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Gaetano Masciullo - For Faith and Liberty · Jul 2, 2026

Dal Concistoro alla Scomunica, da Roma a Ecône

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Gaetano Masciullo · Gaetano Masciullo - For Faith and Liberty

This is the Italian translation of the article published in The Remnant Newspaper, July 1, 2026.

In questo articolo, vorrei ripercorrere alcuni importanti eventi ecclesiastici degli ultimi giorni per cercare di leggerli in prospettiva. Una premessa doverosa: chi scrive non è un fedele della Fraternità San Pio X e perciò, a rigore di termini, non è direttamente coinvolto nella controversia - se così possiamo chiamarla - tra questa Fraternità sacerdotale e la Santa Sede. Tuttavia, come ho anche scritto altrove, questa rottura che appare sempre più grave riguarda non solo l’intero mondo della Tradizione cattolica, ma l’intera Chiesa, e persino al di là della mera Chiesa.

Come si è svolto il Concistoro di Giugno 2026

Partiamo dai fatti, dunque. Dal 26 al 27 Giugno, in Vaticano, si è svolto il secondo Concistoro di Papa Leone XIV, detto “straordinario” benché, come egli stesso ha già più volte annunciato, sarà convocato regolarmente - almeno annualmente - per “ascoltare e discutere” con i cardinali su questioni “importanti”.

Diversamente che dal Concistoro di Gennaio 2026, quando i cardinali hanno avuto modo di scegliere tra due dei quattro temi proposti (ricordiamoli succintamente: missione ed evangelizzazione alla luce di Evangelii Gaudium; rapporto tra Santa Sede e Chiese locali alla luce di Praedicate Evangelium; sinodalità; liturgia), questa volta i temi sono stati selezionati direttamente dalla Segreteria del Sinodo - non dal Papa. Questo fattualmente, anche se ufficialmente potrebbe essere smentito.

I temi che erano stati scartati a Gennaio erano stati la liturgia e il rapporto tra Santa Sede e Chiese locali. Ricordiamo, tra l’altro, che il Cardinale Roche, Prefetto al Culto Divino, fece comunque circolare tra i suoi confratelli un rapporto apologetico di Traditionis Custodes, in questo modo influenzando il punto di vista dei cardinali che magari non sono “dentro la questione” e, da quello che mi è stato detto da alcune fonti molto attendibili, non sarebbero in pochi.

Molti si sarebbero aspettati, dunque, un Concistoro sui due punti precedentemente messi da parte. Invece, la Segreteria del Sinodo ha imposto dall’alto ai porporati tutt’altre tematiche, causa anche la pubblicazione della prima controversa enciclica di Papa Leone, Magnifica Humanitas (si rimanda il lettore a questa analisi su LifeSiteNews e questa analisi su The Remnant Newspaper).

Degno di nota è anche il fatto che, prima dell’inizio del Concistoro, l’agenda è stata cambiata almeno una volta. In una prima lettera ai cardinali, il Cardinale Re aveva annunciato il tema della “guerra giusta” tra i temi su cui dibattere, per capire se è giusto considerarlo “superato” oppure no; ma in un secondo momento, questo tema è sparito.

Inoltre, ha colpito la notizia che ben tre cardinali appartenenti alla minoritaria (anzi residuale) corrente conservatrice del Collegio non hanno potuto essere presenti per motivi di salute: il cinese Joseph Zen, l’ungherese Peter Erdő e l’olandese Wilhelm Ejik. Tuttavia, come vedremo, i restanti cardinali cosiddetti “conservatori” non hanno certo brillato. Anzi.

Venendo al Concistoro, la prima cosa che è saltata all’occhio è stata l’organizzazione, ovviamente in perfetto stile bergogliano. I cardinali sono stati divisi in due grandi categorie. Da una parte, i cardinali elettori che servono o hanno servito come ordinari diocesani suddivisi a loro volta in nove gruppi. Dall’altra parte, i restanti cardinali con incarichi curiali oppure non elettori, suddivisi in undici gruppi. A ciascun gruppo è stato assegnato un presidente moderatore e un segretario che ha raccolto i contributi che poi sono confluiti in un rapporto finale.

Le fasi del Concistoro sono state quattro, con rispettive tematiche: l’analisi del mondo contemporaneo (“In quale mondo siamo chiamati a proclamare il Vangelo?”), l’analisi delle tensioni interne ed esterne alla Chiesa (“La cultura del potere e la civiltà dell’amore”), l’analisi delle richieste e delle proposte provenienti dal basso (“Costruire il Bene: i cantieri del nostro tempo”), quindi l’analisi dello stato attuale del processo di sinodalizzazione della Chiesa (“Il percorso di attuazione del Sinodo”).

I cardinali che hanno introdotto ciascuna sessione sono stati, nell’ordine, il polacco Grzegorz Ryś, arcivescovo di Cracovia; l’argentino Víctor Manuel Fernández, Prefetto per la Dottrina della Fede; il sudafricano Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg; quindi il maltese Mario Grech, segretario generale del Sinodo. Come appare evidente, questi nomi sono tutti punte di diamante della sezione più bergogliana del Collegio (da non confondere con l’intera sezione neo-modernista - oggi maggioritaria - la quale, come abbiamo visto in altre analisi, presenta correnti interne che si differenziano soprattutto per il metodo).

Ciascuna sessione a sua volta è stata suddivisa in tre fasi. In una prima fase, a ciascun cardinale sono stati concessi fino a tre minuti per affrontare le domande assegnate alla discussione; un secondo giro ha permesso interventi di massimo due minuti, durante i quali ai partecipanti è stato richiesto di mettere in evidenza i punti significativi emersi dagli scambi precedenti, senza introdurre nuove proposte; quindi la fase finale, dedicata alla redazione di un rapporto.

Solo i rapporti dei cardinali elettori e ordinari sono stati presentati in assemblea, con un limite massimo di tre minuti per ciascuna presentazione.

A cosa è servito il Concistoro?

Alla luce di tutto ciò, è lecito porsi la domanda circa l’utilità e il fine di questo Concistoro. Dando un’occhiata ai temi delle quattro sessioni, almeno il fine appare lampante: la Chiesa oggi è preoccupata di capire il mondo, non di evangelizzarlo. Il fine ultimo è ancora una volta quello dell’unità a ogni costo, a prescindere dalla dottrina, che può essere interpretata, adattata, manipolata, messa in dubbio e ripudiata senza per questo essere considerati nè eretici nè scismatici.

A tale fine, la Chiesa è chiamata oggi a ridefinire la propria missione nel mondo contemporaneo attraverso un riorientamento istituzionale. Le quattro sessioni rispecchiano quattro fasi di un percorso progressivo: primo, diagnosi del contesto mondiale per comprendere il terreno culturale e antropologico oggi dominante; secondo, individuare con precisione le dinamiche interne ed esterne che ostacolano il processo rivoluzionario nella Chiesa; terzo, accogliere e valorizzare le esperienze e le richieste delle varie comunità presentandole come “cantieri del Bene”; quarto, consolidare la sinodalità come metodo permanente di governo.

Secondo la migliore tradizione democratica risalente alla Rivoluzione giacobina francese: una èlite rivoluzionaria stabilisce a priori l’agenda da portare avanti; si dà a tutti la possibilità di dire la propria o di votare per dare l’impressione che chi parla e chi vota agisce (confondendo due livelli - parola e azione - che anche dal punto di vista morale sono ben distinti); si guida il dibattito in maniera tale che il risultato finale presenti come deciso a maggioranza ciò che l’èlite aveva stabilito all’inizio.

La Chiesa non deve essere più maestra del mondo, ma sua umile discepola. Non madre forte, che nutre e corregge, ma madre debole, che giustifica sempre ed è incapace di dire “no” ai propri figli quando è giusto farlo.

Papa Leone XIV ha detto nel discorso finale: “Credo che, poco alla volta, stiamo riscoprendo il significato più autentico del Concistoro: il radunarsi del Collegio dei Cardinali attorno al Successore di Pietro perché, nell’ascolto reciproco e nel discernimento comune, lo Spirito Santo aiuti il Papa a guidare la Chiesa. Non un parlamento, non un Congresso nel quale prevalgono opinioni o interessi, ma un’esperienza di comunione al servizio della missione.”

Verrebbe quasi da commentare: excusatio non petita, accusatio manifesta. Ha poi proseguito: “In tutta la Chiesa desideriamo promuovere spazi nei quali il Popolo di Dio possa ascoltarsi, pregare, discernere e camminare insieme. È questa l’anima del percorso di attuazione del Sinodo.”

L’intervento del Cardinale Müller: sono questi i cardinali conservatori?

Com’è stato placidamente ammesso da un cardinale (anonimo) prima dell’inizio dei lavori concistoriali, il tema della liturgia è stato accantonato anche a causa dell’altro grande evento che ha scosso la Chiesa, ovvero le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio celebrate dalla FSSPX il 1° Luglio.

Prima del Concistoro, la Fraternità aveva fatto recapitare a tutti i cardinali una Professio Fidei Catholicae di 154 punti. Durante il Concistoro, a quanto risulta almeno, il tema non è stato affrontato direttamente se non dal Cardinale Müller, presentato mediaticamente come uno dei cardinali più importanti della fazione conservatrice del Collegio. Il discorso di tre minuti è iniziato con la seguente frase:

“Da Ireneo di Lione fino al Concilio Vaticano Primo, il primato del Papa non veniva concepito come prerogativa di un individuo isolato, ma come il primato della Chiesa di Roma, il cui Vescovo è al tempo stesso il capo visibile dell’intera Chiesa cattolica.”

Colpisce non poco leggere queste parole, che appaiono almeno ambigue in se stesse. La dottrina cattolica insegna che il Primato — cioè la potestà di governo piena, ordinaria e immediata sulla Chiesa universale — è stato conferito da Cristo unicamente a Pietro e al suo successore, non alla Chiesa di Roma intesa come comunità di laici o presbiteri riunita intorno al suo Vescovo.

Quando si parla di Chiesa romana o di Santa Sede, si fa riferimento sempre al solo Vescovo di Roma, successore di San Pietro e vicario di Cristo, o alla sua Curia in quanto agisce (dovrebbe agire) con potere vicario, in persona papae. Questo non vuol dire che il Papa sia un monarca assoluto svincolato dal diritto divino, ma anzi il suo primo ministro e custode.

Che Müller faccia risalire questa sua interpretazione del Primato petrino “fino al Concilio Vaticano I” è significativo: almeno implicitamente, ammette di credere che da quel momento qualcosa sia “mutato” nella concezione del Papato. In realtà non è così. Il Vaticano I ha definito dogmaticamente e chiarito ciò che la Chiesa ha sempre insegnato sul Primato fin dai primi secoli. Non è questa la sede per un’apologia del Papato, ma è evidente che oggi, nei palazzi vaticani, pochissimi vi credono davvero - forse nessuno.

Detto questo, l’intero discorso di Müller è stato un atto di accusa indignata contro la Fraternità San Pio X. “La Fraternità Sacerdotale di San Pio X ha inviato una lettera aperta a tutti i cardinali,” ha detto il cardinale tedesco. “È nostro dovere, in virtù del nostro ufficio, sia individualmente che come Collegio, respingere l’accusa scandalosa secondo cui la Chiesa romana si è allontanata dalla fede cattolica.”

Siamo tutti d’accordo circa il fatto che l’accusa da parte della FSSPX sia in se stessa scandalosa. Possiamo affermare, tuttavia, che sia anche falsa e ingiusta? Quindi, secondo Müller, i vari Fernandez, Tolentino, Grech, Zuppi (il lettore mi perdonerà: non posso elencare qui il 90% del Sacro Collegio) sono in grado di professare ogni singolo punto dogmatico e dimostrare fattualmente che non si sono allontanati dalla fede cattolica? “Non è cattolico chi è in disaccordo con la Chiesa romana nella dottrina della fede,” ha ricordato lo stesso Müller alla fine del suo intervento.

Interessante la proposta finale del Cardinale, funzionale non a risolvere lo strappo con la Fraternità - si badi bene: non appare nulla in tal senso nel suo discorso - ma per risolvere la questione liturgica tradizionale sotto le spoglie dell’accoglienza. I due problemi - lo strappo con la Fraternità e la liturgia tradizionale - sono due problemi ben diversi, come diversi cardinali hanno ammesso, anche se non sono separabili. Torneremo a breve sulla soluzione Müller.

“Propongo l’istituzione di una commissione, sulla linea della precedente Ecclesia Dei, per permettere a coloro che hanno abbracciato questa posizione scismatica di tornare alla piena comunione con il Papa. Ma il confine dello scisma viene definitivamente superato quando il ministero del Vescovo di Roma, come principio visibile e fondamento duraturo dell’unità della Chiesa nella verità rivelata, viene violato.”

Cosa rappresenta la FSSPX per i neo-modernisti in cattedra

La Fraternità rappresenta oggi, agli occhi dell’establishment ecclesiastico postconciliare, un problema che va ben oltre la questione canonica o liturgica. Se così non fosse, sarebbe difficile spiegare perché, a distanza di quasi quarant’anni dalle consacrazioni episcopali del 1988 e nonostante numerosi tentativi di dialogo, essa continui ad occupare un posto tanto rilevante nell’agenda romana. Le consacrazioni del 1° Luglio 2026 hanno certamente aggravato la tensione, ma non ne costituiscono la causa profonda. Esse ne sono piuttosto l’effetto.

Il motivo fondamentale, forse, è assai più semplice. La Fraternità continua a testimoniare, con la sua stessa esistenza, che le analisi formulate da Marcel Lefebvre tra gli anni Settanta e Ottanta si sono progressivamente realizzate. Egli aveva denunciato una crisi della fede destinata a manifestarsi attraverso il crollo delle vocazioni, la dissoluzione della disciplina ecclesiastica, la perdita del senso del sacro, il relativismo dottrinale, il primato della pastorale sulla dottrina e la trasformazione della liturgia in luogo privilegiato di sperimentazione teologica. A distanza di decenni, è difficile negare che questi fenomeni costituiscano ormai il quadro ordinario della vita ecclesiale.

Le statistiche parlano da sole. Mentre una parte consistente delle diocesi europee e nordamericane continua a registrare una costante diminuzione della pratica religiosa, la chiusura di parrocchie, il crollo delle ordinazioni sacerdotali e religiose e l’invecchiamento del clero, gli istituti tradizionali continuano generalmente a conoscere una crescita, seppur numericamente limitata rispetto alla Chiesa universale.

La Fraternità San Pio X, insieme agli altri istituti legati alla liturgia tradizionale, continua ad aprire priorati, scuole, seminari, apostolati e missioni. Sarebbe ingenuo attribuire questo fenomeno esclusivamente alla preferenza estetica per il rito romano antico.

È proprio qui che emerge il nodo centrale. La divergenza non è anzitutto liturgica. È dottrinale. A Roma questo lo sanno bene, ma non vogliono affrontare direttamente la questione, forse perché sono consapevoli di essere in una posizione svantaggiosa. La liturgia non costituisce un elemento isolato della vita ecclesiale, quasi fosse un gusto personale o una particolare sensibilità spirituale.

Secondo la celebre formula della Tradizione, lex orandi, lex credendi: la legge della preghiera esprime la legge della fede. La forma con cui la Chiesa prega manifesta inevitabilmente ciò che essa crede.

Per questa ragione ha poco senso ridurre l’intero dibattito contemporaneo alla sola Messa tradizionale, che è ben più che un rito celebrato in lingua latina. Sarebbe persino contraddittorio celebrare o frequentare abitualmente il Rito romano antico continuando poi ad aderire interiormente a principi dottrinali incompatibili con la Tradizione cattolica, oppure attribuendo carattere vincolante a tesi teologiche che non sono corrette e che, in diversi casi, risultano difficilmente conciliabili con il Magistero costante della Chiesa. Fenomeno che, occorre riconoscerlo con onestà, non è affatto assente nel cosiddetto mondo tradizionale.

Esistono, infatti, numerosi ambienti nei quali la Tradizione viene ridotta quasi esclusivamente ad una questione estetica, culturale o identitaria, mentre permane una sostanziale adesione a presupposti filosofici e teologici della Rivoluzione.

La questione, dunque, riguarda il contenuto della fede prima ancora della sua espressione rituale. Ed è precisamente questo che rende la Fraternità tanto scomoda. Roma può discutere sulle modalità canoniche di un istituto (usando il Diritto canonico come strumento di potere personale), può contestarne alcune scelte disciplinari, può perfino denunciarne l’irregolarità giuridica. Ciò che invece risulta molto più difficile è confutare la diagnosi di fondo sulla crisi post-conciliare.

La spiazzante dichiarazione di Burke: “Non c’è nessuno stato di necessità”.

La dichiarazione recente del Cardinale Raymond Leo Burke in una recente intervista rilasciata a Michael Haynes costituisce probabilmente uno dei passaggi più sorprendenti dell’intera vicenda.

Interrogato circa le consacrazioni episcopali della Fraternità, Burke ha infatti escluso recisamente che oggi possa parlarsi di uno “stato di necessità” nella Chiesa. L’affermazione merita di essere esaminata con attenzione, perché non riguarda semplicemente il giudizio prudenziale su un determinato atto disciplinare, bensì il criterio stesso con cui valutare la crisi ecclesiale contemporanea.

La domanda, infatti, che mi piacerebbe rivolgere probabilmente sarebbe la seguente: quale situazione concreta dovrebbe verificarsi perché un cardinale della Chiesa cattolica ritenga configurabile uno stato di necessità?

Si tratta di una questione eminentemente giuridica e teologica. Il diritto canonico conosce, infatti, il principio dello stato di necessità come circostanza straordinaria nella quale la salvaguardia del bene supremo delle anime può incidere sull’applicazione ordinaria della disciplina ecclesiastica che non pertiene al diritto divino.

Naturalmente, la sua esistenza non può essere semplicemente presunta, ma neppure esclusa aprioristicamente come se fosse una categoria puramente teorica, destinata a non realizzarsi mai nella storia della Chiesa.

Negli ultimi tredici anni, la Chiesa ha attraversato una delle fasi più drammatiche della propria storia recente. Non si tratta soltanto delle numerose ambiguità pastorali che hanno caratterizzato il pontificato di Francesco, ormai ampiamente documentate. Il problema è assai più radicale. Per la prima volta nella storia contemporanea, colui che, almeno ufficialmente, è stato presentato al mondo come il Pontefice ha pronunciato in più occasioni affermazioni che, considerate nel loro significato oggettivo, risultano inconciliabili con il Magistero costante della Chiesa e, in alcuni casi, hanno contraddetto direttamente verità insegnate infallibilmente.

Non si tratta soltanto delle controversie suscitate da Amoris Laetitia o da Fiducia Supplicans. Si pensi alle dichiarazioni sulla pluralità delle religioni “voluta da Dio”, all’idea massonica di “dignità infinita dell’essere umano”, alle problematiche dichiarazioni riguardanti la teologia matrimoniale e la teologia eucaristica, e quanto altro. Dichiarazioni che hanno richiesto continui tentativi di reinterpretazione da parte di teologi e cardinali.

Il Cardinale Burke ha dichiarato che non esiste alcuno stato di emergenza (sic), ovvero stato di necessità. Qualcuno può descrivermi uno scenario ideale in cui sarebbe giustificabile parlare di stato di necessità? Abbiamo avuto un Papa - Francesco - che non ha semplicemente proferito ambiguità, ma vere e proprie eresie, contraddicendo il dogma cattolico in diverse circostanze.

Cos’altro deve capitare per ammettere l’esistenza di uno stato di necessità? Se questa situazione non costituisce almeno materia sufficiente per discutere seriamente dell’esistenza di uno stato di necessità, diventa difficile immaginare quale scenario potrebbe mai soddisfare tale requisito.

Che cosa dovrebbe ancora accadere? Che un Papa neghi esplicitamente un articolo del Credo durante una definizione solenne? Che convochi un concilio per abolire un dogma? Il paradosso è evidente.

Gli stessi cardinali che oggi invitano a non parlare di stato di necessità sono spesso gli stessi che, negli ultimi anni, hanno riconosciuto pubblicamente l’esistenza di una profonda crisi ecclesiale: crisi dell’autorità, crisi della fede, crisi delle vocazioni, crisi della liturgia, crisi della catechesi, crisi della trasmissione della dottrina. Se tutte queste crisi vengono ammesse singolarmente, diventa difficile comprendere perché la loro convergenza non possa mai costituire, almeno in linea di principio, quella situazione straordinaria che il diritto canonico definisce appunto stato di necessità.

Un’ipotesi azzardata

Mi permetto di formulare un’ipotesi sul futuro, che spero sarà smentita dai fatti. Alla luce degli ultimi avvenimenti, appare almeno coerente con la strategia seguita dalla Santa Sede negli ultimi anni o mesi.

In una recente intervista, il cardinale François-Xavier Bustillo ha affermato che la Messa tradizionale in latino non rappresenta di per sé una minaccia all’unità della Chiesa né alla comunione ecclesiale. Si tratta di una dichiarazione che, isolatamente considerata, potrebbe apparire persino rassicurante per il mondo legato al Rito romano antico.

Tuttavia, la parte più significativa dell’intervista è probabilmente un’altra. Alla domanda se non fosse giunto il momento di rivedere Traditionis custodes, Bustillo ha escluso una modifica radicale della disciplina vigente. Una revoca troppo brusca, ha spiegato, produrrebbe inevitabilmente l’impressione che Papa Francesco abbia sbagliato e che Leone XIV sia chiamato a correggerne gli errori. Il Papa, secondo il cardinale, offrirà invece una soluzione “giusta e aggiustata”.

Questa osservazione merita attenzione. Bustillo è uno dei cardinali più vicini a Papa Leone XIV per stile e per sensibilità ecclesiale: entrambi sono “rivoluzionari di decelerazione e inclusivi”: non cambiare direzione, ma modificare il metodo; non cacciare il potenziale avversario, ma dargli l’impressione di accoglierlo; non imporre frontalmente, ma integrare progressivamente. L’obiettivo non è certo invertire il processo rivoluzionario iniziato nel post-Concilio, bensì renderlo più stabile riducendo i conflitti. In nome della famosa “unità”.

In questa prospettiva, la strategia consiste nell’accogliere tutti, almeno sul piano formale, così da neutralizzare preventivamente ogni opposizione. Si rassicurano i tradizionalisti senza restituire loro ciò che chiedono; si rassicurano i progressisti senza apparire ideologici; si mantengono aperti tutti i tavoli di dialogo mentre il quadro generale rimane sostanzialmente immutato.

Se questa lettura fosse corretta, mi aspetto che la questione liturgica sarà affrontata esplicitamente da Papa Leone XIV nelle prossime settimane, soltanto dopo la conclusione con scomunica del dossier riguardante la Fraternità San Pio X.

Non sarebbe sorprendente, infatti, che Leone XIV decidesse dapprima di intervenire sulle consacrazioni episcopali appena celebrate, riaffermando con forza il principio dell’obbedienza al Romano Pontefice, per poi affrontare separatamente la disciplina della liturgia tradizionale. Del resto, lo stesso Bustillo ha insistito nel distinguere i due piani.

Proprio per questo ritengo improbabile una semplice abrogazione di Traditionis custodes. Molto più plausibile appare un’altra soluzione. Il Papa potrebbe confermare integralmente i principi ispiratori di Traditionis custodes, ribadendo che il rito riformato costituisce l’unica espressione ordinaria della lex orandi della Chiesa latina e riaffermando le preoccupazioni già espresse da Francesco circa l’uso identitario della liturgia antica. Contestualmente potrebbe però riconoscere che esistono gruppi di fedeli sinceramente legati al rito tradizionale e che tali esigenze pastorali meritano di essere accompagnate. La vera novità non consisterebbe dunque nell’abrogazione del motu proprio, bensì nella sua interpretazione e applicazione.

Invece di concentrare le decisioni a Roma, Leone XIV potrebbe restituire maggiore discrezionalità ai singoli vescovi diocesani, invitandoli a discernere caso per caso l’opportunità di erigere rettorie personali, cappellanie o altri luoghi destinati stabilmente alla celebrazione secondo il Messale del 1962, senza dover dare conto periodicamente al Dicastero della Dottrina della Fede.

Dal punto di vista comunicativo sarebbe una mossa quasi perfetta: Francesco non verrebbe smentito, Traditionis custodes resterebbe formalmente intatto, i fedeli tradizionali potrebbero ottenere qualche spazio aggiuntivo, i commentatori conservatori parlerebbero immediatamente di svolta, di apertura e di riconciliazione.

In realtà, il problema verrebbe semplicemente trasferito. Non sarebbe più Roma a limitare direttamente la liturgia tradizionale. Sarebbero i singoli ordinari diocesani a decidere in autonomia. E poiché l’episcopato mondiale, non solo quello occidentale, è oggi composto in larghissima maggioranza da vescovi progressisti ed eterodossi, l’esito concreto sarebbe facilmente prevedibile. Alcuni concederebbero qualcosa; molti pochissimo; la maggioranza nulla.

L’onere ricadrebbe interamente sui fedeli, chiamati a convincere il proprio vescovo a concedere una rettoria per una celebrazione al mese. Una sorta di “riserva indiana” liturgica, tollerata ma accuratamente separata dalla vita ordinaria delle diocesi.

Leone XIV potrebbe così presentarsi contemporaneamente come garante dell’unità, custode dell’eredità di Francesco e Pontefice dell’inclusione. Nessuna scelta verrebbe realmente imposta. Nessun conflitto apparirebbe apertamente provocato. Sarebbe il tipico esercizio dell’autorità attraverso la devoluzione della responsabilità. Sussidiarietà apparente.

In tale quadro assume un significato particolare anche la lettera inviata da Papa Leone XIV a don Davide Pagliarani il 30 giugno, alla vigilia delle consacrazioni episcopali. Già nel 2025 il Superiore Generale della Fraternità aveva chiesto un’udienza personale al nuovo Pontefice senza ottenere risposta. Un secondo tentativo aveva ricevuto soltanto una replica interlocutoria da parte del cardinale Víctor Manuel Fernández. Soltanto quando la Fraternità ha comunicato di aver deciso di procedere comunque alle consacrazioni si è improvvisamente riaperto il dialogo (se così possiamo definirlo), culminato nell’incontro del 12 febbraio scorso. Colloqui che non hanno prodotto alcun risultato sostanziale.

La tempistica della lettera pontificia è molto importante da considerare. Si consideri, a titolo di esempio storico, che tra la bolla Exsurge Domine del 15 giugno 1520, con la quale Leone X condannava quarantuno proposizioni di Martin Lutero, e la successiva bolla Decet Romanum Pontificem del 3 gennaio 1521, con cui venne pronunciata la scomunica, trascorsero quasi sei mesi.

Sei mesi concessi per riflettere, discutere, ritrattare e ricomporre la frattura. Nella lettera indirizzata a don Pagliarani, invece, non compare alcuna imputazione dottrinale, non viene formulato un elenco di errori teologici da ritrattare, non viene spiegato in quale punto la Fraternità professerebbe una fede diversa da quella della Chiesa. In compenso, sono state concesse soltanto poche ore per modificare una decisione ormai pubblicamente annunciata.

Se la controversia con la Fraternità non riguarda il deposito della fede, ma esclusivamente il piano disciplinare e canonico, per quale ragione impedire a ogni costo consacrazioni che la Fraternità considera necessarie per la propria sopravvivenza? L’impressione è che l’appello dell’ultima ora fosse destinato più a indurre il rifiuto che non una riconciliazione.

Se così fosse, l’intera sequenza degli eventi assumerebbe una logica diversa. La crisi verrebbe utilizzata per chiudere definitivamente il dossier Fraternità, come già detto, separandolo dalla futura, prossima gestione della questione liturgica.

Ed è qui che torna la proposta avanzata dal cardinale Müller durante il Concistoro. L’idea di una nuova Ecclesia Dei potrebbe costituire precisamente il punto di equilibrio ricercato. Da una parte la “tesi storica” di Summorum Pontificum, che liberalizzava la liturgia tradizionale. Dall’altra la “antitesi” di Traditionis custodes, che la limitava drasticamente. Infine la “sintesi” hegeliana: una struttura ecclesiale dedicata ai fedeli tradizionali perfettamente integrata nella nuova architettura sinodale. Una soluzione capace di soddisfare quasi tutti sul piano mediatico senza modificare realmente l’equilibrio ecclesiale maturato negli ultimi anni.

Gaetano Masciullo

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