Pare un’apocalisse a puntate. Finisce un guaio e ne arriva un altro.
Sono finite anche le ultime forze, quelle che di solito si usavano per dire “fa troppo caldo”. Si esce di casa come i condannati alla galera, il mondo fuori è il posto dove si vuole stare il meno possibile, la felicità si misura in gradi, i posti belli sono quelli freschi, la gamma dei sentimenti ordinari è stravolta, come l’ordine delle cose.
Tutto questo ci insegna quanto è relativo il concetto di vita felice: adesso felice è qualsiasi stanza climatizzata. Non c’è spazio per nessun altro pensiero che: arrivare a sera senza svenire in qualche tragitto.
È uno svuotamento di testa, parlo del mio, che non ammette proprio secondi pensieri. Il te stesso che si lamentava dei giorni incerti, di una pioggerella, delle mestizie d’autunno ti sembra un deficiente. Mentre si cerca di idratarsi, gonfi di sali minerali chimici in bustina, si fa di tutto per ignorare le cornacchie e i titoli di giornale “vi sembra caldo questo? Il Nino deve ancora venire”. il problema degli eventi atmosferici estremi - se ho capito bene - è che quando arrivano non puoi non farti trovare.
L’aria condizionata, il freddo artificiale. Adesso è come l’ossigeno, l’acqua, tra i beni d’esistenza, non più sfizio comodo da ricchi. Tra le pochissime emozioni significative, anzi forse l’unica emozione che si prova ultimamente, c’è passare dal caldo tossico a una stanza refrigerata. Senso di sollievo e di fine-dei-mali-del-mondo. Dura cinque minuti, poi come un mostro dalle lunghe dita il gelo sintetico comincia a prenderti la testa, le spalle, t’invade una nebbia strana. Annacqua i ragionamenti, l’aria condizionata. Confusione diffusa e un sonno strano. E’ l’obolo da pagare. Tutti quelli che sto sentendo quest’estate hanno deciso per viaggi verso nord. Il concetto di “altro caldo”, pure in costume e temperato dal mare, comincia a sembrare un’idea assurda.
Ci lamentiamo noi, ma non abbiamo sentito gli altri. In Francia stanno più arrosto: i sottotetti hanno i rivestimenti di zinco.
«Senza un posto dove rifugiarmi, non riesco nemmeno a fare programmi per l’inizio dell’anno scolastico, come avrei sperato. Ma è stato soprattutto a maggio che la situazione ha iniziato a consumarmi», racconta Matthieu, insegnante di storia e geografia in una scuola della Seine-Saint-Denis. Le persone citate nell’articolo hanno scelto di restare anonime e sono identificate solo con il nome.
«Di solito il caldo intenso arriva durante le vacanze estive, quando non insegno», spiega. Ma questa volta la situazione è stata diversa. Sveglia alle 6 per essere a scuola alle 8. «Alcune notti non riuscivo ad addormentarmi prima delle 3; altre volte ero già sveglio alle 4:30. Poi mi aspettavano cinque o sei ore davanti agli studenti. Anche in condizioni normali insegnare richiede molta energia. Ero esausto».
Il caldo rende impossibile anche riposare durante il giorno. La parete contro cui è appoggiato il letto, esposta direttamente a sud, si surriscalda. Dietro c’è lo zinco del tetto. In mezzo, quasi nulla: poco o nessun isolamento.
Una volta la collezione di Rick Owens con l’aria condizionata incorporata m’avrebbe fatto ridere: l’altroieri m’è passato davanti un video instagram e il primo istinto del pensiero è stato “questo è il futuro”.
Così ho scritto il catalogo. Lista collettiva dei sofferenti, dovremmo esserci tutti.
I mediamente debilitati: soffrono, resistono. Aprono le bustine di integratori, mangiano una banana, acqua, altra acqua. Si sta negli uffici senza molte forze, il lavoro intellettuale non è fatto per esistere con queste condizioni, i risultati sono scarsi. Ore 13.30, un sole giaguaro fuori: “Tu scendi a mangiare qualcosa?” “E chi ce la fa”. Poi scendi, prendi un toast, ti maledici. Aspetti la sera per non andare da nessuna parte.
I fratelli di Sinner.
Si superano i trentuno gradi e si va in corto circuito esecutivo. Non ci sono ragioni, non ci sono medicine. Certi corpi non sono adatti a tutto questo, si afflosciano, si ribellano. Se si potesse sopportare uno lo farebbe, ma è proprio una scrittura antica nelle molecole, qualcosa che dice: se c’è il caldo non ci sono io.
Gli Indifferenti. Non sentono niente, hanno un sangue speciale. Parenti delle vipere. Spesso pure di carattere.
Gli Immobili. E’ un’evoluzione della specie sapiens, climaticamente infurbita. Si sono studiati bene la vita, costoro. Hanno lavori in cui non si deve uscire, nessun annullamento impegni è strutturato per creare danno, hanno già detto di no a tutto ad aprile, hanno previsto nessun contatto con l’inferno esterno sapendo che sarebbe arrivato. Sono nelle loro case, al sicuro e per niente provati. I fortunelli che il caldo lo sentono al telegiornale.
I Mobili. Sono gli incapaci del caldo. Hanno esistenze che prevedono spostamenti non rinviabili e non delegabili. Vanno, girano, gli resta solo la speranza che funzioni l’aria nei treni e altrove. Se avessero le forze, si prenderebbero a schiaffi da soli. Si dicono “l’anno prossimo io qui non ci sto” e invece pure l’anno prossimo saranno a sudare con la pressione bassa da qualche parte.
Gli “è estate, fa caldo”. Specie pressoché estinta, si sono arresi alle evidenze. Forse più alla paura di essere picchiati. C’è un limite al bastiancontrarismo.
Gli Stoici. Stanno male come tutti, ma sono sul ramo più alto della maturità, dove si capisce che lamentarsi - oltre a essere inutile - porta male. Sembrano l’Adriano di Marguerite Yourcenar. Vorrei tanto essere una di loro.

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.