Pochi giorni fa ricorreva il trentesimo anniversario dell’Unplugged degli Alice in Chains, che personalmente considero il migliore di tutti, anche sopra quello - divenuto leggendario - dei Nirvana. In quel live si respira una tensione costante, forse causata dal contrasto fra i sorrisi della band e la malinconia cosmica di Layne Staley. Staley, aggiungo, lo ritengo il miglior cantante di quella straordinaria generazione cresciuta a Seattle alla fine degli anni ’80. Premesso che è ovviamente difficile fare una classifica, ho sempre avuto la sensazione che lui fosse un po’ il modello di riferimento per tutti gli altri, in quel mix di tecnica sopraffina ed emotività.
Nel 1996 avevo vent’anni. Quelli che ha oggi mio nipote Jack Nur. Nato e cresciuto nelle Marche (dove mi trovo anch’io ora), ha pubblicato il suo disco d’esordio l’anno scorso e ora sta lavorando alla sua seconda uscita discografica. Trovo incredibile che ragazzi così giovani e talentuosi riescano a mettere a fuoco prestissimo la loro musica. Io l’ho visto crescere e sono un zio parecchio orgoglioso.
Il pezzo l’ha proposto lui, il che mi ha abbastanza spiazzato, nel senso migliore del termine. Così è nato questo piccolo ponte generazionale. Vent’anni li avevo io nel 1996, vent’anni li ha lui oggi.
Queste le parole di Giacomo:
Quando lo zio mi ha proposto di fare parte del progetto stavo ascoltando un disco di Edda, mi sono fermato, ero al settimo cielo e ho iniziato a pensare a che cosa proporre come cover.
La scelta alla fine è ricaduta su uno dei miei brani preferiti, una colonna portante del grunge degli anni ‘90 che a livello di scrittura e arrangiamento mi ha insegnato tantissimo.
La storia di Layne Staley e della sua viscerale amicizia con Jerry Cantrell sono la colonna portante di questo brano, semplice ma al tempo stesso accogliente come un abbraccio, monito del fatto che quando c’é una grande canzone alla base, non servono tanti elementi da porre come contorno.
Registrarla con il tascam (per me che sono cresciuto nell’era del digitale, e sono nato nel suono della musica elettronica) é stata un’esperienza mistica e catartica, ed ho provato veramente sulla pelle quel calore e quel suono che solo un nastro analogico può portare.
Poche take, poche tracce, una stanza, uno zio ed un nipote che cercano di arrangiare per chitarra, piano e voce un brano storico.
Questo è Audiocassetto: una canzone alla settimana incisa su nastro. Un piccolo mattoncino per costruire ponti fra generazioni.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.