Lo scorso 25 maggio 2026 è stata presentata in Vaticano la prima Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica Humanitas. Nel precedente numero di questa nostra newsletter - in cui ci siamo soffermati sul “lungo percorso” che ha portato alla stesura dell’articolato documento leonino - ne avevamo promesso uno specifico approfondimento, che adesso siamo in grado di condividere.
Possiamo intanto partire da un gesto controcorrente: smettere per un momento di commentarla e provare a lasciarla lavorare.
Eppure, nelle ore successive alla diffusione abbiamo tutti assistito a un profluvio di sintesi, dichiarazioni, entusiasmi, letture quasi istantanee. Era prevedibile. Un’enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale non poteva che attirare l’attenzione di chi, da anni, prova a capire che cosa stia accadendo al nostro modo di conoscere, lavorare, comunicare, educare.
Il rischio, però, è quello che accompagna spesso i documenti più attesi: consumarli troppo in fretta. Citare le frasi più efficaci, sistemarle in qualche post, riconoscersi in ciò che già pensavamo e passare oltre.
A me, invece, interessa provare a fare l’operazione opposta. Non chiedere subito che cosa l’enciclica “dice sull’IA”, ma che cosa chiede a noi, una volta terminata la lettura. Perché il punto, mi pare, non è aggiungere un altro documento alla già lunga bibliografia curiale sulla tecnologia, quanto capire se questo testo riesce a cambiare davvero qualcosa nel nostro modo ordinario di abitare l’ecosistema digitale.
La prima impressione, a bocce un po’ più ferme, è che Magnifica Humanitas non sia esclusivamente un’enciclica sull’intelligenza artificiale, e anche questo è stato già detto :). L’IA rappresenta piuttosto il contesto storico, la questione emergente, la “cosa nuova” che costringe il Magistero sociale a un ulteriore approfondimento. Ecco perché il soggetto reale del documento è l’uomo. O meglio, la qualità umana dello sviluppo in un tempo in cui la tecnica ha acquisito una capacità inedita di entrare nella vita quotidiana, nei processi decisionali, nell’immaginario collettivo (MH, 4).
Leggendo l’Enciclica, mi sono ritrovato ad appuntare tre parole, che non pretendono di riassumere tutto il documento, ma almeno a me aiutano a tenerne insieme un certo movimento che lo caratterizza: trama, cantiere, cura.
La trama è sostanzialmente ciò che riceviamo. L’Enciclica insiste molto sulla Dottrina sociale della Chiesa come patrimonio vivo, non come deposito statico. Questo mi sembra importante, perché nel dibattito sull’IA domina spesso una specie di presentismo tecnologico: tutto appare nuovo, urgente, senza precedenti, e dunque anche sganciato da ogni sapienza precedente. Leone XIV fa l’operazione contraria. Colloca l’intelligenza artificiale all’interno di una storia più lunga, quella delle domande sociali che la Chiesa ha imparato a leggere nel tempo, da Rerum novarum in poi (MH, 3; 45). È come se dicesse: non abbiamo già tutte le risposte, ma non siamo neppure privi di memoria.
Il cantiere è ciò che siamo chiamati a costruire. Qui l’immagine di Neemia è decisiva. Non c’è un eroe solitario che salva la città o una tecnologia provvidenziale che risolve da sola le fratture del tempo. C’è, piuttosto, un popolo che ricostruisce, ciascuno per la propria parte, ascoltando, coordinando, affrontando resistenze (MH, 8). È un’immagine molto concreta, perfino faticosa. A ciascuno il suo tratto di muro: scienziati, ricercatori, imprenditori, lavoratori, educatori, legislatori, società civile, comunità di fede (MH, 13). Siamo di fronte, insomma, a una responsabilità distribuita, condivisa.
Infine, la cura, tutto ciò che decidiamo di prenderci a cuore. In questo senso, potremmo anche ragionare in termini di “benessere”, anche se il rischio è di ridurlo a una categoria individuale, quasi amministrativa. La cura, invece, obbliga in un certo modo a “uscire da sé”. Chiede attenzione, prossimità, tempo, responsabilità. Il Papa lo dice quando ricorda che il vero “realizzarsi” non nasce dalla rimozione della fragilità, ma da una crescita in cui libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la solidarietà (MH, 12). È qui che il discorso sull’IA smette di essere astratto e porta a considerare cosa ci sta davvero a cuore mentre ne utilizziamo gli strumenti?
Questa chiave di lettura mi sembra particolarmente feconda per due ambiti che in questa newsletter trattiamo spesso: la comunicazione e l’educazione. Del resto, nel Documento stesso appaiono come luoghi concreti nei quali si verifica, o viene a mancare, la custodia dell’umano.
Chi lavora nella comunicazione lo sa bene: oggi non mancano i contenuti quanto piuttosto le condizioni affinché questi contenuti possano diventare anche comprensione. L’IA, da questo punto di vista, rende ancora più urgente la questione. Non a caso, possiamo produrre testi, sintesi, titoli, immagini, video, post, reel con una rapidità un tempo impensabile. Ma sappiamo bene che la velocità della produzione spesso non coincide con la qualità di ciò che diciamo in pubblico.
Per questo mi ha colpito il modo in cui il documento rilegge il racconto di Babele. Quando un progetto umano viene costruito sull’autosufficienza, sull’uniformità e sulla pretesa di dominare, “la comunicazione si spezza” e gli esseri umani non si comprendono più (MH, 7). È un’immagine biblica, certo, ma è anche una diagnosi sorprendentemente attuale. Viviamo iperconnessi, eppure spesso incapaci di ascoltarci. Parliamo moltissimo, ma non sempre comunichiamo. Reagiamo a tutto, ma comprendiamo poco.
Da qui il passaggio sull’immaginario collettivo. Leone XIV osserva che chi controlla piattaforme digitali da una parte e mezzi di comunicazione dall’altra possiede una notevole capacità di incidere su ciò che una società considera desiderabile, credibile, importante (MH, 136). È una frase che dovrebbe interessare non solo i giornalisti, ma chiunque lavori in un’istituzione, in una scuola, in un’università, in un ufficio comunicazione, in una comunità ecclesiale, perché si sta parlando di come formare il nostro sguardo davanti alla realtà.
Quando prepariamo un comunicato, una lezione, una newsletter, una pagina web, una campagna social, non stiamo semplicemente trasmettendo informazioni. Stiamo contribuendo, nel nostro piccolo, a ordinare l’attenzione di qualcuno. Stiamo dicendo che cosa merita di essere guardato, con quale tono, con quali priorità, con quali parole. Questo tipo di responsabilità non viene meno con l’IA; semmai diventa più esigente, perché si abbassa la soglia tecnica della produzione e si alza la soglia morale della selezione.
Ecco perché l’ecologia della comunicazione di cui parla l’Enciclica non si costruisce solo ricorrendo a grandi norme sulle piattaforme, ma comincia anche dal rifiutarsi di pubblicare ciò che non abbiamo davvero assunto, verificato e compreso (MH, 137-138).
Sul versante educativo, il documento compie un passo ulteriore.
“Ogni tecnologia educa chi la utilizza” (MH, 140). Questa frase andrebbe presa sul serio nelle scuole, nelle università, nelle famiglie, nelle redazioni, negli uffici, anche nelle comunità ecclesiali. Perché sposta il discorso: non si tratta solo di educare all’uso della tecnologia ma di riconoscere che la tecnologia, mentre la usiamo, sta educando noi stessi.
Viene educato, ad esempio, il nostro rapporto con il tempo, perché ci abitua all’immediatezza; il nostro rapporto con la fatica, perché rende più facile saltare alcuni passaggi; il nostro rapporto con le domande, perché ci offre risposte prima ancora che abbiamo imparato a formulare bene un problema; il nostro rapporto con noi stessi, perché rischia di farci percepire come inutilmente lente alcune operazioni che sono invece essenziali alla maturazione del nostro pensiero.
Per questo il Papa aggiunge che educare all’uso dell’IA significa anche educare a decidere quando e per cosa non usarla (MH, 140). E questo non significa diffidenza verso la tecnologia, ma un modo per ridare dignità alla necessità del discernimento.
Le conseguenze sono molto operative. In una scuola o in un’università - lo abbiamo detto più volte - non basta semplicemente autorizzare o vietare ChatGPT. Occorre spiegare quali passaggi del lavoro intellettuale possono essere assistiti dalle macchine e quali invece devono restare attraversati personalmente dallo studente. Una sintesi può aiutare a orientarsi, ma non può sostituire l’incontro con un testo difficile. Una revisione linguistica può migliorare la forma, ma non può generare al posto nostro un giudizio. Una traccia può sbloccare la scrittura, ma non può diventare il pensiero che non abbiamo maturato.
Lo stesso vale per chi insegna. L’IA può aiutare a preparare materiali più accessibili, rubriche più chiare, esempi meglio calibrati, feedback più ordinati. Ma non può sostituire lo sguardo educativo. Non può sapere davvero che cosa sta accadendo in una classe, quali fragilità attraversano un gruppo, quale studente ha bisogno di essere incoraggiato e quale invece deve essere provocato a fare un passo in più. Sempre che si assuma sul serio che la relazione educativa non è un flusso di contenuti ottimizzabili, ma si fonda anzitutto su un incontro.
E vale anche per le famiglie. L’Enciclica richiama con concretezza i rischi di un’esposizione precoce e non mediata ai dispositivi digitali: dai contenuti violenti o manipolatori alle dinamiche di sfruttamento dei minori (MH, 141). Qui non siamo più nel grande dibattito sull’etica dell’IA, ma nella vita quotidiana, nella fatica di accompagnare un adolescente dentro un modello commerciale costruito per catturare attenzione.
La custodia dell’umano non avviene solo nelle grandi dichiarazioni, ma anche nelle micro-decisioni con cui scegliamo di non delegare tutto ciò che possiamo delegare, o di non automatizzare tutto ciò che possiamo automatizzare. Di non velocizzare tutto ciò che ha bisogno di tempo o di non pubblicare tutto ciò che siamo capaci di produrre.
Il ruolo che ci spetta, allora, non ha nulla di eroico: è piuttosto un lavoro artigianale. Prendere a cuore un pezzo del cantiere. Custodire una parte della trama. Avere cura della parola, della formazione, della libertà interiore, della responsabilità pubblica.
Può sembrare poco, ma, se ci riflettiamo, è esattamente il punto da cui ricomincia, ogni volta, una civiltà.
Alla prossima!

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