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Slow Newsletter · Jul 18, 2025

La fuffa del duro lavoro

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Luigi Nigro · Slow Newsletter

Il sistema capitalistico che tutti alimentiamo e di cui tutti beneficiamo premia chi ha impatto sulla vita di altre persone.

Più impatto hai, più valore porti, più sei premiato (economicamente e socialmente).

Lavorare duramente su qualcosa che non genera valore per nessuno non serve a niente.

Puoi scavare la buca più veloce di tutti ma se scavi nel posto sbagliato hai sprecato tempo e sudore (cit.)

Ecco perché, quando si tratta di lavoro, io divido le persone in due categorie:

  • chi ottiene risultati (o aiuta qualcuno ad ottenerli);

  • e chi si vanta di quanto duro riesce a lavorare.

Vantarsi di quanto duro si riesce a lavorare è l’unica soddisfazione che rimane a chi non raggiunge nessun risultato lavorativo degno di nota.

Il vanto attiva gli stessi circuiti dopaminergici che si attivano quando otteniamo un risultato che ci gratifica.

Quando otteniamo risultati gratificanti però, la gratificazione che proviamo non dipende dall’ostentazione di quei risultati (può aiutare in modo marginale), ma semplicemente dalla consapevolezza di aver superato se stessi affrontando un percorso impegnativo che ci ha portato a quel risultato.

Il risultato è la riprova incontestabile del nostro impegno, e la gratificazione è intrinseca al raggiungimento di un risultato.

Dopamina di alta qualità.

La cultura Fast ha educato pavlovianamente gli stakanovisti da tastiera e gli ha insegnato che è socialmente possibile ottenere le ricompense che si ottengono quando si raggiunge un risultato, semplicemente vantandosi di quanto duro si è lavorato, anche se quel risultato non lo si è (ancora) raggiunto.

Dopamina di bassa qualità.

Questo, secondo me, è uno dei motivi per cui nella cultura del lavoro moderna misuriamo l’impegno di una persona a lavoro non in base a quanto produce, ma in base a quanto è stressata.

Perché se è stressata vuol dire che sta lavorando duramente.

Se invece una persona è rilassata probabilmente non sta lavorando abbastanza.

A prescindere dai risultati.

La nostra cultura del lavoro incentiva l’ostentazione del duro lavoro, e disincentiva l’ostentazione del risultato.

Quando ostenti un risultato è facile attirare invidia e male lingue.

Quando ostenti duro lavoro (senza risultato), sei un grande perché la tua sofferenza fa pena a tutti.

Ma chiunque può lavorare duro o fingere di farlo.

Però non è possibile fingere di ottenere risultati.

E lavorare duramente a oltranza senza ottenere risultati degni di nota dovrebbe essere segnale di un problema.

Invece nella nostra cultura, molto spesso è socialmente visto come segnale di ambizione.

Perché?

Io mentre applico il mio concetto di “work-life-balance”: 1 giorno di duro riposo ogni 2 giorni di duro lavoro (cappello Slow gentilmente offerto dagli amici di Marketing Espresso, lo trovate qui)

Un punto molto debole della cultura Fast è la romanticizzazione del duro lavoro.

Troppo facile smontare questa retorica, se si usa un minimo di spirito critico.

Infatti io metto questa retorica del duro lavoro nella stessa categoria del “non lavorerai mai un giorno della tua vita”, “lavora dalla spiaggia” e compagnia bella.

La categoria della fuffa.

Partiamo da un cenno storico:

durante la rivoluzione industriale, in Inghilterra è stata ingegnerizzata una propaganda che aveva lo scopo di posizionare il “duro lavoro” come una virtù, perché bisognava manipolare la forza lavoro, fino ad allora festaiola e indipendenta, per convincerla a lavorare in maniera disciplinata ma senza usare la forza (sunto di quello che racconta Tom Hodgkinson nel suo “l’ozio come stile di vita”).

Ha funzionato.

Questa narrazione si è evoluta e nell’era del personal brand in cui chiunque deve vendersi al meglio.

Così il duro lavoro è diventato un valore di cui chiunque può investirsi in modo arbitrario per auto-esibire le proprie virtù.

Tutta purissima fuffa, perché chiunque abbia sperimentato DAVVERO il duro lavoro, sa che è INUTILE se non sussistono ALMENO altri 2 fattori che lo accompagnano:

  1. lavorare duramente, sulla cosa giusta, perché lavorare duramente su qualcosa che non porta risultati è pura masturbazione economica fine a se stessa;

  2. un bel colpo di culo, perché il mondo è pieno di gente che ha lavorato duramente per tutta la vita ma alla fine non ha avuto “successo”, e quindi, di cui non conosciamo la storia.

Ora, chiunque abbia esperienza per comprendere questo, sa anche che il duro lavoro che porta a risultati è un fattore molto più qualitativo, che quantitativo.

Infatti, chi ottiene risultati sa che il duro lavoro non è tanto questione di quanto tempo passi in ufficio o di quante ore di sonno sacrifichi in nome del lavoro, ma più di quali disagi psicologici sei in grado di sopportare:

  • Puoi sopportare il fallimento di un’idea lanciata sul mercato che non riscuote i risultati sperati?

  • Puoi sopportare uno o più mesi senza fatturato? (Per professionisti e/o imprenditori)

  • Puoi sopportare il fatto che le persone che hai intorno non comprendono (o non credono nel) tuo lavoro?

  • Puoi sopportare che i clienti che ti lasciano perché hanno trovato un servizio migliore dal tuo competitor?

  • Puoi sopportare il fatto che dopo mesi di pianificazione, il tuo progetto possa non funzionare o non essere approvato?

  • Puoi sopportare il fatto che tutto quello che ha funzionato fino a ieri da oggi non funziona più perché è subentrato un nuovo fattore nell’equazione e che quindi devi ricominciare da zero?

  • ecc.

Questi sono disagi che la maggior parte delle persone non riesce a sopportare.

Questo, è il duro lavoro.

E il duro lavoro è come una laurea: non è vero che inutile, ma da solo non basta.

La prossima volta che leggiamo auto-elogi di instancabili stakanovisti su quante ore passano in ufficio o su quante rinunce hanno dovuto fare chiediamoci: “cosa sta cercando di comunicare questa persona? Sta diffondendo un messaggio educativo o sta semplicemente facendo auto-erotismo personal-brandiano?”

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📖 Cosa sto leggendo? Prima di iniziare a sviluppare un pensiero politico, o meglio… prima che la politica iniziasse ad interessarsi di me, vivevo una vita molto più ingenua e tranquilla. Adesso basta una buzzword o un accenno ad una teoria politica che reputo stupida per triggerarmi. Ci sto lavorando, ma visto che ormai ci sono dentro meglio iniziare a capire come funzionano le cose. A proposito, per il mio compleanno ho ricevuto in regalo questo libro :)

Se ti è piaciuto questo numero della Slow Newsletter puoi suggerirla ad amici e colleghi che vivono un po’ troppo Fast :)

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Per questo mese è tutto!

Alla prossima :)
GGN

Ps. ormai sono la persona più odiata dal tuo capo perché ti faccio “perdere un sacco di tempo che invece potresti dedicare al lavoro”… lo so! Ma non posso non segnalarti questo giochino (dai falla ‘sta pausa)

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