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Gaetano Masciullo - For Faith and Liberty · Jul 20, 2026

Quando l’accoglienza diventa ideologia: immigrazione, Chiesa e crisi del bene comune

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Gaetano Masciullo · Gaetano Masciullo - For Faith and Liberty

This is the Italian translation of the article published in The Remnant Newspaper, July 18, 2026.

Il tour di Mattia Ferrari negli USA

Lo scorso 15 Luglio, diverse testate hanno diffuso la notizia di un tour molto particolare che Mattia Ferrari, sacerdote italiano e coordinatore del World Meeting of Popular Movements (WMPM), “Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari”, sta compiendo da fine giugno in 21 città degli Stati Uniti, partendo dalla California fino ad arrivare a New York, passando per lo Stato di Washington, Texas, Colorado, Pennsylvania, Minnesota, Indiana, Michigan, Louisiana, Washington D.C. e New Jersey. Il tour dovrebbe finire verso i primi giorni di Agosto.

L’obiettivo ultimo di questo tour è quello di ricevere e ascoltare diverse famiglie di immigrati, comprendere il loro dolore e la difficoltà all’integrazione, e sensibilizzare non solo l’opinione pubblica delle città attraversate, ma anzitutto i vescovi delle rispettive diocesi ad essere maggiormente attenti a questo tema.

Ferrari non viaggia da solo: è accompagnato da due personaggi dal profilo molto eloquente.

Il primo personaggio è Luca Casarini, attivista italiano pro-migranti, no-global e co-fondatore della ong “Mediterranea Saving Humans”. Sebbene Casarini abbia dichiarato di “essersi riscoperto cristiano tra i migranti in mare”, il suo profilo non è esattamente quello del cattolico devoto. Per questo motivo, quando Papa Francesco invitò Casarini come “ospite speciale” senza diritto di voto alla XVI assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi (Ottobre 2023), molti si chiesero comprensibilmente a che titolo dovesse discutere di pastorale e dottrina al fianco di vescovi, teologi e cardinali.

Su The Remnant Newspaper ho già parlato di Casarini e del suo legame con Zuppi, Sant’Egidio e soprattutto con Papa Francesco, con il quale sembra essere stato in amicizia almeno dal 2020, in un altro articolo cui rimando. Da un lato, dunque, un amico di Francesco. Dall’altro lato, Ferrari è stato accompagnato da un’altra figura, stavolta un amico di Leone sin dai tempi di Chiclayo in Perù. Si tratta di César Piscoya Chafloque, consulente di rilievo del Centro per i Programmi e le Reti di Azione Pastorale della Conferenza Episcopale Latinoamericana. Collaboratore di lunga data di Prevost, da quando questi era ancora “vescovo delle periferie”.

Dietro l’iniziativa c’è il supporto della Chiesa

Questo viaggio di sensibilizzazione intra-ecclesiale, che presumibilmente contribuirà alla stesura di qualche documento futuro o è parte di un programma più esteso, non è solo frutto dell’iniziativa di queste tre figure, ma ha alle sue spalle l’appoggio della Santa Sede.

Infatti, Ferrari è - come si è detto - il coordinatore del WMPM, “Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari”. Com’è scritto nella pagina di presentazione del sito, è nata per iniziativa di Francesco nel 2014 per promuovere il dialogo tra la Chiesa cattolica e i movimenti popolari.

Che cosa sono i movimenti popolari? L’espressione è semplicemente un modo alternativo per fare riferimento a quelle che in spagnolo sono note con il nome di comunidades de base, “comunità di base”. Si tratta di piccoli gruppi di cristiani nati in America Latina tra gli anni Sessanta e Settanta, soprattutto in Brasile, come risposta ad una percepita distanza tra la Chiesa istituzionale e i settori più poveri della società.

Inevitabilmente, queste comunità divennero — in particolare dopo la Conferenza di Medellín (1968) — il cuore della teologia della liberazione, una corrente eterodossa del cattolicesimo che cerca di conciliare marxismo e Vangelo, interpretando il cristianesimo come una forma di liberazione dalle ingiustizie economiche, politiche e sociali.

Dalla Teologia della Liberazione alla Teologia del Popolo

Dalla teologia della liberazione (ricordiamolo: condannata ufficialmente dalla Chiesa nel 1984 con l’Istruzione Libertatis Nuntius) ebbe origine la teologia del popolo, una variante più moderata, che differisce dalla prima non tanto nella dottrina, quanto nel metodo: non più lotta di classe e rapporto apertamente conflittuale con la Chiesa, ma graduale lavoro di sensibilizzazione e rapporto ambivalente con la gerarchia. Tra gli ideatori e fondatori della teologia del popolo c’era Juan Carlos Scannone, gesuita e maestro di Jorge Mario Bergoglio.

Con l’istituzione del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, la teologia del popolo è divenuta fattualmente il framework ufficiale della dottrina sociale della Chiesa post-bergogliana. I recenti documenti magisteriali di Papa Leone XIV naturalmente confermano tutto questo: basta leggere l’esortazione apostolica Dilexi te e l’enciclica Magnifica humanitas.

Le comunità di base - chiamiamole con il loro nome originale - si battono per tre principi molto cari a Papa Francesco: terra, casa e lavoro. Si tratta ovviamente di sacrosanti diritti di ogni individuo. Il problema riguarda non tanto i diritti in se stessi, ma il come questi diritti andrebbero garantiti, secondo le comunidades e secondo Francesco (e Leone). Detto in parole estremamente semplici: attraverso politiche di redistribuzione e di intervento statale diretto. Socialismo puro.

Il rapporto tra i Movimenti Popolari e la Curia

L’aspetto più importante da sottolineare è - il lettore lo ha già capito - un altro: c’è un legame diretto, organico e strutturale tra il WMPM e la Curia del Papa. Infatti, il Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale - ricordiamolo: anche questo voluto e creato ad hoc da Francesco - accompagna, coordina e in parte promuove il percorso dei cosiddetti Movimenti Popolari a livello mondiale. Si tratta di una relazione esplicitamente documentata nelle fonti ufficiali della Santa Sede.

Alla luce di questo quadro, il viaggio di Ferrari negli Stati Uniti non appare come un’iniziativa isolata di carattere pastorale, bensì come l’espressione coerente di un preciso orientamento ecclesiale. Il problema dell’immigrazione non viene affrontato come una questione politica, giuridica o prudenziale, nella quale possano legittimamente confrontarsi diverse soluzioni, ma come un imperativo morale - oserei dire: ideologico - che tende a prevalere su altre prioritarie esigenze del bene comune, quali la sicurezza, la coesione sociale, la sostenibilità economica e il diritto degli Stati a disciplinare i propri confini.

In questa prospettiva, ogni politica restrittiva e difensiva è presentata come una forma di chiusura e di biasimevole discriminazione, mentre l’accoglienza indiscriminata viene elevata a criterio privilegiato dell’autenticità evangelica.

L’asimmetria morale nel dibattito odierno sull’immigrazione

Nel dibattito ecclesiale contemporaneo si parla solo e incessantemente dei diritti dei migranti. Lo abbiamo sentito ancora da Papa Leone XIV nel suo recente viaggio apostolico in Spagna. Si parla del diritto a emigrare, talvolta ci si ricorda anche del diritto a non emigrare, raramente del dovere dei migranti di rispettare le leggi del Paese in cui si vive.

Ma non si parla mai dei diritti di coloro che ospitano i migranti, che pure, a livello logico, dovrebbero venire prima e che oggi vengono puntualmente e quotidianamente calpestati. Basta aprire la pagina di cronaca di un qualsiasi quotidiano per rendersene conto.

Abbiamo di fronte una curiosa asimmetria morale e una grave omissione da parte della Chiesa cattolica: il migrante viene presentato come l’unico titolare di diritti, mentre la comunità ospitante è ridotta a un insieme informe di detentori di doveri e debitori morali, una massa priva di qualsiasi legittima pretesa alla sicurezza, all’identità, alla continuità culturale e all’ordine politico.

Nella lingua italiana, la parola ospite è una parola bellissima perché è polisemantica: può essere usata sia in riferimento a colui che ospita sia in riferimento a colui che è ospitato. Credo sia un modo molto efficace per ricordare che l’ospitante e l’ospitato devono essere in un rapporto di forte simmetria, in un mutuo riconoscimento di diritti e doveri, senza il quale non è possibile parlare di convivenza, ma di invasione o abuso.

Misericordia, Giustizia, Prudenza

La dottrina cattolica ha sempre elencato l’ospitalità verso il forestiero tra le opere di misericordia corporale. Ma la misericordia non è mai separabile dalla giustizia e dalla prudenza. I maestri di spiritualità cristiana medievale insegnavano che la Virtù è, in realtà, una sola in atto, e solo per convenzione e comprensione si fa riferimento a diverse virtù in riferimento a diversi oggetti.

Da questa prospettiva, non è possibile usare misericordia e mancare di giustizia, praticare la carità e fallire nella prudenza.

L’analogia della famiglia è illuminante. Un padre che aprisse indiscriminatamente la propria casa a chiunque, senza valutare l’identità, le intenzioni o il pericolo rappresentato dagli ospiti, tradirebbe anzitutto il proprio dovere verso la moglie e i figli. La sua prima responsabilità è custodire il bene della famiglia affidatagli.

Analogamente, chi governa una comunità politica ha il dovere morale di discernere chi può essere accolto e a quali condizioni, perché il bene comune precede ogni scelta particolare. Questo non è solo un principio tradizionale cattolico, è un concetto che fa appello al diritto naturale, che precede ogni discorso religioso.

Da questo punto di vista, è fonte di profondo disgusto e amarezza il fatto che l’episcopato cattolico, ancor prima che la stessa Santa Sede, fondi costantemente il proprio discorso sociale non sulla realtà dei fatti, ma sulle carte internazionali dei diritti umani e sul diritto positivo elaborato dai vari organismi sovranazionali. Possiamo dire, senza timore di esagerare, che oggi le varie Carte dei diritti umani cosiddetti “fondamentali” sono la variante secolarizzata del Decalogo, di cui assumono lo stesso valore sacrale per il mondo senza Dio.

La dottrina cattolica classica non ha mai insegnato l’esistenza di un diritto assoluto a entrare in qualsiasi Paese indipendentemente dalla volontà e dagli interessi della popolazione che vi risiede. Questo oggi va sottolineato e ripetuto con forza e decisione, anche a coloro che dovrebbero sorvegliare e difendere i diritti dei cattolici, ovvero i nostri vescovi.

Le conseguenze dell’approccio ideologico all’immigrazione

Le conseguenze di questa impostazione, sia fuori sia dentro la Chiesa, sono ormai evidenti. In Europa e più in generale in Occidente, l’immigrazione di massa e incontrollata ha contribuito ad aggravare tensioni sociali, problemi di ordine pubblico e crimini aberranti.

Quando si fanno discorsi ideologici sulla presunta dignità infinita e inalienabile di ogni essere umano, si finisce sempre per porre le fondamenta del disordine sociale. L’ordine è per definizione gerarchico, anche nei principi e nei valori morali.

Il primo diritto che viene sacrificato quando si imposta in questo modo la scala etica è sempre quello del cittadino onesto, del bravo lavoratore e della famiglia cristiana, mentre la tutela del bene comune viene subordinata al bene dei peggiori, dei delinquenti e dei sussidiati.

Questo, del resto, è anche l’esito naturale della democrazia, che non è - come vorrebbe la fuorviante etimologia di questo termine - il governo del popolo o il governo di tutti, ma semplicemente il governo della maggioranza, ovvero il governo dei peggiori.

A ciò si aggiunge un aspetto che meriterebbe ulteriore approfondimento. Attorno ai grandi flussi migratori si è sviluppato un rilevante sistema di interessi economici e politici: ONG, cooperative, appalti pubblici, organizzazioni internazionali e altri soggetti traggono benefici diretti o indiretti dalla gestione dell’immigrazione.

Sarebbe ingenuo escludere che anche all’interno di alcuni ambienti ecclesiali possano operare logiche di potere, di finanziamento o di influenza che favoriscono il mantenimento di questo modello. Proprio per questo il tema meriterebbe indagini ed esami lucidi, avendo come fondamento la verità sul bene comune, piuttosto che slogan morali e appelli emotivi.

La tragica allegoria della Chiesa post-bergogliana

Vorrei concludere con un’immagine che, più di molte analisi teoriche, sembra assumere il valore di una tragica allegoria della condizione della Chiesa contemporanea post-bergogliana.

Nel novembre 2016, in occasione del Giubileo della Misericordia dedicato alle persone “socialmente escluse”, Francesco strinse la mano di un immigrato rwandese, ribadendo che i poveri e i migranti sono “più inclini ad essere artigiani di pace” e invitando la Chiesa ad “accogliere, accompagnare, sostenere e integrare” chi giunge da altri Paesi.

Quell’uomo era Emmanuel Abayisenga. Trasferitosi successivamente in Francia, il 18 luglio 2020, incendiò la cattedrale gotica di Nantes, distruggendo il grande organo storico, numerose vetrate e una tela del XIX secolo, oltre che danneggiando gravemente l’edificio.

Dopo pochi mesi di detenzione, l’immigrato ottenne ospitalità dal parroco di Saint-Laurent-sur-Sèvre, padre Olivier Maire. Nel 2021, Abayisenga ritenne bene di ringraziarlo togliendogli la vita in maniera brutale. Solo nel Gennaio 2026, la giustizia francese lo ha condannato a trent’anni di carcere con successiva espulsione dal territorio nazionale.

Una Chiesa che, in nome della misericordia, rinuncia sistematicamente al discernimento rischia di non proteggere più né i propri fedeli né il patrimonio spirituale e materiale che ha il dovere di custodire. La carità cristiana non consiste nell’abolizione della prudenza, ma nella sua perfezione. Quando la misericordia viene separata dalla giustizia e dal bene comune, essa cessa di essere una virtù e diventa sentimentalismo.

Forse questa è l’immagine più efficace della Dottrina sociale cattolica negli ultimi anni: una Chiesa che stringe la mano a chi dovrebbe certamente aiutare, ma senza più ricordare che il primo dovere del pastore è quello di custodire il gregge e la casa affidatagli da chiunque: anche dal povero, o da chi è solo apparentemente tale.

Gaetano Masciullo

Read the original on gaetanomasciullo.substack.com

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