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Francesca Zampone · Jul 9, 2026

La fine del lavoro. Prima parte.

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Francesca Zampone · Francesca Zampone

Il lavoro non è sempre esistito. Non come lo intendiamo noi.

C’è stato un tempo lunghissimo, la maggior parte del tempo umano, in cui nessuno si sarebbe presentato dicendo “faccio questo”. Non c’era un mestiere a tenere insieme l’identità. Non esisteva una parola sola a definirti.

Le parole, del resto, raccontano molto di una civiltà.

“Lavoro” viene dal latino LABOR che voleva dire fatica, pena, sforzo. Il francese TRAVAIL nasce da TRIPALIUM uno strumento a tre pali usato per immobilizzare gli animali, e a volte per torturare gli uomini. All’origine della parola non c’è la realizzazione. C’è il dolore.

I romani avevano una distinzione che abbiamo dimenticato. Chiamavano OTIUM il tempo della contemplazione, dello studio, della cura di sé. E chiamavano NEGOTIUM tutto il resto: gli affari, le occupazioni, il lavoro.

NEC OTIUM: il non-ozio. Per loro il lavoro non aveva nemmeno un nome proprio. Era definito per sottrazione, come l’assenza di ciò che contava davvero.

Anche i greci la pensavano così.

La loro parola per il tempo libero era SCHOLE. Da lì viene “scuola”. Il luogo dell’apprendimento, per loro, era il luogo del tempo liberato dal lavoro. Imparavamo, alla lettera, nell’ozio.

Vale la pena fermarsi un attimo qui. Perché è ESATTAMENTE l’opposto di come viviamo noi.

La società opulenta che nessuno si aspettava

Negli anni Settanta un antropologo, Marshall Sahlins, scrisse qualcosa che all’epoca sembrò una provocazione. La chiamò “the original affluent society”, la società opulenta delle origini.

L’idea diffusa era che la vita prima dell’agricoltura fosse una lotta continua per sopravvivere. Fame, freddo, giornate intere passate a inseguire il cibo. Sahlins guardò i dati sui popoli di cacciatori e raccoglitori ancora esistenti e trovò l’opposto. Lavoravano poco. Tre, quattro, cinque ore al giorno. Il resto era riposo, gioco, conversazione, sonno, cura delle relazioni.

Non erano opulenti perché avevano molto. Erano opulenti perché desideravano poco, e ciò che desideravano lo ottenevano senza affanno. La ricchezza non era accumulo. Era tempo.

Mi ha sempre colpito questo. Che l’abbondanza, per gran parte della storia umana, non si misurasse in cose. Si misurasse in ore libere.

La caduta si chiamava agricoltura

Poi qualcosa cambiò. Diecimila anni fa, più o meno, imparammo a coltivare la terra.

Lo raccontiamo come un progresso, e in parte lo fu. Ma un altro antropologo, Jared Diamond, l’ha definito senza mezzi termini “il peggior errore nella storia della specie umana”. Con l’agricoltura arrivarono il surplus e la proprietà. Arrivarono le gerarchie, perché quando c’è qualcosa da accumulare c’è qualcuno che lo accumula più degli altri. Arrivò una dieta più povera. Arrivarono malattie nuove, nate dalla vicinanza forzata con gli animali e con gli altri.

E arrivò il lavoro. Quello vero, ripetitivo, legato alla terra e alle stagioni, che non finiva mai. Il campo non ti lascia andare. Chiede ogni giorno.

Da lì in poi la fatica smise di essere un’eccezione e diventò la regola. Il LABOR prese il posto dell’ OTIUM.

Tre parole per una cosa sola

Molto più tardi, nel Novecento, Hannah Arendt provò a rimettere ordine in questa confusione. Distinse tre cose che noi mettiamo tutte insieme sotto la parola “lavoro”.

C’è il LABOR, il lavoro dell’ “animal laborans”: quello che serve a vivere, ciclico, mai finito, il pane che si consuma appena fatto.

C’è l’ OPERA, il lavoro dell’ “homo faber”: quello che costruisce qualcosa che dura, un tavolo, una casa, un mondo di oggetti che ci sopravvive.

E c’è l’ AZIONE: ciò che facciamo tra esseri umani, la parola, la politica, il gesto che lascia una traccia e ci rende unici.

Noi le abbiamo schiacciate tutte in una.

“Che lavoro fai” ingloba la fatica per il pane, la costruzione del mondo, e persino il senso della nostra presenza tra gli altri. Chiediamo a una sola parola di reggere tutto il peso di chi siamo.

Forse è per questo che, quando il lavoro manca o cambia, ci sentiamo franare.

Spunti di riflessione

Prima di passare oltre, ti lascio qualche domanda da tenere con te. Non serve rispondere subito. A volte basta portarsele dietro qualche giorno.

- Se togliessi la parola “lavoro” da come ti presenti, cosa resterebbe di te? Cosa diresti al posto di “faccio questo”?

- Nella tua vita, la ricchezza la misuri più in cose o in tempo? E quando è stata l’ultima volta che ti sei sentito opulento di ore libere?

- Delle tre parole di Arendt - la fatica per vivere, la costruzione che dura, l’azione tra le persone - quale prevale nelle tue giornate? E quale ti manca?

La prossima volta guardiamo a come il lavoro, da fatica che si subiva, è diventato la cosa che ci definisce. Come è entrato dentro di noi fino a diventare noi.

Nel frattempo, una domanda sola: chi eri, prima di sapere cosa volevi fare?

Ciao sono Francesca mi occupo di libri e di persone. Se ti iscrivi al mio Substack a pagamento puoi fare due Retreat con me l’anno prossimo se vuoi sapere i dettagli scrivimi o rispondi a questa lettera.

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Read the original on francescazampone.substack.com

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