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Spiritual Bitch · Jul 20, 2026

Mi sono drogata per la maggior parte della mia vita

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Elisa Marinoni · Spiritual Bitch

Da che ne ho memoria, ho avuto una tendenza: innamorarmi dell’idea, senza tenere conto della resa materiale. O innamorarmi del potenziale, senza valutare le qualità effettive della persona.

Stare nella fantasy e non nella reality. Che è un GROSSO problema.

Non che sia sbagliato sognare, immaginare, serbare dentro di se l’immagine di qualcosa di grande.

Ma mi sono resa conto di aver passato decenni più per aria che per terra.

La mia maestra di Tarocchi, un giorno ha usato il termine: “incarnarsi”. Ci ho messo un bel po’ a comprenderne il significato.

Per me, in passato, la soddisfazione arrivava prima di aver fatto la cosa.

Quando immagini, quando idealizzi, il cervello rilascia dopamina per darti la spinta e la motivazione. Il principio si può utilizzare in quella che viene definita “manifestazione”, ma lo stesso principio può portare a non vedere la realtà o a non rapportartici in maniera sana.

Se tu ti senti già appagata dall’idea, perché dovresti fare lo sforzo di tradurla nel mondo materiale?

Conosco tante donne che hanno o hanno avuto lo stesso problema. Soprattutto a livello relazionale. Non è semplice rendersene conto. È tosta dover scendere sulla terra e fare i conti con la realtà. Guardare in faccia il potenziale e dire “mmm ma sai che forse ho visto male?”.

Io mi sono sempre innamorata non tanto di ciò che era.

Bensì di ciò che poteva diventare.

La mia droga era proprio la dopamina.

Non credo di essere l’unica che, guardandosi indietro, dice “Ma come ho fatto a stare anni con quella persona? Come ho fatto a farmi andare bene quei comportamenti, quelle abitudini, quelle dinamiche? Perché sono rimasta ferma, proiettando un’ideale irrealizzabile ma di cui però ero convinta?”

Il punto credo sia riuscire a guardare quello che ti sta davanti - o, nel caso di un’idea creativa, in testa - e chiederti se sei partita per il viaggio nella fantasy oppure no.
Nel momento in cui riesci davvero ad osservare, ti stacchi dall’identificazione con l’idea.

Incarnarsi.

Secondo me “incarnarsi” non significa diventare materialista.
Significa fare pace con la realtà.

La realtà ha una caratteristica bellissima.
È infinitamente meno eccitante della fantasia.
Ma è infinitamente più affidabile.

Tenere la realtà come compagna di banco credo ti permetta di vivere con più leggerezza. Sembra un controsenso e non posso darlo come dato certo, perché in merito sto ancora esplorando.

Quello che so è che prima, se qualcosa andava male, dentro di me si creava un cocktail letale il cui ingrediente principale era “Non valgo niente”.

Se ora succede qualcosa che non va come speravo cerco di non chiedermi più “Sono un fallimento?” ma provo a valutare il dato.
Cosa dice il dato?

Mi è capitato di lavorare con Federico Buffa - che credo sia uno dei migliori storyteller italiani - e in un suo spettacolo, Italia Mundial, racconta di quando, durante la finale della coppa del mondo 82, Antonio Cabrini sbaglia clamorosamente un rigore che avrebbe potuto dare una spinta alla vittoria della squadra. Buffa dice che Bearzot “tratta quella palla come un goal sfumato”. Non un fallimento. Un goal sfumato.

Non è illusione, quel goal. Non è che l’hai visto solo tu. La porta esiste. Il calcio l’hai dato. La mira l’hai presa. L’azione l’hai fatta.

Cosa dice il dato?

Il punto sta nell’abbracciare l’empirico.
Non in senso scientifico. In senso esistenziale.
Prima faccio. Poi capisco.
Non prima immagino tutto.

Restare nella fantasia ha un vantaggio enorme: lì tutto funziona perfettamente.

La conversazione viene esattamente come l’avevi immaginata. Il progetto è impeccabile. La persona cambia. Tu dici sempre la cosa giusta.

La realtà è più disordinata. Ti restituisce risposte che non avevi previsto. Ti obbliga a correggere la rotta. A volte ti fa costringe a cambiare idea.

Incarnarsi ha che fare con la terra. E per quel che mi riguarda la soluzione che ho trovato, al momento, è questa: sto cercando di essere molto più contadina.

Una contadina non guarda il campo e dice:
“Che raccolto straordinario farò.”
Prende una zappa.
Mette un seme.
Aspetta.
Guarda se cresce.
Se non cresce cambia terreno.
Non cambia identità. Non mette in discussione il proprio valore. Non da la colpa al campo.

Io invece, ogni volta che un seme non cresceva, prendevo la zappa e me la davo sui piedi.

Ora cerco di fare meno, ma meglio. E soprattutto, con calma.
Onestamente? Mi viene difficilissimo.

Questa newsletter ne è la prova.
Ci ho messo una settimana a scriverla.
Continuavo a chiedermi:
“È scritta abbastanza bene?”
“È autoreferenziale?”
“Mi sto rendendo ridicola?”
“Chi la legge penserà che non sto dicendo niente di nuovo?”

Poi mi sono ricordata una cosa. Non sto scrivendo un libro. Non sto consegnando un capolavoro. Ho chiamato questo spazio appunti proprio perché voglio imparare a lasciare esistere anche quello che è ancora in costruzione.

Credo che avere a che fare con la propria umanità significhi anche questo: darsi il permesso di essere incapaci abbastanza a lungo, senza preoccuparsi di diventare bravi.

Qui non voglio essere quella che ha già capito tutto. Anche perché non lo sono.
Qui voglio solo essere presente.

E allora nella versione contadina che cerco di abbracciare il più possibile mi chiedo: “Qual è il seme più piccolo che posso piantare questa settimana, senza innamorarmi già del bosco?”

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Read the original on elisamarinoni.substack.com

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