Martedì scorso ho pubblicato un video che ho registrato sul divano di casa mia: niente studio, niente luci e nessun set perfetto.
È il primo video in cui parlo da sola sul mio canale YouTube e ci ho messo anni per riuscirci.
La parte comica è che di mestiere faccio esattamente questo: insegno alle persone a mettersi davanti a una telecamera, a raccontare quello che sanno fare. Lo dico in ogni call:
“non aspettare di sentirti pronta, il momento giusto non arriva”
E intanto io rimandavo.
Parentesi: i miei primi video su YouTube li ho fatti otto o nove anni fa, quando facevo la fitness influencer. Quindi non è nemmeno che non sapessi da dove si comincia, lo sapevo benissimo MA avevo mollato!
È peggio.
La versione bella sarebbe: avevo paura di espormi, ho vinto la paura.
Non è vero.
Il motivo è molto più prosaico e molto più imprenditoriale: YouTube non paga subito. Un video lungo ti prende un pomeriggio per girarlo e un altro per editarlo, e per i primi mesi non lo guarda praticamente nessuno.
Su TikTok in ventiquattro ore sai già se ha funzionato!
Quando hai un’attività il tuo cervello fa un calcolo continuo, anche quando non gliel’hai chiesto: questa cosa mi rende entro il mese? Poco? Allora poi la farò! (forse)
Quel calcolo è la ragione per cui quasi tutte le cose che costruiscono davvero un business restano nella lista delle cose da fare.
Non è che siano difficili.. il problema è che rendono dopo.
A un certo punto sono andata a guardare i numeri veri del canale e mi sono data un pugno da sola.
“Fuori dall’Algoritmo”, stesso format, stessa ospite, stesso periodo: 17.300 visualizzazioni su TikTok e 624 views su YouTube.
Fermatevi un attimo su questi due numeri perché non dicono quello che sembra.
Non è un problema di contenuto: il contenuto è identico, è lo stesso pezzo. È un problema di ponte. Diciassettemila persone hanno visto la clip breve e quasi nessuna ha fatto il passo dopo…
È esattamente l’errore che vedo ogni settimana nei profili che analizzo. Ovvero, contenuti che funzionano da una parte e zero collegamento verso il posto dove si costruisce la relazione: si spinge sull’acceleratore e non si è messa la marcia.
Il mio canale non era fermo perché YouTube è difficile MA perché non avevo costruito il ponte. (e il ponte è sempre la parte noiosa, quella che nessuno racconta nei contenuti sulla crescita)
Qui arriva la parte che mi ha fatto cambiare le priorità.
Per anni il contenuto lungo è stato un lusso: te lo potevi permettere se avevi già pubblico.
Nel 2026 è cambiato il contesto, per due motivi che non c’entrano niente l’uno con l’altro e che, però, spingono nella stessa direzione.
Il primo lo avete già visto con i vostri occhi: i feed sono pieni di roba fatta con l’AI. Un’analisi di giugno di Kapwing ha classificato come contenuto generato a basso sforzo il 59% dei video serviti alla home di un account nuovo. Cinquantanove su cento.
E le persone lo notano: il 56% dice di incontrarne spesso o molto spesso.
Il dato che mi interessa di più però è un altro.
Oggi solo il 26% delle persone preferisce contenuti da creator fatti con l’AI. Nel 2023 era il 60%. Dimezzato in due anni. Mentre metà della Gen Z ha già smesso di seguire o ha bloccato qualcuno perché i suoi contenuti sembravano fatti in venti secondi con un prompt.
Due settimane fa vi ho scritto che i contenuti fatti con l’AI si riconoscono, e non per i trattini. Questo è il seguito naturale di quel discorso e riguarda le vostre scelte di formato.
Perché se produrre è diventato gratis, il contenuto non è più il bene scarso.
Il bene scarso diventa una persona che si prende venti minuti e dice una cosa che ha provato su di sé.
Il secondo motivo è più tecnico e nel nostro settore quasi nessuno ne parla.
Oggi i vostri contenuti non li legge solo l’algoritmo. Li legge l’AI (si chiama GEO). Quando qualcuno chiede a ChatGPT chi seguire per capire di social media in Italia, o come si struttura un piano editoriale, la risposta si costruisce citando fonti che hanno profondità, struttura e specificità. Il contenuto sottile non viene citato: sparisce.
Un reel non è citabile. Punto.
Un video da venti minuti sì, un pezzo scritto sì. Ed è il motivo per cui questo spazio esiste e per cui ho ricominciato a girare lungo adesso e non l’anno prossimo!
E poi c’è la conferma dentro la piattaforma stessa: su YouTube il formato lungo fa circa il 73% del tempo di visione e il 70% dei ricavi, e chi pubblica sia short sia video lunghi cresce di iscritti circa tre volte più velocemente di chi fa un formato solo.
Tradotto: il breve ti fa scoprire, il lungo ti fa restare. Uno senza l’altro è mezzo lavoro fatto due volte.
Piccola nota di onestà, che a me interessa più del dato: questi numeri arrivano da analisi di settore e da dati di piattaforma, non da studi universitari. Prendeteli per la direzione che indicano, non alla lettera (o al numero, in questo caso).
Tutto questo cosa c’entra con voi che state guardando il calendario con un filino d’ansia?
C’entra.. perché la trappola che mi ha tenuta ferma per anni è la stessa che sta per far sbagliare come un sacco di gente affronterà settembre.
Il primo lunedì di settembre è il giorno più affollato dell’anno: tornano tutti nella stessa settimana, tutti carichi, tutti con il post “nuova stagione, nuovi progetti”. Il rumore non raddoppia: triplica in ventiquattro ore e il vostro contenuto migliore pubblicato quel lunedì vale meno di un contenuto mediocre pubblicato oggi.
E l’errore, che vedo ogni anno, è sempre lo stesso: si riparte cercando di vendere subito. Ci sono due mesi da recuperare, quindi il primo contenuto di settembre è già un’offerta. Fatta a un pubblico che si è raffreddato per due mesi o che ha appena finito i soldi in vacanza.
Vendere è l’ultimo passo di una sequenza, se lo mettete per primo, salta tutto il resto.
Settembre serve a farsi scoprire. Unico obiettivo: entrare nel feed di gente che non vi conosce. Trend adattati al vostro settore, contenuti che rispondono a una domanda precisa, formati che la piattaforma sta già spingendo. Qui non si vende e non si racconta la propria storia: si allarga il bacino. Se a fine settembre avete più persone nuove che vi guardano, il mese è andato bene anche con zero vendite.
Ottobre serve a farsi conoscere. Quelle persone nuove devono capire chi siete e perché fidarsi, quindi cambia il tipo di contenuto: dietro le quinte, il vostro metodo raccontato, i casi dei clienti, le cose che pensate e che gli altri nel vostro settore non dicono. È il mese che sembra il più inutile ed è quello che fa la differenza più grande. Nessuno compra da chi ha appena scoperto.
Novembre serve a vendere. Solo adesso l’offerta ha senso, perché arriva a gente che vi ha scoperte a settembre e imparate a conoscere a ottobre. E si vende dicendo per chi è e per chi non è, non “comprate il mio servizio”: chi si riconosce si fa avanti da solo, e vi risparmia le richieste sbagliate.
Tre mesi e un compito per mese. È la cosa più semplice del mondo, e quasi nessuno la fa.
Adesso parliamo di metriche.
A fine settembre guardate quante persone nuove vi hanno viste, non quanti follower avete. A fine ottobre guardate i DM e i salvataggi, che sono il “termometro” della fiducia. Mentre le vendite si guardano a novembre.
Se misurate la cosa sbagliata al mese sbagliato, vi convincete di aver fallito mentre stavate andando benissimo.
Quasi tutte le persone che mollano non mollano perché non funzionava: mollano perché stavano leggendo il numero sbagliato.
E il piano editoriale? A settembre la motivazione regge tranquillamente tre settimane, anche senza per forza un piano.
Ma quel giorno di metà novembre… lì ti servirà.
Quel giorno la motivazione sarà finita da un pezzo e dovete pubblicare comunque. Chi ha un piano quel giorno pubblica, perché non deve decidere niente: la decisione l’ha presa un mese prima, a mente lucida.
Chi non ce l’ha, quel giorno va in tilt e, magari, sparisce.
Allora lì sì che avrai perso l’anno! (Non a settembre)
Io ho aperto un canale che a settembre non mi darà niente. A ottobre probabilmente neanche. È esattamente il tipo di cosa che il mio cervello da imprenditrice ha rimandato per anni, con un’ottima scusa razionale ogni singola volta.
Poi ho capito che quella scusa era il motivo per cui certe cose nella mia attività erano ferme da troppo tempo.
Quindi mi porto a casa tre cose, e le lascio a voi.
Uno. La cosa che rimandate magari non è la cosa difficile ma la cosa che non paga entro il mese…
Due. Adesso conviene ancora di più farla, perché produrre in fretta lo sanno fare tutti, e le macchine lo fanno meglio di noi. Prendersi il tempo di dire una cosa vera è diventato raro, e le cose rare si pagano.
Tre. Settembre non è il mese in cui vendete. È il mese in cui vi fate trovare. Quello che incasserete a novembre lo state costruendo nelle prossime tre settimane, ed è per questo che io sto girando video che non mi renderanno niente fino a Natale.
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P.S. Il video di cui parlo è quello in alto, girato sul divano. Se lo guardate, ditemi nei commenti chi siete e cosa fate: da lì costruisco la scaletta dei prossimi!
P.P.S. Se il piano dei 90 giorni vi serve nella versione applicata con il calendario settimanale già pronto e i ganci scritti, quello vive dentro il Club di Unlike Academy e puoi entrare gratis qui:
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P.P.P.S.(poi ho finito) Se mi hai scoperta qui su Substack e ancora non sei iscritta/o al canale ma ti farbbe piacere leggere i miei prossimi articoli seguimi qui:
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