti anche nel tuo lavoro di advocacy e campaigning sui diritti dell’Antartica. Quali sono le sfide che riscontri nel tuo lavoro?

Da due anni guido la campagna Antarctic Rights e una domanda ricorre costantemente: “Qual è la prima cosa che ti viene in mente pensando all’Antartide?” Ghiaccio. Pinguini. Freddo. Raramente qualcuno risponde che l’Antartide regola le correnti oceaniche o che è il termostato del nostro clima.

Questa campagna mi ha mostrato l’entità della nostra ignoranza collettiva rispetto a un luogo che sostiene l’equilibrio di tutto ciò che conosciamo.

Parlare di Antarctic Rights significa confrontarsi con due sfide educative quasi insormontabili. La prima è la distanza—non solo geografica, ma mentale. Perché qualcuno in Africa, Mediterraneo o in Amazzonia dovrebbe interessarsi all’Antartide? È un luogo così remoto nell’immaginario collettivo che per molti rimane un’astrazione pura: un nome su una carta geografica, qualcosa che semplicemente non riguarda nessuno.

La seconda è più radicale: una rieducazione del nostro rapporto con la natura stessa. Riconoscere i diritti dell’Antartide significa chiedersi: se le multinazionali hanno diritti legali, perché non un pinguino? Un ghiacciaio? Un oceano? È una domanda che destabilizza perché costringe a ripensare la nostra supremazia sul mondo.

La vera sfida di questa campagna non è spiegare dove sia l’Antartide. È ri-educare le persone a comprendere il nostro posto nel pianeta: non come padroni, ma come parte di un sistema vivente interconnesso.

I confini politici sono illusioni che manteniamo per controllare ciò che non possiamo possedere. La natura non è “risorsa” da trasformare in profitto ma il contesto vivente di cui siamo parte. Quando questa consapevolezza si radica, quando quindi smettiamo di pensare in termini di estrazione e iniziamo a vedere l’appartenenza, capiamo che l’Antartide non è separata da noi.

La soddisfazione più bella è vedere dissolversi la grande illusione della distanza. Quando le persone capiscono che l’Antartide non è lontana, accade una trasformazione. La lontananza diventa vicinanza. Lo scetticismo diventa curiosità. La curiosità diventa urgenza. E l’urgenza diventa responsabilità.

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Nella scorsa puntata vi abbiamo chiesto di fare i conti in tasca…e di riflettere sul vostro budget per il 2026. Poi, vi abbiamo lanciato una provocazione, chiedendovi se secondo voi fosse problematico che al mondo esistano gli ultramiliardari.

Ecco cosa ci avete risposto:

Forse speravamo in un dibattito un po’ più acceso (un grazie alla quota polemica dei nostri lettori), ma in realtà siamo rincuorate: la maggior parte della community pensa che essere così ricchi sia decisamente esagerato. Beh, i dati vi danno ragione: la ricchezza globale è distribuita in maniera sempre più diseguale. E immaginiamo che non vi sorprenderà sapere che questa disuguaglianza si riflette anche nella distribuzione delle responsabilità rispetto alla crisi climatica.

Se vi/ci può consolare, sono gli stessi super ricchi (o meglio alcuni di loro) a riconoscere di essere davvero troppo ricchi e che le nostre “democrazie, le nostre comunità, il nostro futuro” devono essere protetti dai danni e dai paradossi della ricchezza estrema. Lo hanno scritto nella lettera aperta “Time to Win” rivolta ai potenti riuniti a Davos dal 19 al 25 gennaio per l’annuale World Economic Forum.

A livello globale, l’1% più ricco della popolazione controlla il 37% della ricchezza mondiale e si è accaparrato quasi due terzi della nuova ricchezza creata dal 2020.

@Oxfam Italia

E se guardiamo all’Italia, lo squilibrio non è da meno. Dall’inizio della pandemia il numero dei miliardari italiani è passato da 36 a 63, con un aumento del valore dei loro patrimoni di 217 miliardi di dollari, pari al 46%. Nel frattempo, la metà più povera della popolazione italiana ha visto la propria ricchezza quasi dimezzata. Nel nostro paese, il 20% più ricco detiene il 68,9% della ricchezza nazionale, mentre il restante 60% si “accontenta” del 13,5%

Mentre molti di noi si stavano ancora riprendendo dal Capodanno, il 3 gennaio il top 0,1% dei super ricchi a livello globale aveva già bruciato il suo intero “budget di carbonio” per il 2026, ossia il volume di emissioni di CO₂ che ciascuno può produrre nel corso dell’anno compatibilmente con l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature globali entro i 1,5 °C. L’1% più abbiente, che comprende miliardari, milionari e chi guadagna più di 140.000 dollari l’anno, ci ha messo “solo” dieci giorni.

Lo afferma una nuova analisi prodotta da Oxfam, secondo cui questo centesimo della popolazione mondiale arriva a consumare circa 76 tonnellate di CO₂ all’anno a testa a fronte delle 2,1 che “spetterebbero” a ciascuno. La metà più povera della popolazione mondiale impiegherebbe quasi tre anni per raggiungere lo stesso consumo.

Badate bene, non si sta parlando di persone che hanno una seconda casa o un’auto sportiva o che fanno la settimana bianca in rinomate località sciistiche, ma di individui il cui stile di vita è quasi inimmaginabile per il cittadino medio e rappresenta, per Oxfam, una delle principali cause della crisi climatica.

Il problema, tra l’altro, va ben oltre la questione dei consumi e delle abitudini poco sostenibili: Oxfam ha rilevato che, in media, gli investimenti di un miliardario causano l’emissione di circa 1,9 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno. E attenzione, queste emissioni non sono un “effetto collaterale” casuale: derivano dalla scelta deliberata di puntare sui settori fossili e ad alta intensità di carbonio che, guarda caso, restano estremamente redditizi. In altre parole, non solo i super-ricchi vivono oltre le loro (nostre) possibilità climatiche, ma alimentano la propria ricchezza “investendo” nel riscaldamento globale.

Le cifre di questi portafogli di investimento, tra l’altro, sollevano un altro aspetto problematico se consideriamo quanto sono complesse le negoziazioni sulla finanza climatica: i soldi per affrontare le conseguenze in atto del cambiamento climatico e per prevenirne di ulteriori ci sono, bisognerebbe “solo” reindirizzarli.

In un pianeta che nel 2030 ospiterà 8,5 miliardi di persone, la domanda è tanto semplice quanto disturbante: possiamo davvero permetterci che così pochi consumino così tanto mentre la maggioranza si limita a sopravvivere, rincorrendo un pianeta sempre più caldo? Ovviamente no, soprattutto se si considera che, secondo le analisi di Oxfam, per raggiungere gli obiettivi climatici del 2030 i super-ricchi dovrebbero ridurre le proprie emissioni addirittura del 97%.

Tradotto: non ci sono scorciatoie né alibi: la soluzione passa per interventi, anche radicali, quali maggiori imposte sul reddito e sul patrimonio dei super ricchi, nuove imposte sugli utili eccessivi delle compagnie fossili, o perché no, una tassazione sui beni di lusso ad alta intensità di carbonio come i superyacht e i jet privati. Non ce ne voglia Taylor Swift.

Se noi diciamo overshoot, voi dite? Forse dite “parla come mangi” e avreste anche ragione perché gli inglesismi hanno invaso ogni ambito lessicale possibile, incluso quello della scienza climatica. Comunque, una possibile traduzione italiana di questo termine è “mancare il bersaglio”, in questo caso l’obiettivo che i paesi firmatari dell’Accordo di Parigi si sono dati nel 2015 per limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali. Per la prima volta da allora, la media delle temperature sul triennio 2023-2025 ha superato questa soglia. Sebbene questo non significhi che l’obiettivo sia stato (ancora) mancato, l’overshoot è ormai virtualmente inevitabile tanto che la conversazione negli alti circoli scientifici si è spostata su come limitarne la durata, piegando drasticamente la curva delle emissioni, e affrontarne le conseguenze.

Nell’epoca di ChatGPT, anche gli studenti fuori sede potrebbero smettere di chiamare la mamma per avere istruzioni sulla lavatrice.

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Ringraziamenti

Grazie per aver letto Climax! 💚

Questa newsletter è a cura di: Emma Cabascia e Annalisa Gozzi.

Non solo mese per mese, ogni giorno ci occupiamo di diffondere consapevolezza sulle sfide ambientali e climatiche.

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