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Il filo rosso · Aug 2, 2026

La piscina al femminile

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Massimo Lizzi · Il filo rosso

Questa estate la piscina Tor Tre Teste di Roma offre spazi acquatici protetti e sicuri per le donne, ogni mercoledì, due ore la mattina e due ore la sera. L’accesso è a pagamento ed è aperto a tutte. La piscina è pubblica, ma in gestione privata, quindi interessata a diversificare l’offerta per ampliare l’utenza. L’iniziativa è stata sollecitata o comunque promossa anche dalla Comunità Islamica di Roma. Questo è bastato perché le persone che hanno paura dell’Islam, confondendolo con l’islamismo, lanciassero un allarme. Il primo è stato Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Camera: “No alla sharia nelle piscine di Roma e d’Italia. Parlo di sharia perché viene vietato agli uomini di entrare in piscina in determinate fasce orarie, per consentire alle donne musulmane di usufruire della vasca nelle modalità prescritte dalle norme islamiche. In pratica, siamo di fronte a una discriminazione di genere per motivi religiosi, con la volontà di creare uno spazio di segregazione femminile (per le donne musulmane) e di esclusione maschile”.

L’accusa di segregazione culturale, però, va fuori bersaglio. Lo spazio acquatico separato è aperto a tutte le donne di qualsiasi cultura con qualsiasi costume. L’accesso è facoltativo. Ogni donna che sceglie di accedere allo spazio separato mantiene la possibilità di accedere agli spazi misti. La separazione tra i sessi, di per sé, non costituisce una diminuzione dei diritti, anzi può persino difenderli ed estenderli. Nelle strutture pubbliche sono già separati per sesso i gabinetti, gli spogliatoi, le docce, e molte discipline sportive. Tanto che esiste l’annosa e controversa questione dell’accesso agli spazi femminili da parte delle donne trans, che vede Fratelli d’Italia, il partito di Rampelli, su posizioni contrarie, quindi “separatiste” ed “escludenti”. Se e quando la separazione è voluta e difesa dalle donne, essa non costituisce una retromarcia, semmai una tutela o una maggiore opportunità di scelta. Gli uomini non sono esclusi dalla piscina, sono esclusi da uno spazio femminile di quattro ore la settimana, così come sono esclusi da altri spazi femminili. Gli stessi uomini creano situazioni e contesti nei quali le donne sono assenti: dalle sale biliardo alle squadre di calcetto. Storicamente sono stati gli uomini ad aver occupato tutto lo spazio della sfera pubblica e ad aver segregato le donne nella sfera privata. Perciò, ora possono sopportare qualche piccola limitazione.

L’offerta “separatista” della piscina romana non è una prima volta e neppure un caso unico. Nel 2009, la Uisp di Torino ha creato la piscina per donne, all’inizio su richiesta di un gruppo di donne musulmane, poi dopo l’apertura la piscina ha avuto l’adesione di molte altre donne. Si tratta della piscina Massari con sessioni dedicate ogni domenica mattina e la piscina Trecate con aperture dedicate il lunedì mattina, con corsi e nuoto libero. Un ambiente protetto e inclusivo, pensato per donne di tutte le età, culture ed esigenze di riservatezza. A Roma, un altro esempio è la piscina Fulvio Bernardini, che organizza periodicamente aperture straordinarie la domenica mattina dedicate interamente al pubblico femminile. Tutto il personale tecnico, amministrativo e di pulizia impiegato durante queste fasce orarie è composto da sole donne. A Bolzano c’è il Lido di Salorno dove l’impianto comunale prevede nel suo calendario una fascia oraria specifica riservata esclusivamente all’ingresso e al nuoto delle donne. Nel milanese vengono periodicamente organizzati eventi e feste private in piscina in affitto, strutturati per accogliere le donne musulmane in spazi protetti e aperti a tutto l’universo femminile.

Questo modello di separazione è presente anche in altri paesi da molto tempo. In Svizzera, lo storico Frauenbad Stadthausquai, attivo dal 1837, e il Frauenbad Enge offrono stabilimenti balneari sul fiume e sul lago riservati esclusivamente alle donne. In Gran Bretagna, nel parco di Hampstead Heath a Londra, il Kenwood Ladies’ Pond è un lago naturale destinato alle donne fin dal 1926, custode di una storicità fatta di libertà e contatto con la natura. In Australia, a Sydney, le McIver’s Ladies Baths rappresentano una struttura marina, dal 1922 gestita da un club femminile e dal 1995 protetta per legge e dedicata alle sole donne e ai loro bambini. Per tornare all’Italia, il caso più celebre è la Lanterna di Trieste, storicamente conosciuta da tutti come il Pedocìn: lo stabilimento balneare comunale aperto nel 1903 dove, ancora oggi, un alto muro bianco separa il settore maschile da quello femminile.

Tali esperienze di separazione acquatica, alcune persino ultra secolari, non hanno provocato nessuno degli scenari distopici evocati contro l’offerta della piscina Tor Tre Teste. Quando la separazione è volontaria, non c’è motivo di proibirla o di non concederla. Le persone di origine mediorientale hanno mediamente un senso del pudore più elevato del nostro, sia le donne, sia gli uomini. In piscina mi è capitato di incontrare uomini mediorientali con costumi da bagno lunghi fino al ginocchio o addirittura con dei costumi calzamaglia, che mantenevano anche sotto la doccia. Questo senso del pudore può riguardare anche molti di noi. Io ho frequentato le piscine per quindici anni, ma anni prima le ho evitate, così come ho evitato le spiagge, perché essere nudo di fronte agli altri mi metteva in imbarazzo, mi faceva sentire vulnerabile. In ufficio, ho un collega con la maglietta a maniche corte e i calzoncini corti, ne ho un altro con giacca, cravatta, camicia abbottonata, pantaloni lunghi e scarpe chiuse. Due persone opposte nel modo di vestire. Non ci siamo mai messi a sindacare il loro gusto, le loro motivazioni. In ufficio, le donne sono in media meno vestite degli uomini, possono mostrare le spalle, la scollatura sul petto, le gambe, i piedi. In piscina, siamo più esposti che in ufficio, mettiamo molto più in gioco la nostra intimità corporea. Qui, le parti si invertono. Gli uomini hanno solo il costume sopra le parti intime, le donne devono coprirsi anche il seno. Così accade anche nella maggior parte delle spiagge. Il petto degli uomini non è sessualizzato e può rimanere scoperto, viceversa il petto delle donne è sessualizzato ed è perciò considerato opportuno coprirlo. In rapporto a cosa? Allo sguardo maschile.

Questo principio, che vuole evitare il turbamento degli uomini, è chiamato “decoro”. Così, pur in mancanza di una norma uniforme, la maggior parte delle piscine pubbliche e comunali richiede alle donne l’uso del costume intero o del bikini per “motivi di decoro o tradizione locale”. Questo obbligo, però, non viene visto come “patriarcale”, “religioso” o “tradizionalista”. Allora, possiamo riconoscere che esiste il limite del “decoro” e possiamo ammettere che, nell’incontro tra culture e tradizioni diverse, questo limite possa spostarsi, diventare mobile e flessibile, senza che ciò comporti l’obbligo di coprirsi di più o l’obbligo di coprirsi di meno. Come scrive Sara El Debuçh, una donna siriana: “La libertà non si misura dalla lunghezza di una gonna o da quanti centimetri di pelle una donna decide di mostrare. Si misura nella possibilità di scegliere, senza che siano alcuni politici ignoranti a decidere quali scelte siano accettabili. Il valore di una donna sta nella sua intelligenza, nella sua dignità e nella sua forza, non nei vestiti che indossa”.

Vediamo adesso altre due preoccupazioni legate alla falsa immagine della “segregazione”. Le donne separate sarebbero di fatto cancellate dalla sfera pubblica. Poiché la motivazione di queste donne è religiosa, il concedergli uno spazio entrerebbe in collisione con la laicità dello stato. Non è vera né l’una, né l’altra cosa. Nella storia, la sfera pubblica è stata occupata dagli uomini, escludendo le donne. Non perciò, smetteva di essere sfera pubblica. Ora, perché mai una sfera occupata solo dalle donne, escludendo gli uomini dovrebbe smettere di essere sfera pubblica? È la sola presenza maschile a qualificare la sfera pubblica? Questo è un punto di vista molto tradizionale. La laicità dello stato è un principio di separazione tra stato e chiesa e di neutralità nei confronti delle religioni. Questo permette a ogni persona di fare scelte, compatibili con la legge, sulla base delle proprie convinzioni religiose. Ciò può riguardare anche il nostro modo di vestire e i simboli che portiamo indosso. Tipico esempio è la collana con il crocifisso, che certo non implica il divieto di accesso ai luoghi pubblici. Tuttavia, nel caso dell’accesso a spazi acquatici separati abbiamo già visto che le motivazioni possono essere molteplici: precetti religiosi di tutte le religioni, abusi psicologici e sessuali che lasciano la paura del confronto con il corpo maschile, disturbi alimentari che disegnano corpi di cui ci si vergogna, disforie di genere, invecchiamento, disabilità. È ben poco laico mettersi a sindacare le motivazioni personali.

Infine, il pregiudizio islamofobo ritiene che le donne musulmane, in realtà, vorrebbero accedere alle piscine come tutte le altre, senza veli e insieme agli uomini, ma non lo fanno perché sono costrette dai maschi della loro famiglia, dalla cultura, dalla religione, dalla pressione sociale della loro comunità. Questo pregiudizio, però, si può applicare a tutte le donne, poiché ogni loro scelta può essere vista come l’esito di una pressione maschile, culturale, religiosa, ideologica. Salvo credere che calzare il tacco 12, rifarsi il seno, rifarsi le labbra, non mangiare fino a diventare anoressiche, per rientrare in standard estetici estremi, siano solo scelte individuali pienamente libere e consapevoli. Anche queste scelte sono criticate, in modo in verità più sobrio, ma la critica rimane al di qua del proibizionismo. Il punto è che non credere alle scelte libere, significa negare autorità e quindi ricacciare l’altra in una posizione ancora meno libera. D’altra parte, questo è l’esito dell’opposizione agli spazi separati. Se una donna davvero non è libera, non potendo accedere allo spazio separato, non accederà neanche allo spazio misto, semplicemente rinuncerà e invece che separata in piscina sarà reclusa tra le mura domestiche. I principi che si salvano in opposizione al senso pratico sono ideologismo e diventano sterili.

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