“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: - Salve ragazzi, com’è l’acqua? - I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: - Che cavolo è l’acqua?”
Questo è l’incipit del discorso di David Foster Wallace al Kenyon College del 2005 e quando l’ho letto ho pensato quanto sia attuale ora.
Ieri, 3 maggio 2026, è stato l’overshoot day per l’Italia. D’ora in avanti saremo in debito con le risorse rigenerative della Terra: questo significa che, con le nostre attuali abitudini di consumo, in soli 120 giorni abbiamo esaurito le risorse che la Terra normalmente impiega un anno per rigenerare.
Per la maggior parte della gente questo tipo di notizia allarmistica viene vista come un fastidio da scacciare, inutile, che non fa cambiare le cose. Ormai ogni notizia che riguarda l’ambiente e la sostenibilità (ma se ci pensate, anche altri argomenti diventano qualcosa sullo sfondo nel giro di pochi giorni) passa inosservata o viene letta sotto la lente del “tanto comunque non succede nulla di grave”.
Inquinamento, estrazione eccessiva di risorse diventano trasparenti agli occhi dei più. Esattamente come i due pesci della storia.
Io non mi sento di colpevolizzare chi decide di ignorare o - peggio - negare la situazione che stiamo vivendo.
Viviamo in una realtà in cui il sistema ci ha “obbligato” a vivere da consumisti ed energivori (siamo appunto chiamati consumatori nelle statistiche), convincendoci che ciò è giusto per la nostra sopravvivenza e per vivere dignitosamente.
Risolvere tutti questi problemi non è semplice, lo comprendo fino in fondo. Ma la vera forza che smuove tutto si crea dal basso, dalle azioni coraggiose che compiamo ogni giorno.
Consumiamo per comprare, sostenere l’economia e garantirci un posto di lavoro.
Ci hanno raccontato una bella storia che ora non regge più: un’economia sempre in crescita non è possibile con il sistema attuale.
Pensiamo e ci illudiamo di vivere in un ambiente pulito, in ordine: “Ma dove sta l’inquinamento che tanto urlano? Dov’è il famoso collasso previsto?”. Eppure c’è, anche se abbiamo la percezione che invece sia tutto a posto.
L’altro punto che crea frizione è il ribaltamento delle responsabilità sul singolo: imparare a differenziare bene, imparando i trucchi di ogni tipo di packaging presente in commercio, facendo attenzione anche al conferitore del proprio Comune di residenza. Solo per fare un esempio.
Va ribaltato il punto di responsabilità e messo per primo a monte, nel sistema che per primo ha generato quel packaging, quel prodotto inquinante, quel processo produttivo insostenibile.
E allora è per questo che ci sono gruppi di persone che cercano di rompere questo sistema. E lo fanno (anzi, lo facciamo) non per rompere le uova nel paniere ai più ma per infondere coraggio agli altri che si può e si deve dire “no”.
Opponendosi a un sistema: con le nostre scelte, che guidano e creano le aziende.
L’allarmismo non aiuta. La consapevolezza sì.
Il prossimo passo aperto potrebbe non essere un commento di indignazione su un social ma l’impegno a dire dei no nel reale.
Impariamo ad accorgerci dell’acqua.
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