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Miriade · Jul 27, 2026

Non crescere di più, ma crescere meglio

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Giulia Roncoroni · Miriade

Ciao,

oggi parliamo di un momento in cui si trovano e si sono ritrovate molte piccole aziende o freelance, compresa me. È il momento in cui il desiderio di far crescere la nostra piccola attività si scontra con le difficoltà oggettive che la crescita mette davanti. Ti chiederai cosa centra tutto questo con la sostenibilità, fidati che ci arriviamo.

Soprattutto quando si comincia da zero, è normale (e anche giusto direi) lavorare per far crescere la propria attività, intendendo la crescita proprio come un discorso di dimensioni: ogni anno voglio fatturare di più dell’anno precedente. Questo all’inizio è fondamentale, innanzitutto per far arrivare la nostra attività a un punto in cui sia sostenibile, stavolta per noi, dal punto di vista economico: dobbiamo coprire i costi e avere un margine sufficiente a “finanziare” la nostra vita.

Crescere ci consente di raggiungere questo risultato, e questa è di per sé una cosa positiva. Ma la crescita comporta spesso un aumento della complessità, e quindi anche alcune difficoltà: ad esempio organizzative, di gestione finanziaria, di equilibrio vita-lavoro. Crescere spesso richiede di delegare una parte del lavoro, e quindi trovare e gestire collaboratori. Crescere significa più clienti, magari contemporaneamente, di cui occuparsi. Crescere significa più lavoro amministrativo a cui star dietro.

Una volta arrivati a questa fase, quando per crescere abbiamo dovuto (o voluto) aumentare la complessità della nostra attività, ci si rende conto anche delle difficoltà, e si inizia a desiderare un punto di equilibrio. Quando è abbastanza? Quando voglio fermarmi e provare a stare nella dimensione in cui sono, senza crescere ancora, oppure addirittura tornare indietro, e ridurre la quantità di lavoro?

La crescita non è un obiettivo in sé, è un mezzo che ci serve per arrivare a una situazione in cui la nostra attività ci soddisfi di più. E la soddisfazione arriva da tanti aspetti diversi della nostra attività:

  • il guadagno economico è adeguato alle risorse che mi servono e al valore che mi do?

  • faccio cose che mi piacciono e mi divertono?

  • sento di portare nel mondo qualcosa di utile?

  • imparo cose nuove? sento di crescere come professionista e come persona?

  • mi piacciono le persone con cui mi trovo a lavorare ogni giorno (clienti e collaboratori)?

  • mi piace il luogo fisico in cui lavoro?

  • lavoro quando e quanto desidero? il tempo e le energie che dedico al lavoro lasciano sufficiente spazio per la mia vita personale?

Per ciascuno di noi questi aspetti hanno pesi diversi, e più siamo “indietro” su un determinato punto più quel punto peserà, perché la sua mancanza ci rende difficile vivere serenamente il resto. Se trovo i miei clienti insopportabili, sarà difficile arrivare a sera serena e soddisfatta, anche se ho guadagnato bene e fatto cose che mi piacciono e considero utili.

Tutti questi punti che ho descritto sono cose che centrano con la sostenibilità, e anche parecchio. Se le guardassimo con l’ottica di un datore di lavoro che vuole garantire benessere ai suoi dipendenti, dovremmo occuparci di tutti questi punti. E il benessere di chi lavora è un elemento centrale di qualsiasi discorso sulla sostenibilità di un’azienda nel 2026.

Possiamo allora ragionare sul fatto che non sia sempre necessario crescere di più, che si può avere un business profittevole anche “in piccolo”, ragionando su come fare meglio anziché su come fare di più. E applicare i principi della sostenibilità prima di tutto a noi stesse e noi stessi.

Hai mai ragionato su tutti questi aspetti della tua attività? Puoi anche provare a darti un punteggio da 1 a 10 per ciascuno degli aspetti che ti ho proposto, per vedere dove c’è squilibrio, e hai bisogno di intervenire per iniziare a lavorare meglio. E poi se ti va condividi con me le tue riflessioni rispondendo a questa mail, ti leggo volentieri ❤️

In questa rubrica proviamo a mettere in fila un po’ di puntini (parole, temi e concetti chiave) che ci aiutano a rispondere alla domanda: di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità?

La sostenibilità è sorretta da tre pilastri, o gambe, le cosiddette tre P: people, planet, profit. A volte chiamate, in italiano, tre E: equità, ecologia e economia.

Questi elementi non solo sono tutti e tre fondamentali, ma sono anche strettamente interconnessi fra loro, si influenzano a vicenda in positivo e in negativo.

Ma andiamo con ordine: cosa significano esattamente queste tre gambe della sostenibilità?

Questo è il pilastro più conosciuto e immediatamente comprensibile della sostenibilità. Fanno parte della sostenibilità ambientale le azioni che impattano positivamente, ad esempio, su uno o più di questi temi:

  • inquinamento

  • riscaldamento globale

  • efficienza energetica

  • rifiuti

  • conservazione degli ecosistemi

La sostenibilità sociale riguarda il miglioramento delle condizioni di vita delle persone. L’attenzione agli aspetti sociali è importante tanto quanto gli aspetti ambientali, e non possibile portare avanti l’una ignorando l’altra.

L’impatto positivo può riguardare, ad esempio:

  • benessere dei dipendenti

  • pari opportunità

  • diritti umani

  • relazione con la comunità locale

  • salute e sicurezza di dipendenti e clienti

Questo aspetto è fondamentale tanto quanto gli altre due. Se parliamo di imprese sostenibili, è necessario che queste siano in equilibrio finanziario per poter, innanzitutto, sopravvivere, e poi creare valore e risorse che servono per perseguire le altre due finalità.

Un modello economico sostenibile è un modello che ha un ottica di lungo termine, e che quindi non si concentra sulla speculazione e sullo sfruttamento al massimo possibile delle risorse a propria disposizione, ma mira a far sì che queste risorse possano esistere nel lungo termine, potenzialmente per sempre.

Ambiente, società e economia sono strettamente interconnessi fra loro, e per avere davvero sostenibilità occorre considerarli tutti, contemporaneamente e in relazione fra loro.

Questa relazione si esprime sia in senso positivo, perché il maggior benessere in un’area favorisce il benessere nelle altre, che negativo, nello sviluppo delle crisi.

Ad esempio: le crisi ambientali generano spesso crisi sociali e economiche, perché le popolazioni che subiscono direttamente l’impatto negativo della crisi ambientale vedono peggiorare (anche drasticamente) le proprie condizioni di vita.

Ma le crisi ambientali generano anche un danno economico diretto, per la conseguente carenza di risorse, oppure per i costi di bonifica che devono essere sostenuti per riparare a un disastro.

Le imprese non sono atomi che fluttuano nello spazio profondo, separati da qualunque altra cosa. Un’impresa per funzionare ha bisogno di molte cose, la cui esistenza deve essere garantita nel tempo: materie prime, fornitori, collaboratori, dipendenti…ma anche un ambiente naturale (acqua, energia) e sociale (stabilità politica, clienti in stato di benessere) funzionante.

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Read the original on giuliaroncoroni.substack.com

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