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Linea di faglia · Jul 31, 2026

Il numero dei morti

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Giacomo Lagona · Linea di faglia

La scorsa settimana il Pentagono ha ridotto senza annunci ufficiali il bilancio delle vittime della guerra con l’Iran, facendo scendere il numero dei militari statunitensi uccisi da 18 a 14. Non si è trattato della correzione di un errore nei conteggi iniziali, ma di una scelta molto più ponderata. In un primo momento il Dipartimento della Difesa ha parlato di un problema nei dati, ma fonti militari hanno raccontato al New York Times che l’amministrazione Trump aveva semplicemente escluso quattro soldati morti perché i loro decessi erano avvenuti dopo che il presidente aveva annunciato il cessate il fuoco di aprile.

Arlington National Cemetery - nationalguard.mil

Domenica 26 luglio il sito ufficiale che tiene il conto delle perdite delle forze armate è stato aggiornato di nuovo. I quattro militari sono ricomparsi, ma non sono più inseriti tra le vittime dell’Operazione Epic Fury, sono stati spostati in una nuova categoria, dedicata alle “operazioni oltremare iniziate il 7 luglio 2026”. Quella data coincide con la ripresa dei bombardamenti americani contro l’Iran e rappresenta, di fatto, il momento in cui la Casa Bianca ha dovuto riconoscere che il cessate il fuoco di aprile era definitivamente fallito.

La questione, però, va oltre un semplice tentativo di ridurre ufficialmente il numero dei caduti. L’amministrazione starebbe cercando di presentare la ripresa delle ostilità come una guerra diversa da quella iniziata in primavera, finendo così per “nascondere” anche la morte di quei quattro militari.

Il motivo riguarda il War Powers Resolution del 1973. La legge consente al presidente di avviare un’azione militare, ma impone di informare il Congresso e, trascorsi 60 giorni, di interrompere il conflitto, ottenere un’autorizzazione parlamentare oppure ricorrere a una proroga di 30 giorni. Quando ad aprile fu raggiunto un cessate il fuoco, per quanto estremamente fragile, la Casa Bianca sostenne, con il sostegno dei leader repubblicani al Congresso, che la guerra fosse terminata e che quindi non fosse necessario alcun nuovo voto.

In realtà i combattimenti non si sono mai fermati. Per settimane sono continuati scontri sporadici tra Israele, Hezbollah, Iran e Stati Uniti, accompagnati da un acceso dibattito sul significato stesso di “cessate il fuoco”. Solo all’inizio di luglio Trump ha dichiarato ufficialmente conclusa quella tregua. Invece di ammettere che il conflitto era semplicemente ripreso, però, la Casa Bianca sostiene ora che si tratti di un’operazione completamente nuova. Questa interpretazione sposta anche i termini previsti dalla legge: il conto dei 60 giorni ricomincia dal 10 luglio, data della nuova notifica inviata al Congresso, rinviando così qualsiasi possibile intervento parlamentare ai primi di settembre. In pratica, l’amministrazione sostiene di rispettare formalmente la legge, cambiandone però il significato in base alle proprie esigenze.

Questa cautela appare singolare, soprattutto considerando che l’amministrazione Trump ha spesso mostrato scarso interesse per altri vincoli normativi. In questo caso, però, la Casa Bianca deve fare i conti con un’opinione pubblica sempre più critica e con il crescente malumore di una parte dei repubblicani, che non hanno mai autorizzato la guerra contro l’Iran. La scorsa settimana la Camera dei Rappresentanti, pur controllata dal Partito Repubblicano, ha approvato una risoluzione che chiede la fine del conflitto, grazie anche al voto favorevole di quattro deputati repubblicani. Il Senato aveva già approvato un testo analogo il mese precedente. Le risoluzioni non sono vincolanti, ma mostrano la preoccupazione di molti parlamentari conservatori, convinti che una guerra lunga possa trasformarsi in un peso alle elezioni di metà mandato.

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Anche le dichiarazioni di Trump sui militari uccisi hanno alimentato le polemiche. In un post pubblicato su Truth Social, il presidente ha messo a confronto il numero dei caduti in Iran con quello delle guerre in Afghanistan, Iraq, Vietnam e Corea, dando l’impressione di voler ridimensionare il costo umano del conflitto. Curiosamente, in quel messaggio parlava ancora di 18 vittime, smentendo di fatto la successiva revisione del Pentagono.

Pochi giorni dopo, prima di partecipare alla cerimonia nella base di Dover dedicata al rimpatrio delle salme dei militari, Trump ha dichiarato che quei soldati avrebbero condiviso pienamente le ragioni della guerra: “Tutti mi hanno detto con forza che non possiamo permettere all’Iran di avere un’arma nucleare”. Ne nasce però un evidente paradosso: il presidente sostiene che quei militari siano morti per gli obiettivi dell’Operazione Epic Fury, mentre la sua stessa amministrazione afferma che, nel momento in cui sono stati uccisi, quell’operazione era già terminata.

Durante i suoi due mandati Trump è stato spesso accusato di utilizzare le forze armate come strumento politico e di mostrare poca sensibilità verso i militari caduti o feriti. Nel 2020 The Atlantic raccontò che Trump aveva definito i soldati americani morti in guerra “suckers” e “losers”, idioti e perdenti, e che aveva evitato di visitare un cimitero militare della Prima guerra mondiale. Nel suo primo mandato finì inoltre al centro di uno scontro con la vedova di un soldato ucciso in Niger, che lo accusò di aver dimenticato il nome del marito durante una telefonata e di averle detto, in sostanza, che il militare sapeva a cosa andava incontro arruolandosi. Trump respinse quelle accuse definendole inventate.

Non sarebbe comunque la prima volta che un’amministrazione cerca di limitare la visibilità delle vittime di guerra. Tra il 1991 e il 2009 ai giornalisti era vietato fotografare il rientro delle salme dei militari nella base di Dover. La scelta si trasformò in un problema per l’amministrazione di George W. Bush quando un attivista riuscì a ottenere quelle immagini attraverso richieste di accesso agli atti, alimentando il sospetto che la Casa Bianca volesse nascondere fotografie scomode per preservare il consenso attorno alla guerra. Fu uno dei casi più noti del cosiddetto “effetto Streisand”: il tentativo di nascondere una notizia finisce per darle ancora più visibilità.

Dunque qualcosa di simile starebbe accadendo anche oggi. Il tentativo di ridurre ufficialmente il numero dei caduti ha attirato ancora più attenzione sui 18 militari morti nel conflitto. Inoltre, con la pubblicazione dei nuovi dati, il Pentagono ha rivelato anche che i feriti americani sono ormai oltre 600, in netto aumento rispetto ai 482 comunicati appena una settimana prima. Nel tentativo di ridimensionare la guerra contro l’Iran, l’amministrazione ha finito per mettere ancora più in evidenza il costo umano, politico e militare del conflitto.

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Read the original on giacomolagona.substack.com

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