I dazi americani hanno cambiato le regole del gioco. Non puoi ignorarli, ma non devi nemmeno accettarli passivamente.
Se esporti negli Stati Uniti, o stai valutando di farlo, è inutile fare finta che nulla sia cambiato. Dal 2025 il quadro tariffario americano è diventato strutturalmente diverso da quello a cui eravamo abituati, e i dazi aggiuntivi su molte categorie merceologiche europee hanno rimesso in discussione la competitività di prezzi costruiti negli anni.
Ma il problema non è solo economico. È anche commerciale: come comunichi gli aumenti di prezzo al tuo cliente americano? Come mantieni il rapporto senza sembrare che stai scaricando su di lui un problema che non ha creato? E soprattutto: ci sono strumenti per assorbire, ridurre o ripartire l’impatto dei dazi?
La risposta è sì, ma richiede metodo.
Il primo passaggio è capire come funziona il meccanismo. I dazi doganali USA vengono pagati dall’importatore americano, non da te, esportatore italiano. Ma questo non significa che il problema non sia anche tuo: se il tuo cliente deve pagare dazi aggiuntivi del 10%, 15% o 25% sulla tua merce, quei costi entrano nel suo calcolo del prezzo finale (Landed Cost) e prima o poi arrivano a impattare il tuo prezzo di vendita e la competitività del tuo prodotto.
L’Incoterm che hai scelto diventa qui determinante. Con un DAP o DDP, il rischio di un aumento dei dazi si avvicina sempre di più alla tua sfera. Con un FCA o FOB, il rischio formale è dell’importatore, ma la negoziazione commerciale ti coinvolge comunque.
Punto di partenza
Prima di fare qualsiasi calcolo, verifica il codice HT (Harmonized Tariff) esatto con cui la tua merce entra negli USA e l’aliquota doganale attualmente applicata. Le tariffe cambiano, e classificazioni diverse della stessa merce possono avere impatti molto diversi.
a) Rivedere la struttura del prezzo, non solo il numero. Invece di aumentare il prezzo di listino in modo lineare, analizza dove puoi intervenire sulla struttura dei costi: packaging, termini di consegna, lotto minimo d’ordine, condizioni di pagamento. A volte un piccolo aggiustamento operativo vale più di un negoziato sul prezzo.
b) Esplorare il Paese d’Origine e le regole di origine preferenziale. Se parte della tua lavorazione avviene o può avvenire in un paese con cui gli USA hanno un accordo di libero scambio (come Messico o Canada, nell’ambito USMCA), potrebbe valere la pena analizzare se è possibile ristrutturare la supply chain per beneficiare di tariffe ridotte. Non è una soluzione per tutti, ma per alcune aziende è praticabile.
c) Condividere il costo con il cliente in modo trasparente. Negoziare apertamente un aggiustamento del prezzo legato ai dazi, con un meccanismo di revisione automatica al variare delle tariffe, è spesso più efficace che tentare di assorbire tutto e poi dover rinegoziare in emergenza. I clienti americani abituati al commercio internazionale capiscono questo tipo di logica.
Questo è il punto che le aziende italiane gestiscono peggio. Si tergiversa, si rimanda, e quando si comunica l’aumento lo si fa in modo difensivo o improvvisato. Il cliente lo percepisce come un problema del fornitore, non come una variabile di mercato da condividere.
Il modo corretto è opposto: proattivo, documentato, propositivo. Vai dal cliente prima che lui venga da te. Mostragli i numeri: il codice HT, l’aliquota applicata, l’impatto sul costo totale a destino. Proponi già una soluzione, anche parziale. Questo posiziona te come partner strategico, non come fornitore che scarica i problemi.
Non aspettare il rinnovo contrattuale per affrontare il tema: il cliente ha bisogno di pianificare anche lui.
Porta dati, non opinioni: aliquote ufficiali, fonti CBP (US Customs and Border Protection), non stime.
Proponi sempre un’alternativa al semplice aumento: revisione del lotto minimo, cambio Incoterm, dilazione dell’adeguamento.
Sì, ma con una valutazione aggiornata. Se fino a ieri il tuo margine teneva con un’aliquota doganale del 3,5% e oggi quella stessa merce paga il 18%, il calcolo va rifatto da capo. Non è detto che non torni positivo, ma va rifatto con i numeri reali di oggi, non con quelli di due anni fa.
Continuare a esportare negli USA con prezzi costruiti in un contesto tariffario che non esiste più è uno dei modi più efficaci per erodere i margini senza accorgersene. Il problema può non vedersi subito, ma si accumula ordine dopo ordine.
I dazi sono una variabile esterna: non puoi controllarli. Puoi però costruire una struttura commerciale e contrattuale abbastanza solida da limitarne l’impatto. E puoi anche comunicare ai tuoi clienti che lavori in modo professionale anche quando le condizioni di mercato cambiano.
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Buon export e alla prossima,
Roberto

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