Sono stato in viaggio nelle ultime due settimane, qualcosa ho scritto anche nelle note, che alla fine un po’ di narcisismo social ancora ce l’ho.
Ho viaggiato un po’ nello spazio (molto in verità, circa 16mila km tra andata e ritorno) e un po’ nel tempo (circa una quarantina d’anni), e ne è valsa decisamente la pena.
Qualche dato oggettivo:
Siamo (eravamo in 8) stati in Thailandia, tra Bangkok e isola di Samet
Abbiamo preso ogni mezzo di locomozione esistente tranne la bicicletta e il motorino
Ho compiuto gli anni, mentre eravamo via, a volte capita
Per gli altri è stata la prima volta in quel Paese, per me la seconda, quindi ho avuto un po’ meno l’effetto stupore della scoperta, compensato però da altre sensazioni anche più profonde.
Innanzitutto, l’umidità e la sensazione iniziale di essere sempre “sporco”, che non appena ci fai pace diventa quasi uno scudo verso il mondo esterno. Sì, perché uscire dall’aria condizionata e sentire quel sottile strato di sudore che ti ricopre interamente entro 10 minuti è qualcosa che mi ha fatto ritornare in mente il viaggio precedente, fatto intorno ai 30 anni, e mi ha dato un senso di familiarità con quella terra. Che poi, a differenza di Bologna, a Bkk c’è sempre un po’ di venticello, quindi tu sudi ma poi senti il fresco e dopo un paio di giorni non ti accorgi che fa così caldo, sei nel mood.
E poi la gente, di cui dovrei scrivere un post apposta ma non lo farò, che non è un popolo solo anche a se a noi sembrano tutti uguali. Ci sono i thai autoctoni, ci sono quelli che si sono mossi dal sud o dal nord verso la grande città (a Bkk ci son diversi milioni di persone, non si sa di preciso, ma diciamo che quando è giorno di lavoro ne puoi trovare tranquillamente tra i 10 e i 17 milioni a seconda di a chi chiedi), ci sono i birmani che è facile riconoscere perché sono gli schiavi più poveri dei thai (cioè vedi che fanno i lavori più umili, mangiano peggio, ecc.), ci sono i cinesi che investono in quel Paese (li riconosci perché il capocantiere è cinese, i “team leader” sono thai, chi si spezza la schiena è birmano), ci siamo noi turisti, tanti turisti, soprattutto cinesi e occidentali.
Io poi mi vergogno ad essere turista in Thailandia e ancora non ho capito perché.
Mi sento un appropriatore culturale, che è una cosa che odio, e mi sento al contempo sinceramente in linea con i valori del loro Buddhismo, trovo piacevole la capacità innata di accettare ciò che accade senza arrabbiarsi. Durante un’escursione, la guida ha detto due frasi esplicative di come vivono i thai:
“Vedete? c’è traffico no? E sapete perché nessuno suona il clacson? Perché noi abbiamo la pazienza di aspettare che le cose vadano a posto".
“Noi abbiamo avuto 300 anni di guerra con i Birmani, ci hanno invaso, hanno bruciato la nostra capitale di allora e rubato tutti i nostri Buddha d’oro. Ma oggi loro hanno bisogno e noi li accogliamo, anche se non formalmente (ufficialmente ci sono 0 immigrati birmani in Thailandia, ma qualche migliaio di lavoratori birmani che sono semplicemente “comparsi” qui), perché è giusto aiutare chi ha bisogno indipendentemente da ciò che ci ha fatto in passato”.
Non sarebbe un meraviglioso programma chiaro e sintetico per un partito politico? “Pazienza e accoglienza”, io lo voterei.
E in sostanza ecco perché mi ci sono sentito a casa (essere ritornato a casa) dopo 16 anni che non passavo di lì.
Ma parliamo del tempo, non il meteo che è facile da riassumere con: “è la stagione delle piogge, c’è sempre nuvolo e ogni giorno piove un’oretta o di più, di solito alla mattina presto e alla sera".
Son passati 16 anni da allora, dal primo viaggio fatto per scoprire quella terra di templi e party sulla spiaggia, in compagnia di un’altra donna e della mia migliore amica e il suo (ex) ragazzo, quindi quando son partito sapevo benissimo che non sarebbe stato una fotocopia di quell’esperienza ed ero molto curioso di vedere cosa avrei provato di diverso rispetto ad allora, anche perché alcuni posti li avrei rivisti.
Beh, la prima sensazione che ho avuto è stata quella di essere diventato un viaggiatore borghese. Purtroppo non abbastanza upper class da potermi permettere di volare in business class, cosa che essendo quasi 1,90m avrebbe reso il volo più piacevole, ma in ogni caso sto giro abbiamo fatto i turisti organizzati: guida, minivan che ti prende sotto l’albergo, pranzi principalmente in ristoranti occidentali o giapponesi, ecc.
A tutto c’è un motivo però: questo giro ci siamo portati i figli, piccoli, e non ne avevamo mezza di sbatterci e crearci problemi.
Questo mi ha portato alla sorpresa di visitare Ayuthaya in circa 1/3 del tempo che ci mettemmo allora. Spoiler: le rovine sono ancora lì, non sono cambiate. Però mi è sembrato un posto diverso e questo mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca, avrei voluto vedere e fare meno ma con più profondità e calma.
D’altro canto, avere dei ritmi serrati ha consentito ai ragazzi di vivere tutto con molta intensità, probabilmente più in linea al modo di sentire di cinnazzi di 5 e 8 anni, e li ho visti molto contenti di tutto.
E a Bangkok mi son comprato una chitarra. Uno strumento di merda, che probabilmente non è valso i 50€ scarsi che ho pagato, ma che avevo bisogno di avere con me per poter suonare e rilassarmi, come sempre in solitaria a tarda notte mentre tutti dormivano.
Poi la chitarra me la son portata a Samet.
Samet, l’isola che i thai dicono essere un paradiso, è in effetti un posto che si concilia bene con la pace che volevo sentire intorno. Non c’è molto da fare, cosa che ha mandato in palla l’horror vacui di mia moglie, se non rallentare, godersi la natura e il cibo, esplorare il “paese”, e sostanzialmente non fare niente.
E lì ho pensato che avrei dovuto farmela da solo quella seconda settimana, con la chitarra e il mare sempre grosso della costa Ovest aperta sull’Oceano Indiano, prendendo gli schiaffi dalle onde, bevendo Chang come acqua minerale e girandola in scooter.
Ma non è stato così, e alla fine della fiera è stato meglio che ci fossero tutti gli altri: perché oggi la mia vita è con loro, con i loro sorrisi e sbuffi, con il continuo chiacchiericcio urlereccio dei miei figli che si litigano i giochi e le maschere da sub.
Ho fatto yoga sulla spiaggia, ringraziando quella natura, aspettando di sentire il respiro sincronizzarsi con il ritmo delle onde e isolandomi dai rumori delle persone intorno (sempre i figli, mica c’era la ressa di Riccione). Mi ha fatto bene e mi è bastato, insieme all’oretta quotidiana di chitarra a fine giornata, e ha evitato di fare massaggi per rilassare i muscoli, che a me i massaggi non piacciono.
E ho guardato gli uccellini e le farfalle, le lucertole e i gechi grandi tre volte i nostri, ne ho ascoltato cinguettii e stridii e la testa si è vuotata, o meglio si è riempita di ciò che per tutto l’anno mi manca: il silenzio vivo della mancanza di prodotti dell’uomo, riempito dal ritmo e dal suono della natura.
Fa un po’ new age l’ultima frase, ma tant’è.
Poi l’immancabile incontro con altri italiani, mannaggia al contrappasso dantesco.
Coppia milanese, due figli quasi coetanei dei nostri, cerco di evitarli come la peste ma invano: tocca salutarli, scambiare chiacchiere, sono persone cortesi ed educate ma qualcosa mi diceva che non avrei dovuto approfondire troppo.
E invece.
Invece la curiosità mi ha portato a chiedere che mestiere facessero… ovviamente uno l’imprenditore dello stesso settore in cui lavoro io, l’altra la PM per una Big4 nello stesso settore in cui lavoro io… Citando Paolo Nori: “Mo mama…”
Quindi tutta la pace, l’eliminazione dell’inquinamento umano mentale che avevo ottenuto, è stata polverizzata e nemmeno gli insegnamenti di Enrico Bertolino per chiudere le conversazioni (rispondere: “D’altra parte è così” a qualsiasi domanda, anche che ore sono) sono serviti a scamparmela.
Il lato positivo di questo è stato che lui mi faceva pena: dalle 14.00 locali (le 8 del mattino in Italia) stava attaccato al cell per clienti e collaboratori, fino almeno a mezzanotte. Sua moglie sempre da sola con i due figli, tanto che all’inizio credevo fosse una madre divorziata in vacanza. Faccia tirata, ruga nel mezzo delle sopracciglia molto pronunciata.
Questo mi ha confermato che io non sono fatto per questo stile di vita: ok, lui vive in centro a Milano, fanno soldi col badile, erano tutti molto fashion (costumi coordinati madre, padre, figli, sempre), ma io voglio essere libero.
Mentre lo guardavo sorseggiavo un Long Island, lui chiude l’ennesima telefonata e mi fa: “eh, il lavoro ci segue sempre”. Non ho resistito, ho dovuto dirglielo: “Guarda, io ho due telefoni proprio perché adesso il mio tempo è mio, non dei clienti. Tre settimane all’anno direi che possono anche sopravvivere da soli, no?”.
Non gli è piaciuta la risposta, ma vuole comunque che a settembre lo chiami.
Chissà se me ne ricorderò, non l’ho segnato in agenda che ero impegnato a giocare con i bimbi.

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