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GLOSSE. note a margine · Oct 13, 2025

L'anatomia del sentire

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Giulia · GLOSSE. note a margine

Un frinire sommesso di grilli mi accompagna in questa serata di inizio autunno. Seduta sul divano, con una copertina e la finestra aperta proprio per ascoltarli come sottofondo, rifletto sul sentire — nel senso di ascoltare i suoni — e penso a come alcuni di essi si imprimano dentro, associandosi inesorabilmente ad altre sensazioni e diventando parte di noi.
Penso a come ogni stagione possa essere associata a un suono, a un odore, a un sapore. Ma non in modo preciso, quanto più a qualcosa di sfumato, che rimane indefinito nella nostra testa e che non sapremmo spiegare: una sensazione intensa che ci accompagna nel corso della vita e che, all’improvviso, fa riattivare qualcosa dentro di noi.

L’autunno ha l’odore e il sapore delle caldarroste e dei funghi, il suono dello scoppiettio di un caminetto e la sensazione di una lenta, inesorabile noia di mattine pigre e oziose, in cui basta una felpa per proteggersi dal mondo.
È la stagione che invita a restare. A guardare dalla finestra, mentre la pioggia scivola sui vetri e l’aria sa di terra umida e legna.
Tempo di tè caldo e di bastoncini di cannella che diventano molli nella tazza fumante, mentre fuori le foglie continuano a cadere.
Tutto sembra rallentare alla ricerca spasmodica di silenzio per capire che direzione prendere.

Poi, tutto lascia spazio al sapore di un fiocco di neve che si scioglie sulla lingua, alla sensazione di un paio di morbidi e caldi calzettoni dai colori improbabili, al profumo inconfondibile di una cioccolata calda con biscotti al burro.
L’inverno arriva sempre in silenzio, eppure si fa sentire ovunque: nel bianco delle mattine in cui il fiato diventa nuvola, nel rumore ovattato dei passi sulla brina, nel vetro appannato delle finestre che racconta la vita dentro le case.
È il momento delle coperte spesse, delle mani fredde che cercano altre mani, delle giornate che finiscono presto e lasciano spazio a sere lente, illuminate da luci piccole.
C’è una bellezza quieta, nell’inverno, fatta di attesa e sospensione — come se il mondo intero trattenesse il respiro in attesa di un segno di rinascita.

E quando l’inverno si scioglie pian piano e la luce torna a farsi coraggio tra i rami secchi, arriva la primavera che ha l’odore dell’erba tagliata, dei panni stesi al primo timido sole, dei ciliegi che profumano l’aria circostante.
I pomeriggi si allungano, l’aria si riempie di rumori lievi: biciclette, finestre aperte, passi che risuonano pomeriggi dorati.
Tutto diventa più chiaro, più tenero.
Dai vestiti agli animi, ogni cosa sembra nuova e più leggera, anche se la si conosce da sempre.

Infine, arriva il caldo, e con lui le finestre che rimangono sempre più aperte.
Il suono delle posate che sbattono leggermente sui piatti, ascoltato camminando per strada, per me ha sempre rappresentato l’avvicinarsi dell’estate: il vociare delle famiglie che si apprestano a cenare, l’odore del cibo messo in tavola.
Da qui si scivola verso il costante e implacabile brusio della spiaggia affollata, al canto delle cicale nelle ore più calde — quando nemmeno una macchina si ode passare —, all’odore della crema solare mischiata ai wafer al limone o al cocomero appena aperto dopo esser rimasto in fresco per una notte intera.
L’estate è eccesso e sospensione insieme, un tempo che si dilata e sembra non finire mai, dove tutto è più intenso, più vicino, più vivo.

In sostanza: l’estate è vitale, la primavera sboccia, l’inverno rimane sospeso e l’autunno è contemplativo.
Così ora, autunno pieno, è tempo di bilanci e di piccole valutazioni.
Molto più che a Capodanno, l’inizio dell’anno — quello reale — cade tra settembre e buona parte di ottobre.
Sarà per il cielo che cambia colore ogni giorno, o forse per quella luce più bassa che obbliga lo sguardo a fermarsi un po’ di più, ma mi sento decisamente più incline del solito alla riflessione.

Ogni stagione dell’anno, di ogni anno della mia vita, mi risuona dentro.
Anni fa, non avevo davvero idea di quanto durasse un anno: il tempo sembrava scorrere senza misura, e i giorni si confondevano l’uno con l’altro, fino a sparire in una memoria indistinta. Come un ricordo ritrovato, un pensiero che non riesce a sfuggire e ritorna circolarmente nella testa.
Oggi, basta un suono, un odore, un sapore per ritrovarle tutte. Per rimettere insieme tutti i ricordi inscindibili da quelle sensazioni.
Probabilmente, questa si può definire anatomia del sentire: la mappa invisibile che il tempo disegna sulla pelle.

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Read the original on giulianzani95.substack.com

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