Qusra, Cisgiordania, 9 agosto. Coloni israeliani mettono sotto assedio le abitazioni del villaggio. Tra queste, la casa di Loui Ridi, palestinese con cittadinanza americana. Alcune organizzazioni per i diritti umani parlano di tentativo di esproprio. Le IDF intervengono, ma in maniera tardiva e parziale. La situazione è complessa e non vengono effettuati arresti. I coloni, anche se allontanati, rimangono in zona. Ridi denuncia ancora molestie ed esprime il timore di essere aggredito nuovamente quando i militari si ritireranno.
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Mike Huckabee è un ministro battista dell'Arkansas. Incidentalmente è anche l'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele. Lui non parla di Cisgiordania, ma si riferisce alla regione col nome biblico di Giudea e Samaria, la stessa denominazione ufficiale che usa il governo Israeliano. Da sempre sostiene gli insediamenti ebraici nell'ambiente evangelico americano, eppure, la settimana precedente, ha definito "terroristi" i coloni coinvolti nell'assedio. Nell'intervista concessa a Reuters, cita i Dieci Comandamenti, fra i quali "Non rubare". Afferma che le famiglie palestinesi colpite sono vittime di attività "inescusabili e ripugnanti". Evoca la possibilità di sanzioni americane contro i coloni responsabili dell'assedio, compreso il divieto di accesso negli Stati Uniti. Precisa che si tratta di sue ipotesi e che non è a conoscenza di misure concrete in corso. Huckabee, con il suo comportamento e con le sue opinioni sugli insediamenti, non afferma un principio umanitario, difende la proprietà di un cittadino americano: Loui Ridi.
L'IDF ha chiesto alla polizia israeliana di procedere all'arresto dei coloni più facinorosi, ma la polizia non ha proceduto, probabilmente perché teme disordini e rivolte. Netanyahu non ha commentato l'episodio. Uno dei leader dei coloni ha espresso una condanna delle azioni, ma la dichiarazione non ha sortito conseguenze.
In Cisgiordania sono schierati 25 battaglioni delle Forze Armate Israeliane. La rete di intelligence dello Shin Bet (il servizio segreto interno di Israele) è diffusa e capillare. Lo scopo di questo schieramento è proteggere i 500.000 coloni israeliani della regione da possibili attacchi terroristici nello stile del 7 ottobre. Dopo il massacro operato da Hamas in quella data, 1.100 palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania in scontri con i coloni.
Netanyahu ha nel suo governo coloni radicali che sostengono la pulizia etnica. In alcune occasioni, Israel Katz, Ministro della Difesa, ha espresso critiche nei confronti delle IDF quando cercavano di arrestare l'azione di coloni violenti. In Cisgiordania, il rispetto della legge e la convivenza civile sono minacciate dall'atteggiamento compiacente dell'ala più radicale del governo Netanyahu. Quella che sostiene il leader, ma lo tiene continuamente sotto ricatto.
"The Bibi Files" è un documentario del 2024 diretto dalla regista sudafricana Alexis Bloom, di padre ebreo e madre tedesca, cresciuta nella tradizione ebraica. Il documentario è basato su oltre 1.000 ore di filmati trapelati dagli interrogatori a cui è stato sottoposto Netanyahu dalla polizia israeliana nell'ambito dei procedimenti per corruzione a cui è sottoposto.
Il documentario sostiene, per tramite di interviste ad esperti che hanno visionato i filmati, che il premier israeliano abbia facilitato il trasferimento di fondi ad Hamas usando il Qatar come intermediario. Nelle registrazioni, però, Netanyahu parla di "vicini giurati nemici" a cui manda messaggi per confonderli e ingannarli. Gli esperti intervistati nel documentario parlano di 35 milioni di dollari al mese trasferiti dal Qatar ad Hamas e sostengono che questo sia avvenuto col consenso israeliano. Il finanziamento qatariota è un fatto. Che sia avvenuto su richiesta di Israele o con il suo beneplacito è un'ipotesi non supportata da nessun elemento fattuale. Netanyahu, all'epoca, preferiva un Hamas economicamente stabile a un Hamas alle corde che avrebbe potuto scatenare una escalation. L'approvazione dei finanziamenti è possibile, ma non attestata.
Ahmed Fouad Alkhatib è un nome che citerò spesso nel prosieguo di questo articolo. Si tratta di un attivista umanitario e blogger palestinese con cittadinanza americana. Ha posizioni fortemente critiche sia nei confronti di Netanyahu che di Hamas. Lui sostiene che Netanyahu ha bisogno di Hamas perché la natura stessa dell'organizzazione terroristica la rende un'interlocutrice poco credibile, mentre la risoluzione del problema di Gaza e della Cisgiordania richiede un interlocutore politico credibile da parte palestinese. A questo si aggiunge la natura evanescente dell'Associazione Nazionale Palestinese, che gode di maggior considerazione all'estero che in casa. Alkhatib racconta un episodio che, secondo la sua opinione, ha valore di prova diretta. Nel recente passato, Hamas ha ricevuto un'offerta di 15 miliardi di dollari da cosiddette "superpotenze" per lo sviluppo di Gaza. Costruzione di un porto, di un aereoporto e infrastrutture moderne ed evolute. Ismail Haniyeh, a quel tempo leader di Hamas e successivamente eliminato da Israele nel luglio 2024, ha descritto l'offerta pubblicamente. La contropartita era lo scioglimento di Hamas come organizzazione e l'integrazione dei suoi membri nelle forze di polizia di Gaza. Hamas ha rifiutato l'offerta.
Alkhatib si trovava in quella stanza o in stanze adiacenti durante la discussione della proposta. Nonostante la disponibilità a riprogettare gli interventi in maniera più favorevole agli interessi palestinesi, Hamas ha testardamente reiterato il suo rifiuto. Una Gaza prospera non avrebbe avuto bisogno di Hamas, mentre una città assediata, impoverita e isolata sarebbe rimasta ostaggio dell'organizzazione terroristica. La sopravvivenza dell'organizzazione veniva prima dello sviluppo di Gaza.
Secondo Alkhatib, i fatti appena descritti rappresentano le due ganasce di una tenaglia nella quale è stretta la popolazione di Gaza. Netanyahu non si oppone ai finanziamenti per Hamas. Hamas rifiuta ogni iniziativa che possa sostituire infrastrutture civili ai suoi tunnel costruiti sotto scuole e ospedali.
Il leader israeliano e l'organizzazione terroristica avevano un interesse convergente nella propria sopravvivenza. Entrambi non puntavano alla distruzione del nemico, ma a un suo indebolimento che lo rendesse gestibile. Alkhatib sostiene che il vero punto di frizione è nel fatto che né Hamas, né Netanyahu vogliono uno stato palestinese accanto ai confini israeliani. Entrambi puntano al controllo dello stesso pezzo di terra.
Nella prima metà del 2023 la popolarità di Hamas ha toccato i minimi storici a Gaza. Disoccupazione, mancanza di prospettive e interruzioni continue nella fornitura elettrica avevano portato a proteste nelle strade di Gaza. In queste condizioni, un'operazione militare in grande stile avrebbe potuto rivalutare la credibilità di Hamas e sabotato la normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele. Alkhatib sostiene che l'escalation che ha portato al 7 ottobre fosse prevedibile perché le condizioni di crisi in cui versava l'organizzazione terroristica e le vicende politiche di Netanyahu, sottoposto a grande pressione per le proteste contro la sua riforma della giustizia, avevano rotto la fragile condizione di simbiosi che aveva unito i due nemici per venti anni.
Il massacro disumano del 7 ottobre ha rotto ogni equilibrio. Nessuna forma di simbiosi era più sostenibile dopo che nel corso della storia era stata aperta quella ferita insanabile. La guerra che ne è seguita si è sviluppata secondo la ferocia che l'aveva scatenata. Hamas, pesantemente decimata sul campo di battaglia, ha vinto la guerra mediatica anche grazie al supporto di cui gode in molti media occidentali e al latente antisemitismo che ha trovato nuovi argomenti per giustificarsi.
Fino ad oggi non sono state individuate soluzioni. Il piano di Trump, articolato su 20 punti e proposto attraverso il Board of Peace, è bloccato su due elementi essenziali. Israele non si ritira se Hamas non disarma. Hamas non vuole disarmare. La simbiosi dei nemici è finita. Al suo posto c'è il vuoto.
20 agosto, Kadim, nord della Cisgiordania, nei pressi di Jenin. Trenta famiglie di coloni arrivano portando roulotte, materassi e materiale da costruzione. Nel 2005, Kadim era stata evacuata dalla presenza israeliana nell'ambito del Piano di Disimpegno promosso dal governo Sharon. La manovra aveva coinvolto altri insediamenti nelle vicinanze, considerati troppo isolati, privi di valore strategico e costosi da mantenere. Il divieto di insediarsi in quell'area è durato venti anni. Il governo israeliano attuale ha revocato quella disposizione. La cerimonia che ha celebrato la riapertura ha visto la presenza di Bezalel Smotrich, ministro delle finanze e leader dell'ala più radicale della coalizione di governo, il presidente della Knesset, il parlamento di Gerusalemme, il Ministro della Giustizia israeliano e Yossi Dagan, capo del consiglio regionale dei coloni che, nell'occasione, ha dichiarato che un giorno i coloni torneranno anche a Gaza, uno schieramento di personalità che è un preciso segnale politico. Kadim è solo l'ultimo dei quattro insediamenti evacuati nel 2005 che è stato riaperto. Ganim, Sanur e Homesh erano già stati aperti precedentemente.
Da quando si è insediato il governo Netanyahu, nel 2022, sono stati approvati oltre 100 nuovi insediamenti in Cisgiordania. Più di un analista sottolinea che la costruzione di nuovi insediamenti nell'area di Jenin è funzionale a far trovare il governo che si insedierà dopo le elezioni di ottobre di fronte a un fatto compiuto. Anche se il nuovo governo non condividesse la politica dei nuovi insediamenti, rimuoverli sarà un'operazione complessa e delicata.
Accanto agli insediamenti civili, le IDF stanno allestendo due basi militari nel nord della Cisgiordania. L'avamposto stabilito nella regione di Jenin è la prima base in territorio a controllo palestinese dagli accordi di Oslo del 1993. Le IDF giustificano la mossa in accordo alle necessità operative che si sono create nella regione.
La BBC ha raccolto delle testimonianze sul territorio. Quello che emerge è una differenza sostanziale tra i coloni di oggi e quelli che allora furono costretti a sloggiare. Benché separate, le due comunità avevano stabilito degli spazi di convivenza che rispettavano reciprocamente, mentre ora a dominare è l'aggressività e la violenza. Gli eventi del 7 ottobre e la guerra che ne è succeduta, hanno aperto una voragine tra le due comunità che viene colmata solo attraverso lo scontro, la violenza e la sopraffazione.
L'Economist sostiene che Netanyahu, benché non lo ammetta apertamente, è schierato con i coloni più estremisti. Le IDF percepiscono questa posizione. Quando hanno tentato di fermare i violenti hanno subito il rimprovero del Ministro dell Difesa Katz, praticamente un incitamento a violare la legge. Questo ha progressivamente creato una condizione di impunità per i coloni che sanno che non verranno arrestati dalla polizia, da cui l'ala più estremista del governo si aspetta che non agisca.
La situazione precipita sempre più velocemente man mano che ci si avvicina alle elezioni del 27 ottobre. L'obiettivo è creare un radicamento che, nonostante l'alternanza democratica che vige in Israele, non sia facile da risolvere.
Qualsiasi sia l'esito politico delle prossime elezioni, le scelte del governo Netanyahu sono destinate a durare a lungo.
Come sempre più spesso accade, i governi tendono a rappresentare se stessi piuttosto che i cittadini che li hanno eletti. Questo vale anche e soprattuto per Israele. Gli istituti di ricerca israeliani più autorevoli, l'INSS dell'università di Tel Aviv e l'Istituto per la Democrazia, descrivono una società civile esausta, ma rassegnata. Tutti gli indicatori rilevati, dalla fiducia nel governo alla coesione sociale, passando per economia e percezione di sicurezza, sono negativi. Nello stesso tempo, la maggioranza degli israeliani non vuole la fine della guerra perché non riesce a immaginare cosa potrebbe accadere se si fermasse. La rassegnazione nasce dalla disperazione, dalla sensazione di non avere una via d'uscita, non dalla sete di sangue o di vendetta. L'esercito, che in Israele è composto quasi esclusivamente da riservisti, non è un organo separato dalla società, ma ne è parte integrante e viene percepito come un valore nazionale. Vivere attraverso la guerra è una resa civile mascherata da determinazione.
Quella che si vive in Israele, dopo l'attacco di Hamas e l'isolamento internazionale che ne è seguito, è una sindrome da cittadella assediata che oggi viene ulteriormente aggravata dalla percezione di ostilità che arriva dagli Stati Uniti, alleato storico di Israele, sia da parte della componente democratica che repubblicana.
Nella campagna per le elezioni di ottobre, nessun schieramento propone un'uscita credibile dalla guerra. Il Likud, che ha incorporato candidati e teorie suprematiste, promette vittoria totale. Intanto alimenta narrazioni complottiste e individua nei partiti arabi e di sinistra i veri nemici interni. La sinistra si è unita intorno alla figura del generale Yair Golan e tra i suoi primi dieci candidati, nove hanno background militare, cosa che, però, in un paese con una leva obbligatoria di tre anni per gli uomini e due per le donne, è abbastanza normale. Si tratta, comunque, di un segnale di omologazione ai temi della destra dove la storia personale dei candidati, la loro fedeltà ai temi della difesa, prevale sul programma. Gadi Eisenkot è il principale sfidante di Netanyahu. Ex capo di Stato Maggiore, nei sondaggi il suo partito quota 26 seggi con il Likud in calo, nella sua campagna elettorale tende a evidenziare la sua carriera militare piuttosto che il programma politico. L'idea che mi sono fatto è che Eisenkot creda nelle guerre corte e decisive, piuttosto che in quelle permanenti. Questo messaggio, in questo momento storico, potrebbe apparire pericoloso, per cui il candidato evita di esplicitarlo apertamente. Un'assenza di trasparenza che impedisce la definizione di un vero programma di governo alternativo.
Gli analisti israeliani non prevedono cambiamenti radicali, qualsiasi sia l'esito delle elezioni. L'appiattimento su posizioni sicure e confortanti a favore dell'umore dell'opinione pubblica impedisce una vera azione politica alternativa.
Questo vuol dire che i fronti attualmente aperti, dal Libano alla Siria, non saranno abbandonati in ossequio alla nuova dottrina militare israeliana del 2024 che prevede attacchi preventivi ovunque si presenti una minaccia e occupazione di zone tampone ai confini se necessario. La guerra su fronti multipli non sembra destinata a finire.
La natura popolare delle IDF è oggettivamente un elemento di grande forza e coesione con la società civile, un aspetto che in Europa dovremmo studiare e applicare, ma anche un fattore di debolezza economica. Nel 2026, hanno prestato servizio tra 50.000 e 100.000 riservisti. Questo personale è costato l'equivalente di 8,5 miliardi di euro, quasi la metà dell'intero bilancio della difesa. Al calcolo va aggiunto il costo in termini di calo del PIL dovuto alla sottrazione di forza lavoro, spesso estremamente qualificata, dal ciclo produttivo civile. Una forza concepita con criteri di flessibilità, per modulare la risposta militare in funzione della gravità della minaccia, è diventata un peso insostenibile ora che la sua natura occasionale si è trasformata in permanente.
Nel frattempo si aggiunge una nuova variabile. Il 18 agosto Israele ha colpito la base aerea di Abu al-Duhur, vicino ad Aleppo, in Siria, danneggiando le piste. La Turchia stava per dispiegare forze in quella base, in aperta violazione degli accordi di congelamento della situazione siriana raggiunti a Parigi a gennaio del 2026. Gli accordi prevedevano che la Turchia non avanzasse in Siria e che Israele si ritirasse dalla sua zona di sicurezza di circa 200 chilometri quadrati. Secondo l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, negli ultimi dieci anni la Turchia ha condotto una sorta di annessione strisciante di circa 3.500 miglia quadrate, pari a circa 9.000 chilometri quadrati, nel nord della Siria, in pratica il 5% del territorio nazionale. Quarantacinque volte la superficie controllata da Israele.
La Turchia appoggia apertamente Hamas e in ossequio alla sua natura ambigua, è anche membro della NATO. La sua presenza militare nel nord della Siria fa avanzare i sistemi di rilevazione dell'alleanza in un teatro saturo di tensioni. Il meccanismo di intelligence sharing che è stato concordato a gennaio non è stato sufficiente a impedire l'attacco. Il risultato è l'apertura di un nuovo fronte alla vigilia di elezioni dove nessun candidato ha una proposta credibile di soluzione.
Nella parte iniziale di questo articolo, che nel frattempo ha assunto le proporzioni e la profondità di un mini saggio, ho introdotto la figura di Ahmed Fouad Alkhatib come analista, ma è il momento di uscire dai personaggi e guardare alla dimensione umana di questa intricata vicenda, perché una questione così complessa e radicata non può essere risolta solo a tavolino usando fucile, calcolatrice e squadretta. Alkhatib ha perso 29 familiari nel corso di un singolo raid israeliano a Rafah il 14 dicembre 2023. Parte dei sopravvissuti della sua famiglia ha avuto danni permanenti. Nonostante questo, o forse proprio per questo, Alkhatib è ferocemente anti Hamas perché è convinto che l'organizzazione terroristica abbia scientemente utilizzato la popolazione palestinese, i lutti e le sofferenze in nome della propria sopravvivenza organizzativa. Opinione che condivido pienamente.
La sua è una testimonianza diretta, maturata assistendo a colloqui dove questa strategia è stata discussa ed elaborata apertamente, scartando ogni ipotesi favorevole alla popolazione che mettesse in pericolo la posizione di preminenza di Hamas. La sua visione del rapporto simbiotico tra Netanyahu e Hamas lo espone su entrambi i fronti. Hamas lo definisce un collaborazionista sionista pagato da Israele e ha diffuso la notizia di 30 milioni di dollari che gli sarebbero stati versati per sostenere le posizioni di Israele. Accusa che non è stata attestata con nessuna prova documentale. La parte Israeliana lo usa quando critica Hamas, ma lo scarica e osteggia quando tira in causa Netanyahu. Alkhatib ha una visione per Gaza che merita di essere descritta perché viene da un uomo che ha avuto perdite personali e che è considerato un nemico da entrambe le parti. Posizione che, personalmente, considero insieme un valore umano e analitico.
Lui propone uno stato federale palestinese, dove Gaza e Cisgiordania siano nominalmente riunite sotto un'unica denominazione nazionale, ma abbiano ampia autonomia legale e amministrativa. Cercare una soluzione globale alla situazione di Gaza, con la presenza di Hamas e per la Cisgiordania dove va affrontata la problematica dei coloni, implica una moltiplicazione delle difficoltà, non una somma.
L'approccio è pragmatico, ma nello stesso tempo tiene conto della natura umana della situazione. Suddividere un problema complesso in problemi più semplici è una pratica militare e ingegneristica da manuale. Tenere conto della diversa natura della situazione a Gaza e in Cisgiordania è un approccio umano e sociale di grande rilevanza.
Alkhatib suggerisce di usare le macerie di Gaza per costruire una penisola artificiale sulla costa, allestendo un porto e una pista di atterraggio. Un ponte verso il mondo che dovrebbe aiutare Gaza a sviluppare una relazione che sia indipendente da Egitto e Israele. L'idea, a cui dice di star già lavorando in collaborazione con un team internazionale, prevede anche il coinvolgimento della più grande risorsa di Gaza, la sua gioventù. L'obiettivo è sviluppare un ciclo economico reale, indipendente, che consenta una sopravvivenza dignitosa e uno sviluppo reale sganciati dall'assistenzialismo internazionale dell'UNRWA, struttura pesantemente infiltrata da Hamas. Porto e aereoporto al posto dei tunnel. Lavoro e sviluppo al posto delle briciole che Hamas lascia cadere quando gestisce i fondi internazionali. Una città viva, vitale, umana, non la Las vegas del Mediterraneo che Trump aveva immaginato.
Vale la pena citare anche Ali Shaath, 68 anni, ingegnere civile nato a Khan Younis ed ex viceministro della ANP, nominato da Trump a capo del Comitato di Amministrazione per Gaza e incaricato di gestire la governance per Gaza nella cornice del piano americano di 20 punti. Secondo un ex funzionario di sicurezza israeliano, Shaath ha superato gli screening dei servizi segreti occidentali, inoltre ha incontrato l'inviato dell'Unione Europea. Un personaggio che, almeno all'apparenza, appare credibile, ma che è ancora bloccato a Il Cairo con il suo staff per il divieto israeliano di entrare nella striscia. Misura che, da un altro punto di vista, appare precauzionale in quanto si tratta di personaggio sicuramente scomodo per Hamas.
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Alkhatib e Shaath non si conoscono, non sono collegati, non fanno parte dello stesso team, ma entrambi sono elementi che rappresentano soluzioni alternative al conflitto permanente. Ovviamente, la vera credibilità e affidabilità andrebbe misurata sul campo, piuttosto che su premesse teoriche, ma la situazione attuale impedisce di stabilire il peso reale di questi personaggi.
Il meccanismo di marginalizzazione di queste voci, come di altre che sicuramente esistono, risiede in ciò che vi ho raccontato in questo articolo. Netanyahu non vuole un interlocutore credibile, perché dovrebbe fargli delle concessioni. Hamas non vuole una Gaza prospera dove sarebbe inevitabilmente posta ai margini. Il campo pro pal non gradisce voci apertamente critiche di Hamas che incrinerebbero la purezza della narrativa del genocidio. In Israele, le critiche aperte a Netanyahu smontano le argomentazioni di chi sostiene la guerra. La guerra permanente è il collante che tiene uniti nemici storici nel nome dell'interesse personale.
Il conflitto tra ebrei e palestinesi è costruito su una collana infinita di torti e vendette e ha una complessità culturale e storica che non può essere risolta con l'ennesimo confronto armato. Se una strada esiste, e non è detto che esista davvero, è quella che passa per uomini e donne che sono capaci di dimenticare il passato e costruire un ponte verso il futuro che poggi su pace, benessere, sviluppo. Queste persone esistono e andrebbero valorizzate dalla comunità internazionale che, però, si è divisa in tifoserie. A Gaza e in Cisgiordania si muore anche per questo.
The Economist, 20 agosto 2026
Israel is flirting with the next intifadaForeign Policy, 20 agosto 2026
Israel and America Agree on Gaza’s New Leader — Anchal VohraWBUR / On Point, 13 agosto 2026
Are we thinking about the Israel-Hamas conflict all wrong?
Intervista ad Ahmed Fouad AlkhatibBBC News, 20 agosto 2026
Israel reopens evacuated West Bank settlement, defying growing international protests — Lucy WilliamsonReuters, 20 agosto 2026
US envoy Huckabee tells Israeli settlers not to take Palestinian Americans’ land — Alexander CornwellLe Monde, 21 agosto 2026
En Israël, la sortie de la guerre est absente des esprits — Louis ImbertThe Jerusalem Post, 21 agosto 2026
Diplomacy becomes essential national security tool to combat Turkey’s growing strength — EditorialeThe Jerusalem Post, 20 agosto 2026
Turkey ‘crossed a red line’ in Syria, Israeli ambassador to US Leiter tells ‘Post’ — Amichai SteinTimes of Israel / The Blogs, 2026
Israel can no longer afford deference to America — Yitzhak Klein (Kohelet Policy Forum)Jewish Theological Seminary / Expanding the Conversation, 2025
Expanding the Conversation: Ahmed Fouad Alkhatib

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