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Ellissi · Apr 10, 2026

Ecco cosa ci insegna il fenomeno «Angine de Poitrine»

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Valerio Bassan · Ellissi

Ciao,

un saluto da una Milano calda e primaverile.

Oggi parliamo di un duo di musicisti mascherati diventato uno dei casi editoriali di questo inizio d’anno, e proviamo a capirci qualcosa.

In fondo, invece, trovi una bella listona di letture consigliate per accompagnarti nel weekend.

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Buona lettura
Valerio

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Lunedì ho ricevuto questo messaggio da mio padre via whatsapp:

Mi ha stupito, lo ammetto.

Non tanto perché mio padre non ascolti musica rock, anzi. Piuttosto, perché non pensavo che il «fenomeno virale del momento» (cit.) sarebbe arrivato fino a lui.

Il video in questione - magari l’avrai già visto anche tu - è un’esibizione dal vivo degli Angine de Poitrine, duo rock sperimentale canadese sconosciuto ai più fino a pochi mesi fa.

In poche settimane il live - registrato dall’emittente radiofonica americana KEXP e pubblicato su YouTube il 4 febbraio scorso - è stato visto più di 8 milioni di volte. Un numero pazzesco per una band così piccola.

Che nel frattempo è diventata un piccolo culto, non solo tra gli appassionati. Grandi testate generaliste internazionali (dal New York Times al Guardian) e italiane (Il Post, Rainews o Sky) ne hanno parlato.

Il duo ha oggi un milione e mezzo di ascoltatori su Spotify, e ha annunciato un tour internazionale da oltre 70 date. Probabile che vadano tutte sold-out.

Ma come sono riusciti due musicisti del Québec - che suonano musica dichiaratamente ostica, quasi abrasiva - a “bucare la bolla” ed entrare nell’immaginario pop, fino ad arrivare nella chat whatsapp con mio padre?

Non ho potuto fare a meno di chiedermelo. E quindi, eccoci qui, per provare a trovare una spiegazione all’interno di questo apparente malfunzionamento sistemico dell’algoritmo.

Per capire il fenomeno Angine de Poitrine bisogna guardare oltre (o forse dentro) le grandi maschere di cartapesta che indossano.

Il chitarrista Khn de Poitrine sfoggia un naso lunghissimo e treccine arancioni; il batterista Klek de Poitrine ha invece una testa tondeggiante con una proboscide che sembra uscita da un incubo di Bosch.

I loro costumi, ricoperti di poìs bianchi e neri, sono arricchiti da piccoli triangoli dorati — la stessa forma geometrica che i due compongono con le mani all’inizio di ogni loro set, per comunicare tra loro e con il pubblico.

Al centro della loro musica c’è un suono particolare: un math rock psichedelico e microtonale poggiato su ritmi sincopati e ossessivi.

Gli Angine de Poitrine emettono note che sono fuori posto nel sistema musicale mainstream. Le incastrano in loop sovrapposti, riuscendo a stratificare il rumore fino a renderlo ipnotico.

Diversi critici che seguo hanno definito il loro sound «perturbante». Forse il motivo risiede nelle scale che usano, come la hijaz, comune nella musica araba e nel flamenco.

Ma è nelle performance extramusicali che la componente teatrale degli Angine de Poitrine - il termine francese che indica l’angina pectoris - diventa soverchiante.

Nelle interviste si fanno talvolta accompagnare da un manager che funge da «traduttore», l’unico essere umano autorizzato a parlare. I musicisti, invece, rispondono saltuariamente con versi gutturali e grugniti elettronici.

Il loro simbolismo non si ferma ai costumi: i due si fanno filmare mentre bruciano hot-dog con cannelli da cucina e fanno cadere dadi da gioco all’interno di un bicchiere d’acqua.

Ogni apparizione con la stampa viene trasformata in uno sketch «dadaista» - termine che loro stessi usano per descriversi - apparentemente privo di senso, al limite dell’inintelligibilità.

Tutto sembra studiato per far sentire l’osservatore leggermente a disagio. Come se si trovasse davanti a creature non umane che cercano goffamente di imitare il concetto terrestre di band.

Mentre lo fanno, risultano estremamente simpatici.

Ma siccome questa newsletter non parla di musica (se non in alcune rare eccezioni), ciò che mi interessa è soprattutto rispondere a una domanda: come siamo arrivati a parlare di un duo math rock canadese su Ellissi?

Ho analizzato il percorso fatto dagli Angine de Poitrine in queste settimane, dal video che ha segnato una cesura così profonda nella loro vita musicale in poi (che non sono “nati ieri”: avevano pubblicato il primo disco nel 2024 e in passato si esibivano, smascherati, sotto il nome La Poêsse).

E ho scovato alcuni meccanismi ricorrenti nel modo in cui le persone paiono essere rimaste folgorate - o quantomeno intrigate - dall’immaginario proiettato dai due.

Questi meccanismi, unendosi e intrecciandosi, hanno contribuito a renderlo un fenomeno di costume, spingendo l’algoritmo a diffonderlo il più possibile, oltrepassando la barriera classica della nicchia di appassionati.

Ecco le quattro ragioni che, per me, stanno dietro a questa folgorazione collettiva.

1. Il gap informativo ci attrae istintivamente

Lo sappiamo bene, ciò che ci sfugge finisce per attrarci. È nella natura umana: l’anonimato ci intriga, come dimostrano i recenti smascheramenti di Banksy e (forse) di Satoshi Nakamoto, l’ideatore dei Bitcoin. Quando ci rendiamo conto che esiste un vuoto tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere, nel nostro cervello si attiva una sorta di «prurito mentale» — come teorizzò l’economista George Loewenstein. Trovate sceniche come le maschere di cartapesta, i versi incomprensibili e i simbolismi rituali sono barriere interpretative artificiali che finiscono per stimolare quel prurito. Questo «gap informativo» - che nel caso degli AdP parte dalla thumbnail del loro video su YouTube - ci attrae e ci confonde, invogliandoci a risolvere il mistero. Quando esiste un divario informativo, causato da un “razionamento artificiale” dell’informazione, siamo spinti a trasformarci in utenti attivi. È una specie di clickbait analogico e fisico che ci costringe a saperne di più.

2. I legami deboli sono dei super-spreader

La viralità non è un evento magico, è una questione di architettura. In questo processo hanno un ruolo importante i cosiddetti «legami deboli», o weak ties: quei nodi, ipotizzati dal sociologo Mark Granovetter già nel 1973, rappresentati da persone che ci portano notizie da mondi in cui non abitiamo, e che diventano “ponti” verso altri cluster sociali. Parlando degli Angine de Poitrine sui loro seguitissimi canali, celebrità di internet come il produttore Rick Beato e il critico Anthony Fantano hanno contribuito a creare connessioni tra segmenti di pubblico diversi: nel primo caso, i puristi della teoria e i boomer colti; nel secondo, i millennial appassionati e amanti dell’indie. C’è un effetto incrociato, in cui la viralità esplode quando l’informazione smette di circolare dentro una singola comunità (il “cerchio magico” di KEXP) e, grazie a questi nodi, inizia a saltare da un gruppo all’altro.

3. Vogliamo uscire dall’airspace della produzione culturale

Nel suo libro Filterworld, Kyle Chayka parla di AirSpace per descrivere quel senso di omogeneità estetica - rassicurante ma piatta - che l’algoritmo ha imposto a bar, hotel e stanze di Airbnb di tutto il mondo. È un concetto che vale, in un certo senso, anche per la musica e l’arte in generale. Online ci viene proposta tanta “cultura d’arredamento”, ottimizzata per non disturbarci. Gli Angine de Poitrine sono l’opposto: musica ad alto attrito che crea dissonanza cognitiva e interrompe il flusso passivo del feed. Questo interesse, forse, ci dice che siamo più saturi della perfezione algoritmica di quanto vogliamo ammettere; abbiamo bisogno del “brutto”, dello sbilenco, dell’umano che sfida la macchina, perché la realtà è davvero grottesca.

4. Nel collasso del contesto, la libertà d’interpretazione diventa valore sociale

Online viviamo in uno stato di collasso del contesto, in cui è impossibile rivolgersi a un gruppo specifico senza che il messaggio venga recepito (e potenzialmente male interpretato) da altri gruppi, come dedusse la ricercatrice danah boyd già nei primi anni 2000. Gli Angine de Poitrine, privando a monte la loro opera di un livello di comprensione comune, hanno creato un oggetto culturale “aperto”. Poiché non c’è un messaggio univoco, ognuno può proiettarvi ciò che vuole: una parodia massonica, un riferimento agli alieni, o semplicemente un esperimento sonoro. Questo fa sì che condividere gli AdP non serva a diffondere un’idea, ma a generare un tipo diverso di social currency: segnaliamo agli altri che siamo in grado di apprezzare l’assurdo, posizionandoci fuori dal seminato banale del mainstream. È una posa? Senz’altro. Ma cosa non lo è, online, del resto?

Il percorso futuro della band dipende soltanto dalla band stessa.

È facile immaginarsi che l’hype svanisca nel tempo, ed è probabile che gli AdP tornino a interessare solo una nicchia di appassionati.

Così come è possibile che il duo finisca per restare ingabbiato dalle maschere che ha scelto, o che finisca per omologarsi e standardizzarsi una volta svanito l’effetto sorpresa.

{Anche il movimento artistico «dada» aveva scelto di chiamarsi così perché voleva stare lontano da tutti gli -ismi tipici delle correnti artistiche più canoniche: alla fine, però, passò agli annali come dadaismo. Era finito, insomma, per essere “canonizzato” dalla storia.}

Quello che possiamo dire è che, sebbene gli Angine de Poitrine non abbiano rivoluzionato la musica, hanno però messo in discussione l’idea che non possiamo incidere in alcun modo su una cultura digitale sempre più piatta e sugli ingranaggi degli algoritmi.

C’è forse ancora spazio per qualcosa di nuovo, una fiammella nel punto di intersezione fra milioni di ‘for you’.

Per la band questo vuol dire guadagno e fama — almeno finché dura. Per noi, invece, è un monito a cercare, setacciando più a fondo e al di fuori dei soliti giri, scintille irregolari che accendano la nostra curiosità.

Alla prossima Ellissi
Valerio

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