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Fubolitix · Aug 15, 2026

[148] Mamma li turchi

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Giovanni Armanini · Fubolitix

Borno (BS), 1 agosto 2026

Intro

L’arrivo di Mo Salah nel campionato turco, al Trabzonspor, e il suo non approdo in Arabia Saudita, soluzione più volte data per naturale e inevitabile (visto il suo ruolo di stella assoluta nel mondo mussulmano) pone alcuni interrogativi sul momento storico che stanno attraversando il calcio turco, quello saudita e non solo. Ma soprattutto, rilancia un tema centrale nel dibattito politico e sociale oltre che sportivo, guardando al futuro: quali sono e come si configurano i rapporti di forza (economici e di potere) tra le autocrazie mediorientali (in cui includiamo per semplificazione anche la Turchia) e le democrazie occidentali? Il nostro calcio deve preoccuparsi? Perché quel che sta succedendo - e naturalmente il momento della FIFA in vista delle elezioni del marzo prossimo è parte della questione - non finisce nel mondo sportivo, va ben oltre.

Negli anni (2016-2021) in cui ho lavorato come corrispondente per Tuttosport ho seguito con interesse - ed a volte raccontato - i movimenti di mercato verso la Super Lig turca, dove spesso muovevano giocatori over 30 in cerca degli ultimi contratti vantaggiosi grazie ad una tassazione agevolata del 20%. Ma ora il fenomeno si è allargato e chiaramente la crescita degli investimenti nel calcio turco non dipende più solo da quella misura.

Nel 2025/26 la Super Lig ha registrato la terza spesa netta globale di 217 milioni a fronte di 477 milioni investiti, alle spalle della Premier League e della Saudi Pro League (dati riportati da Marco Iaria su SportWeek 32 dell’8 agosto scorso).

Il sistema è imperniato su Galatasaray, Fenerbahce e Besiktas (86% dei tifosi, ovvero la % che grosso modo in Italia coprono le strisciate più Roma e Napoli) oltre al Trabzonspor che recentemente ha preso Mo Salah, di cui ho già detto.

La scelta di Salah conferma quanto scrivevo tempo fa sullo stato di forma della presenza dell’Arabia Saudita (e in particolare del fondo Pif) nello sport mondiale. Ne parlo anche più avanti a proposito dei disinvestimenti nel mondo del golf, che avevano fatto molto discutere negli ultimi anni, anche per il coinvolgimento diretto di Donald Trump nelle vicende economico sportive annesse.

Sempre Iaria:

Nel 2021 i quattro club hanno firmato un accordo di ristrutturazione del debito da 800 milioni di euro con un consorzio di banche.

Il sollievo è durato poco.

Un paio d’anni fa l’indebitamento complessivo ammontava a 1,14 miliardi di euro.

Veniamo al punto. Lo Stato turco ha creato condizioni finanziarie e infrastrutturali che hanno permesso ai grandi club di indebitarsi molto più facilmente con l’obiettivo di espandersi (accedendo ai premi della Champions League in maniera sicura) e crescere.

Andiamo con ordine.

Nel 2024/25 il Galatasaray ha realizzato 85 milioni dal merchandising (banalizzando, la vendita delle maglie), ma stiamo parlando di un sistema i cui diritti tv valgono 10 volte meno dell’Italia (180 milioni di euro, garantiti da Bein Sports, ovvero dal Qatar). L’affezione dei tifosi ha pochi eguali nel mondo, quando parliamo di top club turchi, ma non basta. I giocatori non si pagano e non si sono mai ripagati con le magliette…

Il nodo infrastrutture. La Turchia ha costruito una quantità enorme di nuovi stadi, palazzetti e strutture sportive pubbliche. Non è sufficiente a spiegare Osimhen o Sané, ma contribuisce alla crescita dell’ecosistema. A creare la percezione, e instillare negli italiani l’idea che i turchi siano meglio perché hanno fatto gli stadi nuovi e comprano i campioni.

Galatasaray e Fenerbahçe non sono semplicemente “squadre turche”: sono istituzioni gigantesche di Istanbul, una metropoli da oltre 15 milioni di abitanti e uno dei principali centri economici tra Europa e Medio Oriente. Per un calciatore, quindi, trasferirsi lì può significare: stipendio molto alto; Champions League/Europa League; città enorme e internazionale; tifoseria passionale; possibilità di essere una superstar assoluta della squadra. E questo rende più facile convincere un giocatore che magari in Premier, Liga o Serie A sarebbe soltanto uno dei tanti.

Ma la Süper Lig non è diventata ricca nel senso tradizionale. È solo molto più aggressiva finanziariamente. Sono due cose diverse. I dati sul debito lo dimostrano chiaramente. Siamo di fronte ad un gigantesco azzardo.

Il modello turco è questa cosa qui: i grandi club hanno accesso a una quantità di capitale e di credito sproporzionata rispetto ai loro ricavi ordinari, e stanno scommettendo che diventare grandi potenze calcistiche produrrà ulteriori ricavi. Erdogan ha avuto un ruolo importante nel rendere possibile questo ambiente.

Però è anche il motivo per cui il modello è rischioso. La Turchia ha avuto problemi macroeconomici enormi — inflazione, svalutazione della lira, alti tassi — e contemporaneamente i club hanno accumulato debiti molto elevati. Siamo di fronte ad una scommessa finanziaria gigantesca.

Dovrebbe preoccuparci? Lo dico fuor di metafora. No. Se evitiamo di perdere i giocatori a parametro zero la Turchia è un perfetto mercato di sfogo per i nostri esuberi, esattamente come noi stiamo importando gli esuberi dalla Premier League.

Attenzione non dico che importare dall’Inghilterra sia un bene o un male, è solo un dato di fatto. Almeno fino a che non smetteremo di rincorrere i mercati internazionali pensando a noi stessi e al nostro sistema in quanto tale, a prescindere dai continui paragoni ed a partire dalle strategie dirigenziali che oggi non sembriamo in grado di mettere in campo.

La Turchia oggi è l’Italia di fine anni ‘90. Nel bel calcio che fu noi eravamo quelli disposti a spendere e perdere più soldi ed infatti 4 delle 7 sorelle ne uscirono con le ossa rotte a inizio anni 2000, una quinta fu travolta dallo scandalo nel 2006 e le altre due hanno pagato la loro insostenibilità negli anni ‘10, una volta persi i rispettivi sugar daddy.

E qui bisogna capire cosa invece è l’Italia oggi. Nel bene più che nel male.

Andiamo con ordine. Per convincere un giocatore, Galatasaray e Fenerbahçe non devono necessariamente offrire più soldi del Manchester City.

Devono offrire più soldi di:

  • una squadra di metà classifica inglese;

  • una squadra italiana non qualificata alla Champions;

  • una squadra spagnola non-Real/Barça/Atletico;

  • una squadra tedesca non-Bayern;

Un giocatore può trovarsi davanti a una squadra europea di fascia media, €4-5 milioni di ingaggio, ruolo normale, meno possibilità di vincere. Oppure: top club turco, €8-10 milioni, status di superstar (non so se vi è mai capitato di fare un giro in Turchia, non solo a Istanbul, almeno fino a 2/3 anni fa e vedere chi è, là, Mauro Icardi), più Champions, città come Istanbul e squadra costruita intorno a lui.

La seconda proposta può diventare molto interessante.

Per quanto riguarda noi, invece, c’è una verità non detta nello status della nostra Serie A, che secondo me nessuno considera in Italia.

Oggi la Serie A è un campionato con una competizione interna altissima. Non sto parlando di valori assoluti ma di variabilità dei risultati di anno in anno. In questo è paragonabile solo alla Premier League.

  • dal 2020 ad oggi ha avuto 4 diversi vincitori del titolo, nessun altro campionato europeo d’elite ha questa rotazione.

  • nello stesso lasso di tempo le grandi d’Italia sono state fuori 3 volte dalla Champions, le top di Spagna mai, come Bayern, Bvb, Paris Saint Germain.

Significa che l’Italia come l’Inghilterra è l’unico paese in cui i grandi nomi possono restare fuori dalla Champions League, ovvero saltare per un anno “i grandi premi della Champions League”.

E questo rende molto affascinante il nostro campionato sul piano della competitività interna, ma meno competitive le nostre grandi società (che peraltro non operano con un governo compiacente come quello turco) sul calciomercato.

Dopo di che, però, bisogna sempre ricordare che il ranking Uefa per club - il quale, è sempre bene ricordarlo, esprime il valore medio dei risultati di tutti i club di un determinato paese in Europa nell’arco degli ultimi cinque anni - vede ad oggi l’Italia al secondo posto assoluto (perché dietro le tre grandi di Spagna la nostra media è cresciuta rispetto alla loro) mentre la Turchia gira al nono posto, dietro anche i cosiddetti “tornei di formazione” ovvero Francia, Portogallo, Olanda e Belgio.

Ogni volta che sento un commentatore italiano paragonarci a certi campionati cambio canale. Siamo in competizione con Spagna e Germania sul livello medio e negli ultimi 5 anni siamo mediamente meglio di loro. Abbiamo un campionato più avvincente (non é questione di belgiuoco ma di lotta, di rischio, di risultati). Dobbiamo solo (dici poco) trovare un equilibrio economico finanziario, prenderci dei rischi opposti a quelli fatti finora: inseguire la sostenibilità partendo alla gestione dei costi molto più che dei ricavi.

In conclusione torniamo alla geopolitica.

Qatar, Arabia Saudita e Turchia sono in una sfida di potere attraverso il calcio.

Ecco come ragionano:

🇶🇦 Qatar:
“Porto il mio capitale e i miei media nel calcio mondiale”. Il PSG e Bein Sport sono due anelli di una stessa catena.

🇸🇦 Arabia Saudita:
“Costruisco il campionato più ricco del Medio Oriente”.

🇹🇷 Turchia:
“Io non devo costruire una cultura calcistica da zero: ce l’ho già.
Devo soltanto trasformarla in una potenza economica e mediatica.”

La Turchia non sta semplicemente cercando di comprare campioni. Sta cercando di trasformare i propri club in piattaforme internazionali di business, turismo, identità e soft power.

E il fatto che oggi il Qatar possieda l’emittente che paga oltre 180 milioni di dollari l’anno per il campionato turco, mentre Arabia Saudita e Turchia competono e collaborano contemporaneamente sul piano sportivo e diplomatico, rende il quadro affascinante.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui il calcio turco ha destato così tante attenzioni estive. E ripeto: estive, perché uno dei più grandi mali del nostro calcio è quello di essere fondato sul calciomercato, e quindi di dare troppa attenzione ai movimenti dei calciatori e meno alle idee, alla tecnica e alla tattica. Ma quando la palla inizierà a rotolare non interesserà più a nessuno chi gioca là: parliamoci chiaro: a qualcuno sono mancati i vari Kessie, Ronaldo, Milinkovic Savic, in questi anni? Lontani dagli occhi lontani dal cuore, soprattutto se poi in Serie A si lotta tutti alla pari.

Se oggi dovessi scommettere sulla rielezione alla presidenza Fifa nel mese di marzo 2027 punterei su Gianni Infantino senza se e senza ma.

Non mi interessa in questa sede fare il punto su tutto quello che è accaduto. Mi limito a linkarvi un pezzo di The Athletic secondo me significativo: “Il calcio ha troppo potere per avere un solo Re, è tempo di abolire la presidenza Fifa”.

L’estrema sintesi è questa: Infantino ha abusato del suo potere avviando un processo di privatizzazione del mondiale di calcio ma grazie alle anticipazioni giornalistiche si è trovato spalle al muro. Prima del fattaccio aveva un sostegno pressoché unanime: 200 su 211 federazioni con lui. Ad oggi Uefa, Concacaf (ma non tutta perché il Messico si è chiamato fuori) sono contro di lui. Gli occhi sono soprattutto sull’Uefa (notare, l’Italia, con Spagna, Germania, Francia e Inghilterra è allineata), perché solo dall’Uefa può partire una scissione. La Concacaf è presieduta dal solo possibile candidato alla successione: Victor Montagliani.

L’Asia viene data in quota agli oppositori ma secondo me si tratta di una lettura sbagliata. L’Afc conta nulla nel suo insieme ma altissimo a livello di singole federazioni che ad oggi sono le vere finanziatrici del sistema, infatti ha una rappresentanza al mondiale ben superiore al suo valore sportivo (lo hanno confermato i risultati scadenti al mondiale di quest’estate).

Il punto centrale è che Infantino usa metodi che di fatto non gli vengono contestati dalla maggior parte delle federazioni. Rispettare le istituzioni, consultare, seguire le regole democratiche, è roba da democratici polverosi. E le federazioni se ne fregano se la dispotica controparte offre loro denaro. La verità è che Caf e Conmebol sono disponibili a cedere su tutto se la contropartita è ricevere più soldi.

L’Uefa andrà fino in fondo?

È un tema non solo calcistico…

Secondo me no. Fatto salvo per una sparuta minoranza che potrebbe schierarsi con Lise Klavenes, la presidente della Federazione norvegese, sapendo di partire sconfitta. E questo perché al di là delle indiscrezioni su fantomatici tornei alternativi al mondiale, la realtà è che se saltasse il rapporto piramidale tra Fifa e resto del calcio, in particolare la subordinazione dell’Uefa alla federazione mondiale, la Fifa - di cui tutto si può dire, ma non che non sappia muovere interessi economici di livello mondiale - andrebbe all’attacco del più grande asset calcistico europeo: la Champions League.

Come? Coinvolgendo qualche fondo in un rinnovato progetto di Superlega Europea. Sarebbe una conseguenza naturale: tu boicotti il mio mondiale e io attacco la tua fonte di ricchezza. Deriva inevitabile a meno di non accettare la riconferma di Infantino. Altre strade non ce ne sono.

Dentro la vicenda Fifa è rimasta quasi inosservata la presa di posizione della Fifpro, che ufficialmente è il sindacato mondiale dei calciatori. Di rappresentanze unitarie del mondo sportivo parlo ormai da anni.

Ma il tema rimane il solito: come puoi chiedere coscienza di classe ad una marmaglia di ventenni multimilionari? E poi il calcio non è

Per questo gli strali della Fifpro - che pure svolge un ruolo meritorio nel calcio mondiale - rimangono lettera morta. Fino a che non ci sarà un board di grandi calciatori (qui si, servirebbero i grandi ex…) l’associazione con sede ad Amsterdam continuerà a rappresentare solo gli interessi di quel 90% di precari del pallone che rappresenta una maggioranza schiacciante, ma che conta meno di quel 10% che incassa il 90% delle risorse mondiali (numeri questa volta inventati ma evocativi dei rapporti di potere).

Il progetto LIV Golf è passato da grande offensiva strategica saudita a investimento da ridimensionare. Nel 2022 il PIF lanciò LIV con l’obiettivo di sconvolgere il golf mondiale, attirando le stelle con contratti e montepremi enormi; dal 2022 al 2025 ha investito oltre 5 miliardi di dollari.

Il problema è che LIV non è riuscita a conquistare il mercato americano né a costringere PGA Tour e LIV alla riunificazione alle condizioni saudite. L’accordo quadro del 2023 per riunificare il golf è rimasto sostanzialmente bloccato; persino un’offerta PIF da 1,5 miliardi di dollari nel 2025 è stata respinta dal PGA Tour.

Nel frattempo i costi sono rimasti giganteschi e la redditività molto lontana: LIV ha accumulato oltre 1,1 miliardi di dollari di perdite fino al 2024, mentre il PIF ha iniziato a considerare il progetto meno coerente con la nuova fase della propria strategia d’investimento.

La svolta è arrivata nell’aprile 2026: Yasir Al-Rumayyan ha lasciato la presidenza di LIV e il PIF ha annunciato che non avrebbe più finanziato il circuito dopo la stagione 2026. LIV non è però morta: nell’agosto 2026 ha trovato un nuovo investitore principale e si prepara a un modello molto più leggero, con 10 tornei all’anno e maggiore partecipazione azionaria dei giocatori.

In sostanza: il PIF ha ottenuto una cosa importante — ha costretto il golf mondiale a cambiare — ma non ha ottenuto la vittoria commerciale che sperava. Ora preferisce non continuare a bruciare miliardi per mantenere in vita una guerra con il PGA Tour.

Epilogo

L’intervista di Maldini al corriere

Ci sono tre temi nell’intervista fatta qualche giorno fa da Aldo Cazzullo a Paolo Maldini per il Corriere della Sera che secondo me vale la pena riprendere.

L’intransigente.

Paolo Maldini ha completamente ragione: se mi dai potere e io non lo posso esercitare prendo e me ne vado. Significa essere intransigente? Sono intransigente.

Un pregio, aggiungo io. Su tutte le questioni di principio relative al suo approdo a Coverciano, Maldini ha ragioni da vendere.

Le qualità che servono.

Qui secondo me esce però la supponenza tipica degli ex giocatori che pensano che dirigere una azienda sia come fare le scale palleggiando. Perché la vicenda Pirlo, chiamiamola così, ha almeno tre cortocircuiti comunicativi.

Il nome del CT andava concordato - a prescindere dai ruoli - perché pensare che la nomina dell’allenatore dell’Italia sia una questione meramente sportiva.

Infatti non lo è, e non è affatto un bene non aver previsto la pioggerellina (perché non è stata molto più) sul betting russo con adeguata copertura politica del presidente Malagò. Gli ombrelli dovevano essere pronti e non lo erano.

La nomina di Maldini e Leonardo doveva essere contestuale a quella del CT.

Il terzo e più grave è l’aver raccontato tutte le trattative in una conferenza stampa di cui non si è capito il senso. Questo avrebbe indebolito chiunque ed ha indebolito anche lo stesso tandem Ranieri - Mancini.

E qui, per evitarli, serviva un uomo d’azienda, uno che quotidianamente si sporca le mani con organizzazione, recruiting, pubbliche relazioni. Neanche uno bravissimo eh, bastava un poco più che stagista, non serviva un fine stratega. E questo evidentemente è mancato.

Infine: l’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo.

Per due anni (qui è Maldini che riporta quanto gli è stato detto da Guardiola, ndr) fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff. Non vogliamo paragonarci a lui. Ma la strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato.

Ora, siccome non risulta che Cruijff abbia mai lavorato per la federazione spagnola, è del tutto evidente che quell’eredità (innegabile) è nata nei club (nel Barcellona, paradossalmente un club che flirta con l’idea di essere un club anti-sistema) e da lì si è propagata.

Ma è altrettanto evidente che non si è trattato di una operazione fatta a tavolino e che le ricadute sono state del tutto casuali e impreviste. Non è un dato secondario.

Io concordo totalmente con Maldini quando parla di tempi lunghi per cambiare Coverciano e anche quando dice che ora “si guarderà solo alla nazionale” (del resto Ranieri non ha ancora posto un elemento di originalità o di novità nel dibattito) ha del tutto ragione. Ma continua a mancare il contenuto di quel che volessero fare lui e Leonardo al di là delle frasi fatte emerse in conferenza stampa. Anche perché non risulta che i due abbiano mai lavorato ad un progetto metodologico strutturato a tavolino per valorizzare l’identità calcistica italiana.

Read the original on fubolitix.substack.com

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