RSS Amplifier

FARO · Jan 18, 2026

Anche meno: perché siamo sempre stanche? - FARO #64

0
Sign in to vote or save

Fabiana Andreani · FARO

Immagine generata con Adobe Firefly

Ho postato le mie foto del 2016. Sì, non ho resistito al trend. Anche perché, per me, il 2016 sembra ieri, oltre che essere l’anno in cui ho iniziato a esistere digitalmente sui social, prendendo gusto a condividere pensieri della mia vita quotidiana.

Confrontando le varie foto con quelle di ora, oltre che verificare i segni del tempo (non troppi per fortuna), mi sono vista tanto più impostata 10 anni fa. Non parlo di pose magnetiche ma di una spinta alla conformità: quelli erano gli anni in cui dovevo dimostrare al mondo (pareva così) che ero in grado di soddisfare tutti i vari check della vita femminile adulta: lavoro, coppia, ambizioni familiari.

Nel 2016 ho infatti ottenuto un contratto a tempo indeterminato, mi sono sposata, ho iniziato ad avere ambizioni di carriera. Cosa è rimasto da allora?

Nulla. Solo la sensazione di un peso costante e di non sentirmi mai adeguata.

Tanto altro, però, è arrivato o è stato creato. Della me stessa del 2016, ho perso le vestigia dei canoni convenzionali che mi volevano impiegata, moglie e madre per essere una versione più vicina a me stessa.

Lo volevo anche allora? Secondo me sì, sennò non ci sarei arrivata.

Fatica? Sì, tanta. Perché da donna mi pare che tutti possano dire qualcosa su di me, il mio corpo o il mio agito.

Quindi ringrazio Sara per questa newsletter dove svisceriamo finalmente il tema della fatica femminile che non passa mai.

Fabiana

Il calendario impone bilanci e mi chiede di riflettere su una stanchezza che non ha a che fare solo con il lavoro. Una stanchezza profonda che non si è risolta con qualche giorno di pausa né chiedendo più supporto esterno.

Scriverlo è un modo per fermarmi e guardare con onestà a come sono andate le cose in questo secondo anno da freelance. Qualcosa che ha funzionato c’è, ma voglio interrogarmi su ciò che a partire da due mesi fa ha invece iniziato a pesare.

Lo osservo anche in altre donne: anche quando lavoriamo in modo autonomo, anche quando scegliamo, anche quando apparentemente “ce la stiamo facendo”, la stanchezza sembra essere una condizione di fondo costante. Vorrei capire perché questo accada così spesso alle donne.

Quando si parla di lavoro femminile in Italia, i numeri sono tristemente noti. Il tasso di occupazione delle donne resta tra i più bassi d’Europa, soprattutto in presenza di figli. Il divario con gli uomini persiste, così come il part-time involontario, il gender pay gap e la segregazione verticale e orizzontale. I dati ISTAT e il Global Gender Gap Report del World Economic Forum raccontano una storia chiara e preoccupante.

I numeri, da soli, non spiegano fino in fondo come e perché molte donne faticano a entrare, restare e crescere nel mercato del lavoro. Raccontano una parte della storia, non la sua struttura profonda.

Il lavoro femminile viene spesso analizzato con uno sguardo economicista: quante donne lavorano, quante ore, quanto producono, quanto costano al sistema quando vanno in maternità. Più raramente si entra nella dimensione psicologica, cognitiva ed emotiva del lavoro.
È come se le donne fossero considerate soggetti neutri, che prendono decisioni in uno spazio astratto, libere da carichi invisibili, pressioni simboliche e costi mentali.

Da tempo, il pensiero femminista critica questa neutralità apparente. Nancy Fraser ha mostrato come il lavoro di cura e quello riproduttivo restino strutturalmente invisibili. Il capability approach di Amartya Sen e Martha Nussbaum ci invita a chiederci non solo quali opportunità esistono, ma che cosa le persone possono davvero fare ed essere, date le condizioni materiali, sociali e mentali in cui vivono.

È proprio guardando a queste condizioni che emergono due fattori sistematicamente sottovalutati.

Il primo è il carico mentale. Non il lavoro domestico in sé, ma la responsabilità cognitiva continua del tenere insieme la complessità della vita quotidiana: pensare, prevedere, organizzare, ricordare, anticipare bisogni. Lo descrive bene Giulia Siverio come

il peso di tutte quelle acrobazie cerebrali, invisibili, costanti e sfiancanti che portano le donne, per il benessere di tutti e il funzionamento efficace della casa”.

Questo peso lo portano ancora di più le donne che sono anche madri, e ancora di più quelle single e quelle che lavorano fuori casa.

Il fumetto Bastava chiedere di Emma Clit ha avuto il merito di rendere visibile questa dimensione con una chiarezza disarmante. Quando l’ho letto mi sono sentita capita e autorizzata a sentirmi stanca e infelice in una gabbia.

La ricerca sociologica, di autrici come le italiane Silvia Federici e Chiara Saraceno, lo studia da decenni e mette in evidenza come il lavoro delle donne, all’interno delle famiglie, sia un pilastro nascosto dell’economia e come la divisione del lavoro di cura resti profondamente asimmetrica.

Il carico mentale non è una questione privata o organizzativa, è una infrastruttura invisibile che sostiene il funzionamento sociale e che grava in modo sproporzionato sulle donne.

A fine 2025 è stato presentato il report Determinanti strutturali e meccanismi di riproduzione delle disuguaglianze di genere, frutto della ricerca su un campione di 2.456 partecipanti, guidata da Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Economics, Scuola di Alta Formazione di UnitelmaSapienza. Il documento presenta l’impatto concreto, reale e quotidiano della cura non retribuita sulle vite professionali femminili.

I dati che mi hanno sconvolta maggiormente:

  • Tra l’81% e l’83% delle donne intervistate, nella fascia tra 25 e 45 anni, ha dichiarato di non riuscire a dedicare neanche un’ora di tempo per sé nella giornata.

  • L’83% delle donne intervistate, tra i 26 e i 35 anni, si sente frequentemente stanca o sfinita a causa del carico di cura che svolgono da sole.

  • Oltre il 50% delle donne dai 25 ai 60 anni si occupa da sola del carico familiare.

  • Il 45% delle donne non si prende cura della propria salute per mancanza di tempo.

Ho sperimentato in prima persona cosa significa essere chiamata a cercare di sfangarla trovare un equilibrio (e perderlo molte volte dopo averlo trovato) tra il desiderio di migliorare la propria condizione lavorativa, il peso delle responsabilità familiari da sostenere da sola e la necessità di prendersi cura della sofferenza che ne deriva.

Per me, come per molte altre donne, questo ha avuto effetti diretti sul percorso professionale. L’impegno quotidiano richiesto ad una donna, necessario per le numerose attività che sono implicite nel gestire una famiglia, riduce la disponibilità cognitiva per la formazione continua, aumenta la stanchezza decisionale, rende rischioso assumere ruoli di responsabilità, e infine espone maggiormente allo stress cronico e al burnout.

Le ricerche sulla decision fatigue e sullo stress relativo al lavoro mostrano che non si tratta solo di caratteristiche o fragilità individuali, ma di effetti sistemici della disuguaglianza e di fattori culturali e sociali che spingono le donne a mettere gli altri prima di sé, a reprimere le emozioni (soprattutto la rabbia), ad identificarsi con i doveri e a sentirsi responsabili dei sentimenti altrui.

Molte scelte professionali vengono lette come “rinunce”, “insuccessi” o “mancanza di ambizione”, ma forse possiamo vederle come l’unica forma di adattamento intelligente e autoconservativo ad un contesto che consuma energia prima ancora che inizi la giornata lavorativa.

Accanto al carico mentale, esiste un’altra forma di lavoro non riconosciuto: quello legato agli standard di bellezza.
Per molte donne, presentarsi al lavoro significa anche gestire il proprio corpo come un dispositivo professionale: controllarlo, curarlo, renderlo conforme a standard impliciti di accettabilità. Non si tratta di vanità. È una strategia di sopravvivenza sociale e professionale.

Naomi Wolf lo ha definito mito della bellezza. Sandra Bartky, attraverso la teoria dell’oggettivazione, ha mostrato come lo sguardo esterno venga interiorizzato dalle donne fino a diventare auto-sorveglianza e questo le porta a giudicarsi costantemente, sentirsi come un oggetto da rendere attraente, con conseguenze pesanti sull’autostima.

Questa pressione diventa allora una responsabilità individuale, di cui le donne cercano di assolvere fino a farsi “male a livello fisico e psicologico, confondendo la cura di sé con l’ossessione e la mortificazione e spendendo tempo e denaro che forse preferiremmo destinare altrove”, come scrive Maura Gancitano, filosofa e autrice del libro Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza. Da quando l’ho letto, lo consiglio a tutti, soprattutto a quelle donne che, come me, sono cresciute negli anni ‘90 del 900 e hanno guardato troppa TV senza qualcuno che le invitasse ad osservare se quei modelli che vedevano fossero reali e raggiungibili, tantomeno a chiedersi se fossero i suoi.

La pressione estetica produce ansia da prestazione, ipercontrollo, auto-monitoraggio continuo. Tutti processi che implicano un enorme e costante consumo di risorse cognitive ed emotive e sottraggono tempo di qualità allo studio, alla leadership, alla capacità di visione e anche al riposo. Arrivando a causare problemi di salute.

I concetti di carico mentale e pressione estetica sono due cause spesso inesplorate dei problemi che le donne affrontano riguardo al lavoro, e che i colleghi maschi non hanno.

Se riconosciamo che la nostra società sembra richiedere alle donne un investimento psicologico aggiuntivo quotidiano, ci accorgiamo che le differenze di carriera, le interruzioni, il part-time, le rinunce non sono solo il risultato della maternità o di scelte personali. Sono l’esito di un consumo sistematico di energia mentale ed emotiva che colpisce in modo sproporzionato le donne.

Non ho la pretesa di risolvere questi problemi, mi piacerebbe però concludere l’articolo (decisamente pesante) con una pratica efficace contro la stanchezza decisionale: sono degli esercizi da fare seduti. Sì, è vero: un’altra cosa da aggiungere alla lista delle cose da fare, ma in questo caso è un atto di cura verso sé stesse e che impegna solo 12 minuti.

Queste pratiche salva cervello aiutano a ritrovare la calma e a fare scelte orientate al benessere nei momenti di confusione e sovraccarico (quando sembra letteralmente impossibile).

Spero che possano essere utili,

Sara

✨Eventi

🔹Cambio carriera? Vuoi affrontarlo al meglio? Lunedì 27 Gennaio con le Master di Generali Italia: Reinventare la tua carriera: Orientamento al cambiamento (Career Change Edition). Consigli e spunti per chi sta valutando nuove opportunità professionali. Gratis, live, per tutti ma non registrato.

✨Risorse e opportunità

🔹Summer Internship in BCG Milano. Candidati ora per un’esperienza di tirocinio tra Giugno e Luglio nella sede di Milano di Boston Consulting Group. Ottimo se sei al secondo o terzo anno di Laurea Triennale o hai da poco terminato gli studi e non stai ancora frequentando la laurea magistrale.

🔹Explore+ Progetto di mobilità transnazionale presentato da CERSEO e finanziato dal FSE attraverso la Regione che offre a 48 giovani disoccupati/inoccupati tra i 18 e 35 anni, residenti o domiciliati in Piemonte.

🔹Volontariato Europeo in Polinesia Francese per la tutela di specie di uccelli in pericolo con i corpi europei di solidarietà.

🔹ISTAT sta cercando. Più di 100 posti a concorso con scadenza il 22 Gennaio.

🔹Generation Italy, che offre corsi gratuiti con inserimento al lavoro, ha ampliato il limite di età e ora ci sono corsi anche fino ai 45 anni.

🔹Progetto EUREMA per tirocini all’Estero e poi in Italia. Per chi studia in Università Abruzzesi.

Vuoi segnalarmi un’opportunità da inserire gratuitamente tra i link non in evidenza? Scrivimi a fabianamanager.newsletter@gmail.com

Share FARO

Lascia un commento

Fammi sapere cosa ne pensi oppure, se ti è piaciuta questa newsletter, condividila!

Read the original on fabianamanager.substack.com

Comments

Nothing yet. Say the first thing.

    Sign in to join the conversation.