Difficilissimo esprimere in parole le emozioni che sgorgano come in un fiume in piena al cuore nel descrivere le scelte, la scelta, dolorosa, inconcepibile, impensabile, di mettere al mondo un figlio da sola. Paura, sgomento, rabbia, ansia, desiderio, tristezza, passione, amore, pazienza ed impazienza ma soprattutto, paura e desiderio. Il desiderio è quello di un nucleo familiare, di condivisione, di apertura e di amore. Anche, diciamolo, desiderio di non essere più sola. Desiderio di prendermi cura di un’altra persona. Che poi anche questo, lo analizzerò più a fondo, più in là, perchè c’è molto da dire su tale desiderio.
Paura. Paura della trasformazione, degli ormoni, della mia salute fisica e mentale, della salute fisica e mentale del bambino, paura economica, paura di non aver più tempo per me, paura di non potermi ritagliare spazi essenziali, paura di diventare matta, paura di amare troppo, troppo poco, paura di impazzire, di non farcela, di essere come mia madre, di sentirmi sola comunque, paura di essere sbagliata, di cosa dice la gente, di come mi sentirei attorno a nuclei familiari tradizionali, paura di rifiutare il sesso maschile e di chiudere la porta ad un altro tipo di condivisione.
Non sarei una mamma single per scelta. Sarebbe una scelta B, la mia. Ma anche inevitabile viste le scelte fatte fin’ora nella mia vita. Scelte che non rimpiango, perchè erano inevitabili, date le circostanze. Nonostante ciò, sapendo ciò che sò ora, farei tutto diversamente. Forse non me ne andrei dalla mia città di origine, forse non cercherei di scalare le vette di una carriera, poi di un’altra, forse non sceglierei compagni inadeguati, insoddisfacenti, ed immaturi. Ma che colpa ho, se la maturità anche per me è venuta solo ai quaranta? E forse sta ancora arrivando.
Il giorno in cui ho sposato il mio fidanzamento per documenti, e’ sbocciato in me un desiderio incontrollabile di maternità. Avevo 32 anni. Prima di allora, l’idea di un figlio mi nauseava. Dicevo sempre di averne avuti tre: mia madre, mio padre e mio fratello. E mi bastava. La mia psicoterapeuta, da cui sono andata correndo a 18 anni, mi diceva sempre, “ma i figli danno tanto in cambio.” Io non le credevo. Bambocci piagnucolenti ed mocciolosi. Che ti succhiano la vita. D’altronde, così diceva mia madre - che le avevamo rovinato la vita, noi figli.
Ma via il vittimismo. Quante scelte ci sono al giorno d’oggi a noi donne. Evviva. Possiamo scegliere se fare tutto da sole, ma proprio tutto. Che bella emancipazione. A me il femminismo mi fa proprio rabbia, l’avrete capito. Perchè questa storia di fare un figlio da sola, per quanto sia grata alla scienza, alla tecnologia ed alle mie precursore, non è che la vedo proprio come un toccasana per una donna. O meglio, basta con questa storia che non abbia bisogno di nessuno.
Pausa. Mi sto ingarbugliando. Torniamo al figlio. Decidere o no di dedicarmi ad un’altra persona, pur cercando di sviluppare la maturità di esprimere tutta me stessa. Tutta. E’ possibile in una vita? Qualcuno/a ci riesce. Ma forse non è il mio caso. Perchè soltanto pensare a chi sono veramente, mi crea non poca ansia e difficoltà. Eppure si va avanti. Ingarbugliati, pur di farli, i figli. Perchè nessuno è perfetto, nè lo sarà mai. Forse la perfezione - o l’illusione di poterci mai arrivare - è proprio ciò che, prima di tutto, dovrei lasciar andare in questo percorso di maternità. Accettare che non sarò mai perfetta, che la perfezione non esiste, e che commetterò errori. Difficilissimo, questo. Ma sano. Vero. Maturo. E forse un giorno potrò dire, ci ho provato. Sono soltanto un essere umano.
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