Circa un mese fa sono crollato di brutto e in modo brutto, in quei modi che quando il crollo è finito ne vedi i segni nello specchio. Ho due nuove rughe sulla fronte, una di traverso sopra l’occhio sinistro che sembra un colpo di mannaia, ma per fortuna non lo è, lasciata dalla disperazione che ho provato durante quel crollo.
La cosa buona di quel crollo è stata la reazione che ha scatenato in me: mi sono costretto a rallentare, ad accettare che non avevo più energie, ad andare dal medico di base e chiedergli di darmi dei giorni di riposo a lavoro (a me? che sotto 38,5 non è febbre ma tiramento di culo? incredibile).
Questo è stato il primo passo, la prima cosa buona, cui ne sono seguiti altri.
Ho smesso di bere il caffè e il the, ho iniziato a fare le cose quotidiane senza lasciarmene sopraffare, faccio colazione, vado a letto non quando ho sonno ma quando sento che avrò sonno, così ho il tempo di leggere.
Ho suonato meno, ma ho apprezzato di più i momenti in cui l’ho fatto.
Ho iniziato a fare yoga con un gruppo ristretto di signore poco performative (tradotto: niente yogapants infraculo, sì bragoni morbidoni e tanta autoironia) che mi hanno accettato come “quello giovane” (che ridere).
Ho iniziato ad ascoltare il corpo e a raccontare cosa mi dice, senza pudori e senza vergogne.
Ho smesso di mangiare cose che mi piacciono ma che mi fanno stare male, tipo la pizza melanzane e salame piccante o il fritto misto, e condisco la pasta con un po’ meno burro.
Avevo smesso di bere completamente, più per la paura che alimentasse il prossimo crollo che per la volontà di stare meglio, così poi ho reintrodotto il vino e la birra ma solo se non sono una scorciatoia per sganciarmi dalla realtà.
Respiro, mi prendo il tempo di farlo quando sento che ne ho bisogno, tipo quando ho giornate intense tra lavoro e famiglia.
Ho ripreso ad andare in ufficio due volte la settimana, per il momento non ho crisi quando mi metto al volante e ogni volta mi stupisco che accada.
Ho eliminato le sanguisughe emozionali, qualcuno li definisce “gli amici”, perché dopo un paio di decenni a fare la spugna dei cazzi degli altri adesso devo proteggermi. E non mi sento per niente in colpa.
Ho consigliato a uno di questi amici, il peggiore come invasività, di iniziare un percorso di analisi: si è offeso e mi ha chiesto “ma io cosa ti ho fatto? perchè sei arrabbiato?”. Al che gli ho detto che due metri di corda dalla ferramenta costano meno di una seduta, e la terapia è anche più breve. Non mi ha risposto, ha provato a chiamarmi ma non gli ho risposto, ero impegnato a leggere, non ha richiamato.
Ho iniziato ad apparecchiare la tavola per la colazione alla sera, riscontrando che mi da serenità vederla già pronta al mattino, inondata dal sole che entra dalla finestra.
Ho iniziato a bere il decaffeinato, che non fa bene allo stomaco ma non è che posso andare al bar a prendere un’acqua liscia e a me piace andare al bar.
Mangio tante banane e tanta frutta secca, pare che mi facciano bene.
Continuo a perdere peso, o meglio no, peso sempre uguale, ma mi sto asciugando e sgonfiando e questo mi fa stare bene.
Tutte queste io le chiamo le mie piccole cose buone perché, come le persone di animo buono, aiutano senza volere nulla in cambio.

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