Questa Pasqua non sono tornata in Italia, per ovvie ragioni.
Avrei voluto essere con la mia famiglia, mangiare le cose che si mangiano a Pasqua, stare sul divano con mia madre senza pensare a niente per mezza giornata. Invece ero a Dubai, a casa, a registrare le lezioni della nuova formazione che è in ritardo da mesi per le troppe cose che ho da fare. Il giorno di Pasquetta ho fatto lo stesso. E nel mezzo, ogni tre ore, mi svegliavo di notte per dare il latte a un gattino di dieci giorni che abbiamo trovato e che senza di noi non sopravvivrebbe.
Lo so, detta così sembra quasi poetica come vita. La ragazza che lavora ai suoi sogni a Dubai con il gattino da accudire.
Ma in realtà e solamente faticosa.
In un mondo dove le emozioni vengono usate come strategia di marketing, dove ogni vulnerabilità diventa un hook per un reel, dove il pianto in camera è un formato editoriale, scrivere un articolo così mi fa venire l’orticaria. Perché so che qualcuno leggerà e penserà: “Ecco, anche lei che fa la storia triste per vendere qualcosa.”
E lo capisco. Ce ne sono troppe di persone che usano i momenti difficili come contenuti. Io ci ho sempre girato intorno, per questo motivo. Non volevo diventare una di quelle.
Ma c’è un problema: se non lo dico mai, dall’esterno sembra che sia tutto facile. Che io faccia mille cose e le faccia con leggerezza. Che gestire un’agenzia, una piattaforma di formazione, un team, dei clienti, una vita all’estero e pure una newsletter sia una cosa che viene naturale.
Non è naturale. Non è facile. E non è sempre bello.
Io sono quella che sprona gli altri. Sprono il mio team, sprono le clienti, sprono chiunque mi stia intorno. Sono quella che ha sempre un’idea, che costruisce, che non dorme di notte per inventarsi qualcosa di nuovo. Non ho mai mollato una volta. Ho superato problemi enormi sin da piccolina e sono sempre stata molto indipendente.
Mia madre andava a lavorare e io a sei anni mi scaldavo la pasta da sola. A tre anni consolavo lei che attraversava un periodo difficile. Non lo dico per vantarmi, lo dico perché è il contesto: sono cresciuta con l’idea che dovevo farcela da sola e che le persone intorno a me avessero bisogno della mia forza.
Quel pattern non è mai cambiato.
Oggi faccio un sacco di cose, e le persone me lo dicono: “Cavolo, quante cose stai facendo, che brava.” Però io non è che me le vivo con serenità. Me le vivo con un’ansia costante. L’ansia di non riuscire a fare tutto, di non essere all’altezza, di deludere qualcuno. Forse è proprio questa ansia che mi ha fatto raggiungere quello che ho raggiunto, non lo so. Ma non esce fuori dallo schermo.
C’è una cosa che nessuno ti spiega quando costruisci qualcosa da sola: sei tu che dai supporto a tutti, ma nessuno supporta te.
Il mio team viene da me quando ha un problema, anche minuscolo. Le clienti vengono da me quando hanno bisogno di una direzione. Le persone che mi seguono mi scrivono per un consiglio, un parere, un incoraggiamento. Addirittura il mio fidanzato mi chiede, ovviamente, consigli. E va bene così, è parte del lavoro che ho scelto e che amo.
Qualche giorno fa Sofia del mio team mi ha scritto: “Se c’è una cosa che ho capito in questi anni è che grazie a te si può fare tutto.” Ed è bellissimo leggerlo, giuro.
Ma è anche il punto: se tutti pensano che grazie a te si può fare tutto, chi è che fa qualcosa per te?
Ma quando sei tu che hai un momento di difficoltà, l’unica persona che ti può aiutare è qualcuno a pagamento. Un terapeuta, un coach, un consulente. Che per carità, sono professionisti e sono preziosi (io ci lavoro da anni e non sarei qui senza molti percorsi affrontati). Però c’è un peso specifico in questa cosa: la domenica di Pasqua a lavorare per il tuo business ci sei solo tu. E basta.
Nessuno si sveglia alle tre di notte per il tuo business. Nessuno ti manda un messaggio per chiederti come stai quando stai facendo l’impossibile e sei stanca morta. La gente vede il contenuto, non la fatica. Vede il risultato, non le notti.
Non è il periodo più difficile della mia vita. Ne ho passati di molto peggiori. Ma è un periodo intenso, e sarebbe disonesto dire il contrario.
C’è la questione missili - Dubai, che chi ci vive sa cosa vuol dire e chi non ci vive non può capire fino in fondo. C’è una fase di investimenti grossi per la mia azienda e per la nuova piattaforma di Unlike Academy, che sta per uscire (finalmente, dopo mesi di lavoro). Ci sono responsabilità che si moltiplicano. C’è la situazione geopolitica che rende tutto più complicato e che mi impedisce di partire per l’Italia senza avere l’ansia di non poter tornare a casa mia a Dubai. C’è il fatto che sto per lanciare qualcosa di nuovo e quella voce nella testa che dice “e se non funziona?” non si spegne mai del tutto.
E poi c’è una cosa che devo dire perché è vera: sono contentissima di quello che ho e di quello che sto costruendo. Soprattutto sono contenta delle persone che ho a fianco. Ci ho lavorato tanto per arrivare qui: sulle relazioni, sulle amicizie, su me stessa. Anni fa non era così. Avevo intorno persone che non mi facevano stare bene e non avevo gli strumenti per capirlo.
Oggi la serenità di fondo c’è. Ma la serenità di fondo non significa che ogni giorno sia sereno. Significa che sai dove stai andando anche quando la strada è in salita.
Sia chiaro, non c’è un link alla fine che vi porta a un corso su come gestire l’ansia imprenditoriale (anche se potrebbe essere un’idea, eh).
Vi racconto tutto questo perché per prima cosa mi sto sfogando e vorrei che questo mio sfogo possa essere utile anche per una sola persona, so che tra chi legge c’è qualcuno nella stessa situazione. Qualcuno che dall’esterno sembra fortissimo e dentro si sente schiacciato. Qualcuno che fa mille cose e non si gode niente, anche se prova a ritagliarsi qualche momento. Qualcuno che è sempre quello che tiene su gli altri e non ha nessuno che tiene su lui.
E voglio che quella persona sappia che non è l’unica. Che si può essere grati per quello che si ha e contemporaneamente fare fatica. Che si può essere forti e vulnerabili nello stesso momento. Che non c’è niente di sbagliato nel dire che è dura, anche quando va bene.
Due cose mi porto a casa scrivendolo.
Uno. Ho lavorato tantissimo su me stessa per arrivare dove sono oggi, non solo professionalmente ma soprattutto come persona. E le persone che ho intorno adesso sono la prova che quel lavoro è servito.
Due. Forse il fatto che non riesca a vivere le cose con leggerezza è esattamente il motivo per cui riesco a farle tutte. Non lo so se è una cosa bella o brutta. Ma è la mia verità.
E se qualcuno di voi si è rivisto in qualcosa che ho scritto, bene. Allora questo articolo è servito. E allora, forse, mostrare le vulnerabilità senza trasformarle in un formato editoriale si può fare.
P.S. Tra pochissimo esce la nuova piattaforma di Unlike Academy. Mesi di lavoro e notti in bianco (non solo per il gattino). Se volete essere i primi a saperlo potete entrare nel canale telegram: https://t.me/+zmBnZ6o6wxplOTVk
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