Avevo detto tre lettere.
Poi qualcuno tra voi mi ha scritto. Una riga sola: “Francesca, il vostro Master in Life Coaching posso farlo anche se non voglio diventare coach?”.
Ci ho pensato per giorni. E la risposta che ho dato è diventata questa quarta lettera, che non avevo previsto. Perché quella domanda tocca una cosa che in quindici anni ho detto ad alta voce molto raramente.
Da quindici anni formo coach. So come si fa. E so anche una cosa che sulle pagine di vendita non si scrive: il pezzo che cambia davvero le persone non è la certificazione. Non è il diploma da appendere. Non è nemmeno il tirocinio con i primi clienti.
È quello che succede prima.
Sono i mesi in cui chi studia per diventare coach è costretto a girare quegli strumenti verso se stesso. Prima di imparare ad ascoltare un altro, devi scoprire quanto poco ascolti te. Prima di fare a qualcuno una domanda vera, devi reggere quella domanda puntata su di te. Non si impara il coaching senza farsi un po’ a pezzi. È la parte che nessuno mette in brochure, ed è l’unica che trasforma.
Allora ho fatto una cosa semplice. Ho preso quella parte e l’ho separata.
Le lezioni del Master, solo quelle. Senza il tirocinio. Senza le ore di supervisione. Senza i clienti da trovare, senza il diploma da incorniciare, senza la pressione di doverne fare un mestiere. Le lezioni, rivolte non verso i tuoi futuri clienti, ma verso l’unica vita su cui hai davvero giurisdizione. La tua.
Perché se le guardi da vicino, quelle lezioni non parlano di coaching. Parlano di te.
Imparare ad ascoltare. Prima di tutto te stesso, quel rumore di fondo che chiamiamo pensiero e che non abbiamo mai messo a fuoco.
Costruire una base. La Personal Foundation, le fondamenta su cui sta in piedi una vita, di solito le ultime cose di cui ci occupiamo.
L’autostima. Non quella gonfiata dei poster motivazionali. Quella sobria di chi smette, finalmente, di essere il giudice più severo di sé.
Le emozioni. Riconoscerle, nominarle, non esserne agiti.
Le domande. Quelle vere, le poche che spostano qualcosa. Le stesse, ti sarai accorta, su cui finiscono tutte e quattro queste lettere.
E poi le relazioni e la cura di sé. Il rapporto con il denaro, che è sempre, in fondo, un rapporto con la propria libertà. Il talento, il potenziale, il lavoro.
Non sono argomenti di un corso. Sono le stanze di una casa. La tua. E quasi nessuno le visita tutte.
Potrei chiamarlo “percorso di crescita personale”. Non lo farò. È un’espressione che si è consumata, la usano tutti per dire tutto, e a furia di crescere personalmente ci siamo dimenticati di vivere e basta.
Niente di più. Posare su di sé lo stesso sguardo attento, paziente e senza fretta che un buon coach posa su chi ha davanti. Lo stesso sguardo che, nella prima di queste lettere, ho imparato a spostare dall’orizzonte ai piedi. Solo che il coach, qui, lo diventi per te.
Voglio essere onesta su cosa non è. Non è un diploma. Non ti renderà coach, non ti darà clienti, non è una scorciatoia per cambiare mestiere. Per quello c’è il Master vero, intero, con il tirocinio, la supervisione, i clienti reali e la certificazione. Resta lì, intatto, per chi del coaching vuole fare una professione.
Questo è per l’altra metà delle persone che mi scrivono. Quelle che non vogliono diventare nessun altro. Vogliono solo smettere di vivere la propria vita di sguincio, e finalmente abitarla.
Avevo detto tre lettere. Questa quarta è nata da una domanda di una di voi, e finisce - come tutte - con una domanda per te.
Quanto tempo è che non ti ascolti con la stessa attenzione che riservi a chiunque altro?
Se la risposta ti mette un po’ a disagio, forse è proprio il momento giusto.
Se vuoi sapere com’è fatto questo percorso prima ancora che esista una pagina con un prezzo, rispondi a questa lettera oppure scrivimi a info@accademiafelicita.it
Te lo racconto io.
Francesca Zampone è coach, biblioterapeuta e fondatrice dell’Accademia della Felicità. Scrive di felicità, libri e lavoro.
Questa è la quarta lettera sul tema della felicità e, per ora, l’ultima.
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