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SPAZIO NEGATIVO · Jul 3, 2026

Bevono la sabbia, ovvero il "Mercato dei Bidoni"

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Gianluigi Merlino · SPAZIO NEGATIVO

Un mio contatto su LinkedIn, Francesco Paolo Passaro che ringrazio per lo spunto, ha scritto un post che mi ha trovato subito d’accordo. Dice una cosa semplice: la rete è piena di gente che ha aperto un software ieri mattina e oggi si vende come massimo esperto nazionale, di evangelist dell’AI assurti al ruolo dopo aver corretto tre mail con ChatGPT, di direttori generali che guidano un team composto da loro e dal gatto, di speaker internazionali con un’esperienza di dieci minuti a un meetup con sei persone davanti, tre delle quali parenti.
E fin qui ho praticamente citato le sue parole…

Come dicevo, ha ragione.
Ha talmente ragione che voglio tentare un contributo alla sua tesi facendo quello che faccio ogni volta che posso: guardare al sistema (in questo caso un po' a volo d’angelo, e tanto basterà) perché, vedete, il guaio non è che esistono i fuffaroli, quelli sono sempre esistiti; il guaio è che il sistema, oggi, li premia.
E premiandoli si avvelena… da solo.

Partiamo dai soldi che è l’argomento più scomodo e quindi rischia di essere anche il più onesto.

Nel 1970 un economista di nome George Akerlof scrisse un saggio sulle “Analisi dei mercati con informazioni asimmetriche”, The Market for Lemons, che gli sarebbe valso il Nobel per l’Economia (lo vinsero anche Michael Spence e il più noto Joseph Stiglitz).
In inglese “lemon” è il bidone, l’auto usata che sembra a posto e invece è una bagnarola.
Egli teorizzò che quando in un mercato il compratore non riesce a distinguere la merce buona da quella scadente (per via di informazioni che il venditore ha ma lui no, asimmetriche, appunto) succede una cosa precisa e devastante: non sapendo distinguere, inizia a pagare tutto al prezzo medio.
Ma al prezzo medio chi vende roba buona ci rimette e a quel punto o se ne va o smette di sforzarsi di produrla, livellandosi verso il basso.
Risultato: resta in circolo sempre più robaccia, il prezzo medio scende ulteriormente e il giro ricomincia.
Akerlof la chiamò “selezione avversa”.

Presente la Legge di Gresham, quella che dice “la moneta cattiva scaccia quella buona”? Ecco, qualcosa del genere…

Bene, ora togliete “auto usate” e mettete “consulenza”, “formazione”, “competenza” ecc. e il meccanismo è identico.
Il giro è questo (tranquilli, questa volta niente di troppo tecnico, niente diagrammi, solo un po’ di sana cattiveria e raccapriccio):

Più fuffa in circolazione →
→ più rumore di fondo →
→ più difficile distinguere chi vale → *
→ più il compratore si affida all’unico segnale che riesce a leggere (cioè il più forte tipo il titolo altisonante, la spettacolarizzazione, il prezzo) →
→ più la competenza vera viene pagata come la media, cioè poco →
→ più chi è davvero bravo esce dal mercato o smette di segnalarsi/produrre →
→ più la qualità media crolla →
→ più spazio liberato per altra fuffa →
→ daccapo ↑

Ecco qui un circolo di rinforzo che, come tutti i circoli di questo tipo, non lo fermi prendendotela con i singoli attori.

* Lo so, dovremmo approfondire le dinamiche di sistema dietro questo impoverimento (messa così c’è un’ovvia semplificazione), ma se proprio volete una prospettiva più completa sull’argomento, se proprio non riuscite a farne a meno, chiedetelo nei commenti e vediamo cosa si può fare. Dai, se arriviamo a, che so, 30-40 richieste, ci metto la testa.

I guru “de noantri” non sono la causa ma l’effetto (spesso li invertiamo, ahinoi), sono il segnale che il sistema ha smesso di distinguere, e qui arriva la parte che mi interessa assai.

Perché il compratore non riesce a distinguere?
Akerlof lo dava per acquisito: informazione asimmetrica e basta.
Ma nel nostro caso c’è qualcosa di peggio e di più… recente: non è tanto che l’informazione sia nascosta quanto che il pubblico sta perdendo gli strumenti per leggerla, valutarla, cercarla; sta diventando, lentamente, “analfabeta di competenze” (anch’io storpio qualche locuzione, tanto lo fanno tutti).

Una genìa di individui metà uomo e metà notifica, incapaci di leggere e reggere un testo più lungo di una didascalia, allenati per anni a scorrere e mai a fermarsi. Gente a cui è stato insegnato che tutto si capisce in quindici secondi e che se non lo capisci il problema è di chi parla.
A persone così non chiedere di distinguere un esperto vero da un fuffarolo o rischi di sembrare scemo tu; non hanno il muscolo che, come tutti i muscoli, si è atrofizzato per il mancato uso.

Insomma, abbreviando:
Meno sai distinguere →
→ più scegli per spettacolo →
→ meno alleni il discernimento →
→ meno sai distinguere →
→ daccapo ↑

L’“analfabetismo di competenze“ del pubblico è un prodotto coltivato.

Guardate, scegliere non è un atto libero (no, non lo è, crediamo che lo sia ma non lo è…) però potrebbe essere almeno un atto consapevole o informato che tuttavia richiede criteri: toglieteli alla gente, riduceteli a un semplice riflesso condizionato dei pollici opponibili e il grugnito è servito.

Su questa cosa ci sbatto la testa da quando ho cominciato a insegnare comunicazione e la chiamavo antimarketing, antipropaganda, antimanipolazione.
E giuro, non fu per posa: mi era chiaro fin da subito che la comunicazione, purtroppo, la si studia generalmente per due scopi opposti:
- convincere qualcuno (nelle mille declinazioni di quel che significa) o
- mettersi nelle condizioni di non farsi convincere.
Ho imboccato convintamente la seconda via e lì è nata la “scelta di insegnare Formazione della Scelta”, che non consiste nel dire alle persone cosa scegliere, ma restituire loro gli strumenti per farlo consapevolmente.
Si tratta di liberarle, non di guidarle. Anticorpi, per capirsi.

Il singolo non galleggia nel vuoto, non si autodetermina liberamente (o non del tutto), ciò non è possibile: sta dentro un ambiente, una cultura, un contesto, un “sistema” che determinano quali scelte sono “pensabili” (lo so, questa è dura, ma tant’è… anche qui, 30-40 richieste e via…)

Francesco Paolo scrive di aver tagliato cose dal proprio profilo perché non sembrassero fuffa, lavorando per sottrazione, e immagino non sia stato facile poiché tutti noi teniamo a più cose di quante ci suggeriscano di mostrare; ci dicono che faccia la differenza e, tristemente, oggi pare che sia così; ci dicono che più aggiungi più stai dichiarando che non sai chi sei, che non sei bravo in qualcosa o che sei incasinato, quando magari hai solo il “problema” di avere una mente aperta, dinamica e a più dimensioni.

“[…] questa è l’epoca della iper-specializzazione della conoscenza (la forma più qualificata di miopia), quella per cui passi dal sapere un po’ di tutto ma molto di una cosa, al tutto di qualcosa ma molto circoscritto.”
(Ma sì, mi autocito, chi se ne importa…!)

Perciò, secondo me, occorre un distinguo.

Nella bio del mio profilo Substack ho scritto che quando ti porgono un microfono e ti dicono “sia breve” la cosa giusta da fare è ridarglielo indietro, magari offendendoli anche un po’, sapete, per una questione di stile :).
Nel mio caso ho creato questo “luogo“, Spazio Negativo, esattamente per non comprimermi, ed è in divenire come chi lo cura.
C'è qualcosa di liberatorio nel rifiutare i caratteri contati (e mirati) ma, insieme, di azzardato proprio perché il pubblico ha perso la capacità di distinguere.
In definitiva è un rischio, di valore, ma pur sempre un rischio. E invito tutti a correrlo.
Quello che intendo è che si può stare su piazza (volenti o nolenti lo siamo sempre, in qualche misura) anche in un altro modo.
Chiuso il pistolotto autoreferenzial-motivazional-predicatorio.

Dicevo del microfono…
Ecco, c’è una folla che il microfono se lo cuce addosso e non lo molla più: tanto conta piuttosto poco cosa dici ma molto di più quanto lo urli, quanto in fretta, quante volte, con quali effetti speciali, con quali abomini linguistici ecc.

In un film che uso spesso nei corsi, “Il presidente. Una storia d’amore.” (Rob Reiner, 1995, sceneggiatura di Aaron Sorkin), un consigliere sbotta con il presidente USA: la gente vuole una guida vera e, in sua assenza, dà retta a chiunque prenda un microfono. Hanno una tale sete, dice, che attraverserebbero il deserto verso un miraggio e quando scoprono che non c’è acqua bevono la sabbia, se viene loro detto di farlo.

Il presidente lo lascia finire, poi la risposta glaciale, parola per parola:

«Lewis, abbiamo avuto presidenti che erano molto amati, che non riuscivano a trovare una frase coerente con due mani e una lampada tascabile. La gente non beve la sabbia perché è assetata, beve la sabbia perché non conosce la differenza»

Ecco, tutto qui.

Il guaio non è la sete, la sete è sana: è bisogno di competenza, è ambizione, è richiesta legittima di qualcuno che sappia; il guaio ènon saper distinguere” che è una competenza tanto quanto, anzi, forse è quella che conta di più, poiché protegge le altre. E badate bene, nessun guru ve la venderà mai, perché è esattamente quella che utilizzereste per smascherarlo: per questo non la trovate in nessuna bio.

Il disastro vero, alla fine, non è che qualche incompetente si prenda un incarico che non merita (quello potrebbe essere il meno) ma che, a ogni sorso di sabbia in più, perdiamo la capacità di accorgercene.

E un mercato, un Paese, una persona che abbiano disimparato la differenza tra acqua e sabbia, non hanno bisogno di nemici per andare a fondo: bevono da soli.

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Read the original on gianluigimerlino.substack.com

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