C’è una cosa che facevamo, un tempo, tutti, senza eccezioni, ricchi e poveri, geni e mediocri, e che adesso non facciamo più. La cosa curiosa è che non ce ne siamo nemmeno accorti. Nessun funerale, nessun necrologio, niente. Un giorno c’era, il giorno dopo non c’era più.
Ci annoiavamo.
Adesso tu dirai, ma io mi annoio continuamente, mi annoio in riunione, mi annoio in fila, mi sono annoiato ieri sera. E qui bisogna intendersi, perché è esattamente in questo malinteso che si nasconde tutta la faccenda.
Quella che chiami noia dura trenta secondi. Fai caso alla scena, perché è una scena che reciti decine di volte al giorno senza saperla a memoria. Finisce uno stimolo, ne manca un altro, e in quel piccolo intervallo, in quella terra di nessuno tra due onde, succede qualcosa che assomiglia a un allarme. Un disagio minuscolo ma preciso. E la mano, nota bene, la mano, non tu, la mano parte da sola, trova il telefono, lo accende. Fine della scena. Trenta secondi, sipario.
Ecco, quella non è noia. Quella è l’anticamera della noia, il vestibolo, la soglia. Tu vivi da anni nel vestibolo credendo che sia la casa. La casa è oltre, e nella casa non entri mai.
La noia vera comincia dove tu ti fermi. Comincia al minuto tre, quando capisci che nessuno verrà a salvarti, e va avanti, dieci minuti, venti, un’ora, in un territorio che non frequenti da così tanto tempo che hai dimenticato persino che esiste. È scomoda, questo va detto subito e con onestà. I primi minuti fanno quasi male. Ma è una casa, ed è tua
Adesso, il numero. Uno di quei numeri che quando li senti la prima volta pensi a un’esagerazione, e invece.
In dieci minuti di scorrimento il tuo cervello riceve più stimoli di quanti un uomo di mille anni fa ne ricevesse in un mese. Un mese. Volti, storie, guerre, gattini, opinioni, offerte, tragedie, tutorial, tutto compresso in una pausa caffè. E il trucco, il vero capolavoro del trucco, è il nome che diamo a questa cosa. La chiamiamo pausa. Riposo. Staccare un attimo.
Non è una pausa. È un sovraccarico vestito da pausa, un tir che entra in un garage per biciclette, e tu lo fai entrare dodici, venti, quaranta volte al giorno, e poi la sera ti chiedi perché il garage è distrutto.
Un cervello così non si concentra. Non può. E qui vorrei che fossi delicato con te stesso, perché non è pigrizia, non è mancanza di carattere, non è che sei fatto male. È che la soglia si è alzata. Ti sei adattato a un mondo saturo, con la stessa docile intelligenza con cui gli occhi si adattano al buio, e adesso tutto quello che non è saturo, il libro, la conversazione, il pensiero che non si scioglie subito, ti sembra fermo, lento, morto. Il problema, piccolo dettaglio, è che tutto quello che vale abita lì. Nel lento. Nel non risolto.
E adesso ti racconto cosa succede se resisti, perché nessuno te lo racconta mai, tutti si fermano al divieto, spegni il telefono, disintossicati, e nessuno ti dice cosa c’è dopo, e invece il dopo è la parte bella.
Succede che a un certo punto, e ogni volta è una piccola meraviglia, il cervello capisce. Capisce che non arriverà niente da fuori, che il camion delle consegne oggi non passa. E allora fa l’unica cosa che gli resta da fare, l’unica che sa fare da centomila anni quando lo lasciano in pace.
Si mette a produrre.
Riordina, collega, ripesca. Tira fuori dai cassetti cose che avevi messo via mesi fa, le accosta ad altre, prova combinazioni. Le idee, quelle vere, arrivano tutte da lì. Non davanti allo schermo, mai davanti allo schermo. Arrivano camminando, sotto la doccia, fissando un muro, cioè in tutti i posti dove non c’è niente in entrata, perché soltanto quando il canale in entrata tace si libera il canale in uscita. È fisica, quasi. È idraulica.
Solo che quel momento ha un biglietto d’ingresso, e il biglietto sono i primi dieci minuti, quelli brutti. Quasi tutti pagano e scendono prima della fermata. Aprono il telefono al minuto tre e concludono che la noia non funziona. Funziona. Comincia un minuto dopo il punto esatto in cui ti sei arreso, e questa è forse la cosa più crudele e più istruttiva di tutta la storia.
Nessun ritiro, nessuna montagna, nessuna app che ti insegna il silenzio a pagamento, che sarebbe poi una barzelletta perfetta per questo secolo.
Venti minuti al giorno di niente. Una sedia e una finestra, oppure una strada e le gambe, il telefono da un’altra parte, fisicamente da un’altra parte, in un’altra stanza, perché la forza di volontà è sopravvalutata e la distanza no. Una sola regola, non risolvere il disagio. Quando arriva la smania, e arriverà, puntuale come un creditore, tu la guardi passare. Non la combatti, non la analizzi, la guardi passare.
Poi ci sono le occasioni gratuite, e tu le butti via ogni giorno. La fila, l’ascensore, l’attesa. Piccole dosi di noia già pagate, già incluse nel prezzo della giornata. Lasciale vuote. È palestra.
E tieni un quaderno vicino. Non per forzare niente, solo per raccogliere. Perché le idee arriveranno, e di solito arrivano in gruppo, come gente rimasta fuori dalla porta per mesi che finalmente sente girare la chiave.
E qui viene l’ultima cosa, quella che mi interessa davvero, quella per cui ho scritto tutto il resto.
Tu credi di evitare la noia perché è noiosa. Non è così. La eviti perché è rivelatrice. Nel silenzio senza appigli non incontri soltanto le idee, incontri te stesso, che è l’appuntamento che rimandi da più tempo, forse da anni. Le domande coperte dal rumore, la vita portata avanti per inerzia, gli obiettivi che ti trascini addosso senza avere mai controllato se sono tuoi o se te li ha messi in tasca qualcun altro mentre guardavi altrove.
Il rumore serve a questo, a non sentire. E ogni rivelazione, si sa, poi pretende una risposta.
Per cui sì, in un mondo che fattura la tua attenzione al millisecondo, non fare niente è l’atto più controcorrente che ti sia rimasto. Non è ozio. È una dichiarazione di proprietà. Questa testa è mia, non è uno spazio in affitto.
Venti minuti, oggi. Ti sembrerà di perdere tempo.
Stai solo tornando a casa.
Nessun post

Comments
Nothing yet. Say the first thing.
Sign in to join the conversation.