Ieri pomeriggio, pochi minuti dopo le 17:00, ricevo un messaggio da una persona che, in preda alla preoccupazione, mi racconta che nella casa maternità sotto la sua abitazione era appena morta una neonata. Mi racconta, a corredo, una serie di sue impressioni personali su quella realtà, che la preoccupa da tempo.
La notizia ufficiale sarebbe uscita solo alle 23:00, su Repubblica. Ed è solo allora che ne ho parlato anche io, nelle mie storie.
Questo, però, non è l’inizio di questa storia.
La casa maternità è “Il Nido” , con a capo l’ostetrica Valeria Barchiesi, situata a Roma in zona Testaccio, ed è una mia vecchia conoscenza.
Tre anni fa mi sono occupata di loro nella mia inchiesta, pubblicata per The Post Internazionale il 27 Gennaio 2023, in cui ho raccolto la testimonianza di un’operatrice sanitaria, e che ora copio qui:
«Ho frequentato il corso preparto alla casa maternità Il Nido nel 2021. L’elemento principale, e lo ricordo nitidamente, è una costante sfiducia nei confronti del personale sanitario. C’erano alcune azioni non solo espressamente sconsigliate dalla struttura stessa ma quasi apertamente vietate. Tra queste, la prima è da individuare nel ricorrere all’epidurale, pratica a cui si attribuivano conseguenze tragiche come bambini nati “mosci”. “L’anestesista è il diavolo del parto” è la frase che più mi è rimasta impressa di tutto il percorso con loro. Secondo la loro narrazione, l’unico parto davvero sicuro era quello in casa, lontano dalla meccanicità della medicalizzazione, descritta come il male supremo. Inoltre, ci si avvaleva della presenza di altre figure di dubbia professionalità, come una dietista che mi ha prescritto una dieta a base di fritti in olio extravergine per depurare il fegato, o una venditrice di fasce portabebè, in contrapposizione all’utilizzo del passeggino, demonizzato. Il corso promuoveva, con gli stessi toni impositivi, l’allattamento esclusivamente al seno e a termine, anche fino ai 6 anni d’età del figlio».
Non si possono saltare passaggi: laddove c’è una morte è essenziale attendere gli esiti delle indagini. Stabilire le responsabilità, capire le condizioni reali, studiare il nesso fra propagande, prassi, responsabilità professionali.
Ma la tragedia impone anche che non si stia in silenzio. Vale la pena riflettere sull’operato di certi spazi che, pur non avendo ancora sentenze definitive, mostrano elementi che destano allarme. Ed è sotto gli occhi di tutti, lo è oggi come tre anni fa.
Quando un’ostetrica avalla una narrativa all’insegna di mantra come “l’ospedale è luogo di interferenze”, “la medicalizzazione è violenza”, “tu sei più forte se resisti al dolore”, non lo fa solo per costruire un’identità: lo fa, più o meno consapevolmente, per costruire un contesto emotivo, culturale, un dispositivo di potere. E questo dispositivo, quando combinato con la debolezza normativa, con il vuoto sanitario o con la paura, può diventare l’inizio di un dramma. Lo abbiamo visto, lo vediamo sempre più spesso.
In molti casi, le figure sanitarie che offrono alternative al parto ospedaliero utilizzano slogan, testimonianze, immagini che idealizzano la nascita come rito naturale incontaminato, la donna come sacerdotessa del proprio corpo, l’ospedale come spazio freddo, alienante, non empatico. Ed è così che ciò che nasce come alternativa diventa una scelta obbligata da una pressione morale sottile, capillare, che fa leva sulle paure più intime.
Appellarsi alle “scelte informate e libere” è spesso lontano dal reale. Perché la propaganda anti-ospedale può:
orientare la percezione del rischio: se la mia professionista di fiducia non fa che ripetermi che gli ospedali tolgono il controllo, che gli interventi medici sono esperimenti invasivi, che il dolore è parte sacra del viaggio materno, il mio timore verso le complicazioni è amplificato; il mio desiderio di evitare l’ospedale diventa quasi obbligo emotivo.
isolare la donna: rompere fiducia con medici, con anestesie, far percepire che chiedere aiuto è cedimento morale, non scelta. Si costruisce un’ideologia della “forza” che premia chi resiste, penalizza chi accetta protezione o sollievo.
nascondere il vuoto normativo: se gli spazi non sono regolamentati, se non esistono obblighi chiari, se non ci sono controlli efficaci, la propaganda può far sembrare “normale” ciò che è abusivo, pericoloso.
Non c’è libera scelta senza informazione.
Non c’è libertà nell’inconsapevolezza.
Nel caso della casa maternità Le Maree a Genova, per esempio, le indagini hanno evidenziato che la struttura gestiva parti e degenze post‑parto senza le autorizzazioni e che utilizzava farmaci provenienti da strutture ospedaliere, alcuni scaduti. Chiudere la casa maternità di Genova non è servito a molto, comunque, perché le stesse ostetriche continuano ad esercitare e seguire parti a domicilio, ma altrove. È il tipico cortocircuito: “siamo natura, siamo alternativa”, ma senza le garanzie che la natura non sa da sola sostituire.
Proprio in una casa maternità, nella fattispecie, nello scantinato della suddetta, ho documentato il lavoro che le operatrici fanno sulla placenta delle madri che hanno fatto partorire. Da questo organo, maneggiato come se si trattasse di pomodori per le conserve, le operatrici estrapolano unguenti, frullati, collane e dipinti. O, semplicemente, la affettano e la mangiano così, scottata in padella.
La neonata che è morta è l’ennesima voce che non deve cadere nel silenzio, perché la sua morte, forse, non era inevitabile. La sua morte, forse, è diventata possibilità concreta attraverso pratiche, discorsi, silenzi. Non conosciamo ancora le cause definitive, ma sappiamo che certe ideologie, certe retoriche, certe omissioni creano una trama sotto cui il rischio può covare.
Non basta dire “è tragico”. Serve chiedersi dove abbiamo fallito, come società, come sistema di cure, come cultura. Serve che si impari a distinguere fra maternità vissuta come libertà, e maternità imposta da miti che diventano coercizione. Serve che si chieda trasparenza, che si chieda regolamentazione, che le case maternità inclini alla propaganda anti‑ospedale siano sottoposte a controlli più severi, a obblighi di informazione, a confini chiari.
È necessario che lo Stato prenda posizione, che ci siano regole chiare, strutture alternative sicure, professionisti formati. Che la cultura del parto venga riformata, non solo denunciata. Che le donne non siano lasciate sole davanti a un bivio tragico: o subire un sistema ospedaliero carente, o rischiare tutto per un ideale.
Serve garantire alle madri accesso all’analgesia, alla scelta, al sostegno psicologico, alla possibilità di partorire in sicurezza e dignità, senza dover rinunciare alla loro autonomia.
E serve anche una riflessione culturale più ampia: smettere di glorificare il dolore, il sacrificio, la “forza” come dovere materno. Una madre non deve dimostrare nulla. Non deve soffrire per essere autentica. Non deve partorire con dolore o nel rischio per essere degna dell’amore di suo figlio.
Il mito del parto naturale sta diventando una condanna.
La casa maternità non è santuario se non è protetta, regolamentata, vigilata. E nella storia di ogni madre, di ogni bambino e bambina, non deve esserci spazio per l’incuria.
Tra la poesia e il parto, tra il mito e la medicina, deve esserci una soglia non violabile: quella della sicurezza. Se non la difendiamo, rischiamo che la maternità diventi un giardino incantato dietro al quale si nascondono fratture, sangue, assenze.
Questo articolo non vuole essere allarmismo, vuole essere memoria. Per ogni donna che ha scelto, per ogni madre che ha sperato, per ogni bambina che non è arrivata: vogliamo che il sacro non diventi trappola. Che la vita vinca sulla promessa.
Per ogni madre che aveva creduto di fare la scelta giusta. Che forse si era sentita accolta, ascoltata, protetta. Che aveva sognato una nascita gentile, una vita che si apriva tra le mani.Per ogni madre che, invece, tra le mani ha avuto la morte e un nome da sussurrare in lacrime o da urlare a voce piena, e un corpicino espulso dal corpo, ma non estraneo.
Per ogni madre che dove credeva di ricevere natura, ha ottenuto una montata lattea ingombrante e lancinante, perché non ci saranno bimbi da sfamare.
Queste madri non sono sole. Ogni volta che una donna perde un figlio in nome di un ideale che le è stato venduto come più puro, più sacro, più vero, perdiamo tutti. Perdiamo il senso del limite. Perdiamo la capacità di proteggere senza invadere, di curare senza dominare. Perdiamo la giustizia.
Dobbiamo alle madri che hanno creduto, e alle figlie e ai figli che non hanno potuto nascere o sopravvivere, il coraggio di chiedere maggior regolamentazione, a prescindere dall’esito delle indagini di questo caso specifico che, come ho detto, apre la porta di una riflessione ben più ampia, ben più strutturale.
La poesia non copre le falle. La spiritualità usata come scudo contro la scienza è una barbarie, non un vezzo.
Perché non c’è niente di ancestrale in una morte evitabile.
E non c’è niente di naturale nel seppellire un figlio che poteva vivere.
Prima di salutarci.
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Sia chiaro, solo se vuoi e puoi permettertelo. Nessuno sarà mai escluso dai miei contenuti, perché questo spazio resterà aperto e gratuito per sempre.
Spero di scrivere presto, insieme, nuove pagine di riflessione.
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