Eravamo a tavola. Marocco, sera, qualcuno aveva già la testa al volo del giorno dopo, qualcuno stava ancora digerendo la giornata di fotografie. Il cibo era buono, la conversazione girava come gira tra fotografi che si conoscono da anni: dalla tecnica alla filosofia, dalla tecnica di nuovo, e poi — inevitabilmente — alle storie personali. Quelle che escono quando la guardia si abbassa e il contesto è giusto.
È in quel momento che la moglie di uno degli amici ha raccontato del miele di Sulla.
Il suo attuale compagno, negli anni prima di incontrarla, aveva un metodo. Quando voleva impressionare una donna, la invitava a provare il miele di Sulla. Non un miele qualunque — Sulla. Bianco, delicato, quasi cristallino, prodotto da un fiore specifico che cresce in certi angoli del Mediterraneo. Lo portava con sé, lo faceva assaggiare, raccontava da dove veniva, cosa lo rendeva diverso. Funzionava. Aveva funzionato molte volte — tante da diventare una prassi consolidata, testata, affinata nel tempo fino a diventare qualcosa di più di un metodo.
Oggi non lo può fare più.
La moglie ha raccontato la storia con l’ironia di chi conosce bene la trappola in cui è caduta — e non se ne pente minimamente. L’amico sedeva accanto a lei con l’espressione di chi sa che quella storia verrà raccontata ancora, in molte altre occasioni, per molti altri anni.
Ho riso con gli altri. E ho smesso di pensare al cibo.
Quello che l’amico faceva con il miele di Sulla non era un trucco. Non era una tecnica di seduzione presa da un manuale, non era una strategia costruita a tavolino. Era pastura — termine che viene dalla pesca, il richiamo specifico che metti in acqua per far arrivare i pesci. Non pesca generica, non amo nudo nel mezzo del lago. Qualcosa di preciso, di studiato, di tuo — qualcosa che hai testato e che sai come funziona, con chi funziona, in quale momento tirarlo fuori.
Il miele di Sulla era la sua pastura. Specifica, sensoriale, memorabile. Portava un oggetto insolito in una conversazione ordinaria — qualcosa di concreto, di bello, di inatteso. Creava un momento. E in quel momento, il contatto nasceva da sé.
Non era il miele che funzionava. Era la specificità. Era il fatto che non era generico — non “vieni a vedere le mie fotografie”, non “ti offro qualcosa da bere”. Era quel miele, quella storia, quella cosa precisa che solo lui portava. Quella specificità, ripetuta e affinata nel tempo, era diventata un rituale. E il rituale aveva un peso diverso dalla tecnica: portava dentro di sé tutto quello che aveva imparato, tutte le volte che aveva funzionato, tutte le volte che non aveva funzionato abbastanza.
In fotografia di strada si parla spesso di invisibilità. La macchina discreta, i vestiti neutri, il movimento silenzioso. L’idea è che il fotografo ideale sia quello che non si vede — che scatta prima che qualcuno se ne accorga, che cattura la realtà senza disturbarla, senza contaminarla con la propria presenza.
Non sono mai stato del tutto convinto.
Non perché l’invisibilità sia sbagliata in assoluto — ci sono contesti in cui funziona, ci sono fotografi che la praticano con risultati straordinari, e rispetto profondamente quella scelta. Ma spesso l’invisibilità nasconde qualcosa che non vogliamo nominare: l’insicurezza. La difficoltà di stare davanti a qualcuno e costruire qualcosa, anche di minimo, anche di brevissimo. È più facile non farsi vedere che gestire la relazione. È più facile rubare che ricevere.
E poi c’è una contraddizione che osservo da anni nei più convinti sostenitori dell’invisibilità: cambiano approccio immediatamente nei contesti facili. Le processioni, i pride, gli eventi di strada affollati — lì la macchina esce, la distanza si accorcia, il fotografo smette di nascondersi. Come se l’invisibilità fosse una necessità solo quando la relazione è difficile, e diventasse superflua quando tutto è già permesso.
Preferisco fare fotografie che vogliano dire qualcosa rispetto a fotografie fatte di nascosto. Questa è la mia posizione — personale, non universale. Ma è la mia.
Sono un fotografo di relazione. Conoscere, parlare, costruire un contatto — anche breve, anche di pochi minuti, anche solo uno sguardo condiviso prima di alzare la macchina — è per me più importante che rubare un’immagine.
Non è ideologia. È esperienza. Ho immagini migliori quando c’è stata una relazione, anche minima. Il soggetto che sa che sei lì, che ha scelto — anche inconsciamente — di non allontanarsi, porta qualcosa di diverso nell’immagine rispetto al soggetto catturato di sorpresa. Non sempre. Ma abbastanza spesso da averlo imparato e da non voler tornare indietro.
E per costruire quella relazione, ho bisogno del mio miele di Sulla. Di qualcosa di specifico, di mio, di testato — una pastura che non sia generica ma che porti la mia firma, che crei un momento invece di registrarlo.
In Marocco funziona così. Entro in un vicolo, mi fermo. Tiro fuori la macchina fotografica e la guardo — non guardo il soggetto, guardo la macchina, come se stessi controllando qualcosa, regolando, pensando. La macchina diventa il pretesto visibile. Le persone la notano. Qualcuno si avvicina per curiosità, qualcuno per interesse, qualcuno solo per capire cosa sta succedendo.
A quel punto la conversazione parte da sola — non da me verso di loro, ma da loro verso di me. Hai chiesto qualcosa? No — sei tu che stai chiedendo, solo con la presenza. E quando arrivano, sei già in relazione prima di aver detto una parola.
Non è una tecnica imparata. È una prassi costruita su anni di tentativi, di situazioni che sono andate storte, di persone che si sono allontanate e di persone che invece si sono fermate tanto a lungo da diventare protagoniste di fotografie che ricordo ancora.
Ma pasturare non è una prerogativa dei luoghi lontani. Non funziona solo perché sei uno straniero con una macchina fotografica in un posto esotico — quella sarebbe una scusa comoda, non una prassi vera.
A Napoli pasturo da anni. Nel centro storico, nei vicoli che conosco da quando ero ragazzo, con le persone che abitano quegli spazi da sempre. Lì non sono uno straniero, non sono una curiosità automatica, non ho il vantaggio dell’alterità. Sono uno del posto con una macchina fotografica. E devo lavorare di più.
La mia pastura napoletana è diversa da quella marocchina — più sottile, più lenta, costruita su ritorni invece che su incontri singoli. Torno negli stessi posti, parlo con le stesse persone, costruisco una familiarità nel tempo. Il vicolo diventa mio nel senso che le persone che lo abitano mi riconoscono — e quando ti riconoscono, smettono di comportarsi diversamente perché sei lì con la macchina.
Ho un falegname nel centro storico che conosco da anni. Ho un vicolo dove torno ogni volta che posso. Ho persone che mi aspettano — nel senso che quando arrivo alzano la testa e sorridono, non perché siano modelli disposti, ma perché esiste una relazione che ha richiesto tempo per costruirsi e che adesso sta lì, disponibile, come una porta aperta.
Quella relazione è il risultato di una pastura ripetuta nel tempo fino a diventare qualcosa di diverso. Non è più tecnica — è tessuto. È parte del luogo e di come mi muovo in quel luogo.
Questo è il punto in cui la prassi diventa rituale.
La differenza non è la ripetizione. La ripetizione è necessaria ma non sufficiente.
Una prassi diventa rituale quando accumula abbastanza storia da portarla con sé. Quando ogni volta che la esegui, dentro ci sono tutte le volte precedenti — quelle che hanno funzionato, quelle che non hanno funzionato, quelle che hanno prodotto qualcosa di inatteso. Quando il gesto non è più solo il gesto ma è anche la memoria del gesto, il peso di quello che ha generato.
Il miele di Sulla del mio amico era diventato rituale perché aveva una storia. La moglie lo sa, lo racconta, ci ride sopra. Il rituale aveva acquisito una narrativa propria — era diventato parte di qualcosa di più grande del semplice metodo.
Le mie pasture napoletane sono rituali perché porto con me tutto quello che è successo in quei vicoli. Ogni ritorno si sovrappone ai ritorni precedenti. Ogni conversazione con le stesse persone ha dentro di sé tutte le conversazioni precedenti. Non fotografo il presente — fotografo il presente attraverso uno spessore di tempo che si è accumulato.
Questo produce immagini diverse. Si vede, anche se non sempre si sa nominare cosa si vede.
Ero con fotografi seri, attenti, con i propri punti di vista consolidati. E ho osservato — come faccio sempre, perché apprendo dai comportamenti tanto quanto dalle fotografie — come ciascuno si approcciava al luogo.
Chi restava a distanza, chi si avvicinava veloce e ripartiva, chi chiedeva il permesso con un gesto, chi non chiedeva niente. Ognuno aveva le proprie prassi. Non tutte erano diventate rituali — alcune erano ancora tecniche, applicate con attenzione ma senza il peso che viene dagli anni. Altre invece si vedevano — si vedeva che quella persona aveva fatto quella cosa mille volte e che quelle mille volte stavano dentro ogni gesto.
Nessun approccio era sbagliato. Ma c’era una differenza visibile tra chi stava applicando un metodo e chi stava eseguendo un rituale.
Non te lo chiedo per darti un compito. Te lo chiedo perché è la domanda che mi sono fatto io, quella sera a tavola.
Ogni fotografo di relazione ha una pastura. Spesso non la sa nominare. Spesso non si è mai fermato a riconoscerla come tale. Ma ce l’ha — quel modo specifico di avvicinarsi che ha sviluppato nel tempo, quella cosa che dice o che non dice, che fa con la macchina o con gli occhi o con il silenzio, che funziona non sempre, non con tutti, ma abbastanza spesso da essergli rimasta.
Riconoscerla è il primo passo per affinarla. Affinarla è il lavoro di una vita. E quando è abbastanza affinata — quando ha abbastanza storia dentro — smette di essere una tecnica.
Diventa tua. Nel senso profondo del termine.
Il gruppo è partito. Sono rimasto in Marocco con la mia macchina fotografica, le mie pasture, e la storia del miele di Sulla che non riesco a togliermi dalla testa.
Non so ancora esattamente cosa me ne farò fotograficamente. Probabilmente tornerò in un vicolo, mi fermerò, guarderò la macchina invece di guardare le persone — e aspetterò.
Funziona quasi sempre. A Napoli. In Marocco. Ovunque ci siano persone curiose e un fotografo disposto ad aspettare.
Una nota per chiudere.
Scrivere articoli di fotografia non fa di me un giornalista. Fa di me uno al quale è sempre piaciuto scrivere e, in generale, comunicare. Sono un fotografo — quindi qui mi sforzo di parlare dei miei punti di vista su fotografia e dintorni. Mi piace giocare tra le linee, parlare di quello che sta dietro la macchina fotografica. Il mio canale YouTube segue questa stessa linea. Un giornalista che scrive di fotografia lo fa in un altro modo — cambiano i contenuti, cambia la struttura, cambia il fine comunicativo. Io no.
Ai fotografi pensanti.
Francesco Verolino Fotografo, formatore, autore di “Vita da Street Photographer”, “La Mia Casa ha una Finestra — La Luce” e “Slow Photographer”. Piano Terra — quarto libro — in uscita nel 2026.

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