Il 15 aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato un elenco di impianti industriali coinvolti nella produzione di droni in Germania, Italia, Danimarca, Paesi Bassi, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Finlandia, Polonia, Turchia, Spagna, Israele e Regno Unito. Poche ore dopo, il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo Dmitri Medvedev ha scritto su X: “L’elenco va preso alla lettera: le fabbriche europee che producono droni e altri equipaggiamenti sono potenziali obiettivi delle forze armate russe. Quando gli attacchi diventeranno realtà dipende da ciò che accadrà in seguito. Dormite bene, partner europei!”
Medvedev è stato presidente della Federazione Russa dal 2008 al 2012 e primo ministro fino al 2020. Oggi, dal Consiglio di Sicurezza, interpreta il ruolo del falco nell’architettura comunicativa del regime. Il suo compito è alzare continuamente il livello delle minacce contro l’Europa. In passato ha suggerito attacchi alle centrali nucleari dell’Europa orientale, ha evocato l’uso di armi nucleari in Ucraina e ha dichiarato che una sconfitta russa potrebbe innescare una guerra atomica con l’Europa. Le sue non sono iniziative personali, e infatti il Cremlino non lo smentisce mai. La funzione è quella di intimidire l’opinione pubblica europea e, attraverso di essa, i governi.
Lo stesso registro ricorre da anni nel resto dell’apparato mediatico del regime. Su Rossija 1, il conduttore Vladimir Solovyov e i suoi ospiti suggeriscono con regolarità che la Russia dovrebbe colpire Londra, Berlino e Parigi, anche con armi non convenzionali.
Aleksandr Dugin, ideologo del nazionalismo russo e voce influente negli ambienti del Cremlino, teorizza apertamente l’aggressione preventiva contro l’Europa e la riconquista delle ex repubbliche sovietiche, nel quadro di una guerra esistenziale che il regime di Putin dovrebbe muovere alle democrazie liberali per salvare i valori tradizionali. Nell’evento di propaganda ospitato dall’Ambasciata russa a Roma il 15 aprile, è stato affermato che la Russia è pronta “all’escalation, prima con attacchi convenzionali alle maggiori città europee, poi con l’impiego di armi nucleari, per punire l’Europa”.
Nella televisione di Stato russa, dove ogni contenuto è soggetto a supervisione politica, le minacce all’Europa sono un formato consolidato. La comunicazione delle ambasciate serve a dare una veste più formale ai tentativi di intimidazione, estendendoli agli ambienti istituzionali.
Un lettore italiano, abituato alle esibizioni degli ospiti di Solovyov (come Jeffrey Sachs, Nadana Fridrikhson e Maria Zakharova) nei talk show nazionali potrebbe essere tentato di liquidare tutto questo come propaganda destinata al consumo domestico. Ma la propaganda interna della Russia ha la caratteristica, storicamente documentata, di precedere l’azione. La retorica sulla denazificazione dell’Ucraina ha pervaso i canali televisivi del regime per anni prima dell’invasione del febbraio 2022.
La Russia conduce da oltre tre anni e mezzo una campagna continuativa di sabotaggi, incursioni aeree, attacchi informatici e operazioni d’influenza contro il territorio NATO. Secondo il rapporto di OpenMinds, nei primi dieci mesi del 2025 le violazioni dello spazio aereo europeo attribuibili alla Russia hanno superato il totale combinato del 2022-2024.
Da febbraio, una nuova operazione informativa ha attratto l’attenzione dei media: sui social network russi e su Telegram hanno cominciato a circolare contenuti che proclamano la nascita di una “Repubblica Popolare di Narva.” Narva è la terza città dell’Estonia, cinquantamila abitanti, più del 90 per cento dei quali russofoni. Si trova al confine con la Russia, separata dalla città russa di Ivangorod da poche decine di metri di fiume.
I contenuti comprendono una bandiera, insegne militari, un inno tratto dall’opera ottocentesca Il Principe Igor di Borodin e mappe che presentano Narva come un’entità politica separata tra Estonia e Russia. Il canale Telegram principale, “Narva Republic”, è stato creato nel luglio 2025, ma ha iniziato a pubblicare attivamente solo nel 2026.
Chiunque abbia familiarità con il modus operandi russo può riconoscere il copione del Donbas. “Repubblica popolare” è la stessa etichetta usata dai separatisti filorussi a Donetsk e Luhansk, poche settimane prima che forze russe e volontari armati da Mosca prendessero il controllo militare della regione. La strategia di comunicazione serve a preparare il terreno per quella militare. Dapprima si costruisce un progetto politico immaginario, lo si attribuisce agli abitanti russofoni della zona e lo si presenta come realtà in divenire, con simboli, istituzioni e rivendicazioni territoriali proprie osteggiate dalle autorità locali. Poi, si interviene militarmente per difendere il progetto e garantire l’autodeterminazione dei russofoni.
I contenuti dei canali mescolano umorismo da internet e materiale esplicitamente politico: post che descrivono Narva come “terra russa,” slogan come “aspettiamo la Russia” e una presunta “agenda di Narva” che alterna attività culturali a voci come “occupare Sillamäe e Kohtla-Järve”, due città estoni vicine.
Il servizio di intelligence estone e il primo ministro Kristen Michal hanno classificato la campagna come operazione di guerra ibrida russa.
Il 14 aprile, la Duma di Stato ha approvato in prima lettura, con 413 voti a favore e nessun contrario, un disegno di legge che amplia i poteri del presidente per schierare truppe all’estero. Il testo, redatto dal Ministero della Difesa, prevede l’uso delle forze armate in territorio straniero in caso di “arresto, detenzione, azione penale o altra forma di persecuzione” di cittadini russi, sulla base di decisioni di tribunali stranieri o di organi giudiziari internazionali non riconosciuti dalla giurisdizione russa.
Il testo deve superare altre due letture e il voto del Consiglio della Federazione, ma il voto unanime e la firma del primo ministro Mishustin rendono il suo iter una formalità. Il provvedimento viene presentato dal regime come uno strumento di protezione dei cittadini russi all’estero, nel quadro della più ampia narrativa del Cremlino sulla “russofobia” diffusa in Occidente.
Il disegno di legge arriva mentre i servizi di intelligence europei — dal BND tedesco ai servizi danesi, dal capo di stato maggiore francese al segretario generale della NATO — avvertono con crescente urgenza che la Russia potrebbe essere in grado di lanciare operazioni militari contro paesi europei nell’arco di pochi anni. E mentre la città estone di Narva è oggetto di una campagna di disinformazione che ricorda quelle già lanciate contro l’Ucraina prima dell’invasione. Uno schema coerente con la dottrina del Russkiy Mir, il “Mondo Russo”, secondo cui il Cremlino ha il diritto e il dovere di difendere le comunità russofone all’estero — la stessa dottrina invocata per l’annessione della Crimea e l’intervento nel Donbas preludio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina.
In un’intervista al Forum della Russia Libera ripresa dal Kyiv Post, Garry Kasparov ha osservato che il disegno di legge va letto come parte di un’operazione più ampia per preparare il terreno giuridico a future aggressioni. “Per Putin, tutto deve ancora essere presentato come il rispetto di qualche regola. La base legale per un attacco alla NATO o per un’ulteriore aggressione è già in preparazione.” La Russia non ha i mezzi per un’invasione convenzionale, ma dispone di capacità sufficienti per operazioni limitate e destabilizzanti: attacchi con droni, sabotaggi, operazioni speciali. E per un’incursione contro una piccola città a poche decine di metri dal suo confine.
Nei post “La Russia sta perdendo la guerra” del 5 aprile e “Il lento suicidio della Russia in Ucraina” del 24 febbraio ho documentato perché l’invasione dell’Ucraina sia stata finora un fallimento. L’Ucraina, dopo quattro anni di guerra, si è dimostrata un avversario che la Russia non riesce a sconfiggere con le risorse di cui dispone. Il fronte è immobile: ogni tentativo di sfondamento viene neutralizzato dalla difesa ucraina, con un costo asimmetrico in termini di vite russe. Tuttavia, il regime di Putin ha fatto della guerra una condizione per la propria stessa sopravvivenza. L’economia russa è ormai trasformata in un’economia di guerra, largamente trainata dallo sforzo bellico. Dichiarare una falsa vittoria e ritirarsi dopo aver promesso Kyiv in tre giorni e aver perso più soldati di tutte le guerre russe dal 1945 potrebbe alienare a Putin ogni sostegno interno residuo.
Putin ha un chiaro incentivo a giocare d’azzardo, intensificando le ostilità in Ucraina oppure, come ha osservato David Ignatius sul Washington Post, aprendo nuovi fronti in Europa. Il fianco nord-orientale dell’Unione Europea presenta condizioni favorevoli a nuovi atti di aggressione. Non necessariamente nella forma di un’invasione convenzionale, ma di azioni limitate, ibride, calibrate per testare la tenuta della NATO. L’Estonia, in particolare, ospita una minoranza russofona concentrata in un piccolo territorio potenzialmente facile da accerchiare. Il regime ha già attivato la macchina propagandistica della “Repubblica Popolare” e la dottrina del Russkiy Mir fornisce la cornice ideologica per un intervento “in difesa” dei russofoni estoni. Il disegno di legge il 14 aprile fornisce le premesse sul piano giuridico.
L’incentivo a giocare d’azzardo viene anche dal fattore tempo. La Casa Bianca ha ripetutamente segnalato che la protezione militare degli Stati Uniti nei confronti degli alleati europei non può essere data per scontata. La nuova National Security Strategy tratta le democrazie liberali europee come un avversario ideologico e strategico degli Stati Uniti, non come alleati da proteggere.
Il comandante delle forze estoni Andrus Merilo ha dichiarato che la presenza di truppe americane sul terreno è essenziale per la deterrenza, compresa quella nucleare. Tuttavia, il programma Section 333, che finanziava l’addestramento e l’equipaggiamento delle forze armate alleate lungo il confine russo, non sarà rinnovato oltre il settembre 2026. La Baltic Security Initiative, con cui gli Stati Uniti contribuiscono al finanziamento della capacità militare di Estonia, Lettonia e Lituania, sarà interrotta nel 2026.
A fine ottobre 2025, la brigata del 101st Airborne è stata ritirata da Germania, Polonia e Romania. Dopo il rifiuto europeo di partecipare alla guerra in Iran, Trump ha minacciato ritorsioni contro gli alleati NATO, in un incontro con il segretario generale Rutte descritto da funzionari europei come “un flusso continuo di insulti.”
Il disimpegno americano apre una finestra temporale limitata per Putin. L’Europa si sta riarmando, ma il processo è lento e disomogeneo. I paesi baltici spendono già tra il 3,4 e il 5,4 per cento del PIL in difesa (tra le quote più alte della NATO), ma le loro forze armate sono piccole: l’Estonia ha meno di 8.000 militari in servizio attivo. La Baltic Defence Line, il sistema di fortificazioni congiunte di Estonia, Lettonia e Lituania lungo il confine con la Russia e la Bielorussia, è in costruzione ma non sarà completata prima della fine del 2027. L’Estonia ha ordinato 600 bunker modulari, sta scavando fossati anticarro e ha installato denti di drago e filo spinato. La Lituania ha iniziato a posare mine e barriere anticarro lungo il confine con l’exclave russa di Kaliningrad. Ma per ora si tratta di un cantiere aperto, che affronta le sfide logistiche e politiche tipiche della costruzione di un sistema di deterrenza in tempo di pace.
Nel frattempo, la Russia dà segno di prepararsi attivamente al nuovo fronte. Non è un caso che l’esercitazione Zapad-2025 abbia mobilitato oltre centomila uomini lungo il confine bielorusso con Lettonia, Lituania e Polonia, arrivando a simulare l’uso di sistemi nucleari contro la NATO.
Dal punto di vista di Mosca, il periodo più favorevole a nuove aggressioni è quello che separa la fine della garanzia americana dalla costruzione di una capacità difensiva europea autonoma e credibile. L’accelerazione del riarmo europeo e i segnali di crisi del regime di autoritarismo competitivo che Trump sta costruendo negli Stati Uniti sono i due fattori che potrebbero accelerare la chiusura di questa finestra temporale.
Difficilmente i carri armati russi attraverseranno il confine estone in pieno giorno. Lo scenario più credibile è un’incursione limitata, ibrida, progettata per testare la coesione della NATO e la credibilità della determinazione europea a difendere i propri confini.
Un report del Belfer Center (Harvard) di febbraio 2026 esamina due scenari principali sul fianco nord-orientale dell’Unione Europea: un’escalation di operazioni ibride culminante in un’incursione per sequestrare un’area limitata di territorio, oppure un’offensiva su larga scala per isolare i Baltici attraverso il corridoio di Suwałki. Il secondo scenario richiede capacità militari che la Russia non possiede al momento, impegnata com’è in Ucraina. Il primo richiede risorse molto più contenute.
L’ultimo report annuale del servizio di intelligence estone documenta la persistenza e l’intensificazione delle operazioni ostili russe contro l’Estonia: reclutamento di collaboratori, attacchi informatici, propaganda attraverso la Chiesa Ortodossa (usata dal Cremlino come strumento di proiezione politica, come documentato da Olga Lautman sul suo Substack), campagne di disinformazione su social media amplificate dall’intelligenza artificiale.
Non è un caso che l’Estonia e gli altri paesi del fronte orientale dell’Unione Europea, insieme ai paesi scandinavi, siano tra i principali finanziatori del sostegno militare all’Ucraina. Hanno capito prima degli altri che l’Ucraina è oggi il loro stesso fronte. E che se domani fossero loro a subire l’aggressione russa avrebbero un bisogno vitale dell’aiuto dell’Ucraina.
L’Ucraina ha quattro anni di esperienza nel conflitto più innovativo degli ultimi decenni sul piano tecnologico. Ha sviluppato un sistema difensivo basato sui droni su una scala senza precedenti. Ha costruito capacità industriali che le consentono di produrre milioni di droni l’anno ed esportare tecnologia militare in tre continenti. I suoi esperti anti-drone in Medio Oriente addestrano forze armate che, fino a ieri, si rivolgevano esclusivamente agli Stati Uniti.
Per i paesi che si trovano sul confine orientale della NATO, consapevoli di poter contare sempre meno sulla garanzia americana, l’integrazione con l’esperienza militare e industriale ucraina potrebbe diventare una questione di sopravvivenza.
Gli scenari descritti finora sono plausibili. Hanno, a mio avviso, una probabilità di realizzarsi ancora limitata e fortemente condizionata al corso futuro degli eventi, specialmente in Ucraina.
Ma nel caso in cui si realizzassero, il regime russo potrebbe scoprire di aver sbagliato, ancora una volta, i suoi calcoli. Nel febbraio 2022, Putin pensava che l’Ucraina sarebbe caduta in tre giorni. L’intelligence russa aveva previsto un regime change rapido e indolore. Millecinquecento giorni e oltre un milione di perdite russe dopo, l’Ucraina è ancora in piedi, produce armi per mezzo mondo e contrattacca.
Un’azione contro i paesi baltici, anche limitata e di natura ibrida, potrebbe accelerare la disgregazione della NATO nella sua forma attuale, suggellando il ritiro americano dal fronte europeo orientale e creando divisioni nell’Unione Europea. Ma potrebbe anche accelerare la nascita di meccanismi di difesa europea più credibili di un’alleanza atlantica il cui pilastro americano è ormai evanescente.
Dietro ogni capacità di risposta militare c’è, prima di tutto, capacità economica. Sotto questo profilo, l’Europa è una potenza paragonabile a Stati Uniti e Cina. La Russia, invece, è un’economia più piccola di quella italiana, gravata da una guerra logorante che costa centinaia di miliardi, e che ha già bruciato un uomo in età lavorativa su venticinque.
Nel 2025, i paesi dell’Unione Europea hanno speso per la difesa circa 381 miliardi di euro, mentre la Russia ha speso circa 186 miliardi di dollari, secondo l’International Institute for Strategic Studies. Se si aggiungono Regno Unito, Norvegia e la componente europea della spesa NATO non-UE, il divario nominale si allarga ulteriormente.
Questo confronto va letto con cautela, certo. A parità di dollari spesi, la Russia riesce a ottenere più output militare perché i suoi costi domestici (salari, energia, acciaio, munizioni) sono molto più bassi di quelli europei. Per questo, se si corregge per il potere d’acquisto, la spesa militare russa nel 2024 sale a circa 462 miliardi di dollari, un livello superiore a quello aggregato dell’UE. Ma la “parità di potere d’acquisto” misura soprattutto il vantaggio di costo di cui Mosca gode nel breve periodo dentro un’economia di guerra chiusa, militarizzata e autoritaria. Non cancella il fatto che, nel medio-lungo periodo, la Russia resta enormemente più debole dell’Europa sul piano fiscale, industriale, tecnologico e finanziario.
In altre parole: nel breve periodo Mosca può ancora trasformare una spesa relativamente contenuta in una notevole capacità distruttiva. Nel medio-lungo periodo, però, non può sostenere un confronto prolungato con un continente da 525 milioni di abitanti e un PIL aggregato di 24 trilioni di dollari.
Mosca cerca di compensare uno squilibrio così pronunciato attraverso la guerra cognitiva e la penetrazione delle istituzioni europee, manipolando l’opinione pubblica, supportando partiti populisti e filorussi, e sfruttando la vulnerabilità intrinseca dei sistemi democratici. È una strategia intelligente, e il suo successo — la capacità di un’economia in declino di tenere in scacco un continente enormemente più ricco e popoloso — resta per certi versi sorprendente. La risposta più efficace che l’Europa possa dare è tradurre il proprio vantaggio economico in capacità di difesa reale, per chiudere rapidamente la finestra a disposizione di Mosca.
La Russia potrebbe anche “vincere”, inizialmente, il test di dissoluzione della NATO. Ma subito dopo, i mezzi europei, gli incentivi a superare le divisioni interne e a cementare il coordinamento con l’Ucraina sarebbero tali da accelerare la costruzione di una risposta coordinata che imporrebbe a Mosca costi insostenibili.
Medvedev ha chiuso ironicamente il suo tweet con un augurio: “Dormite bene, partner europei!” In effetti, molti motivi di preoccupazione potrebbero disturbare il sonno degli europei. Ma anche i russi non dovrebbero dormire sonni tranquilli, vista la tendenza a giocare sempre più d’azzardo di un regime che ha sacrificato già un venticinquesimo dei propri uomini in età lavorativa sul fronte.
Nel frattempo, da quattro anni a questa parte, il sonno degli ucraini è disturbato senza sosta da chi, non riuscendo ad avanzare sul fronte, prova a colpire i civili con droni e missili balistici ogni notte.
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