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Senza mulini · Mar 28, 2026

#28 Gli altari dell'indipendenza

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Elisa Belotti · Senza mulini

Dopo aver indagato l’importanza dei riti a Timor Est e la loro dimensione sincretica, ti porto a scoprire il ruolo delle chiese nella storia Est timorese, in particolare durante il periodo in cui il Paese ha lottato per ottenere l’indipendenza.

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Detto questo, iniziamo!

L’ospite di questo mese è Fernando (Ato) Lekinawa Costa, direttore responsabile di Neon Metin e cofondatore della Timor-Leste Journalist Association, che ho conosciuto quando nel settembre 2024 papa Francesco era impegnato tra Sud Est asiatico e Oceania durante il suo viaggio apostolico.

Se ti sei persə l'intervista ad Ato Lekinawa Costa, la trovi qui.

Si sono perse molte informazioni della storia di Timor Est precedente all’arrivo dei coloni europei. L’organizzazione sociale si articolava in piccole comunità raccolte attorno a una casa sacra e divise in due grandi confederazioni: Serviaun e Belus. Le guide delle diverse nazioni erano divise tra figure politiche e spirituali, con riferimento a un culto animista nativo della zona.

A partire dall’inizio del XVI secolo, le navi mercantili portoghesi e olandesi raggiunsero l’isola, inizialmente attratte dal commercio del sandalo. Con il tempo, l’interesse economico si trasformò in presenza coloniale: nel XVII secolo, anche in seguito all’espulsione da altri territori da parte degli olandesi, i portoghesi consolidarono il proprio controllo diretto su Timor Est. L’introduzione di sistemi di tassazione spinse l’amministrazione coloniale a promuovere la conversione al cattolicesimo. I battesimi massicci, infatti, prevedevano l’adozione di nomi europei legati, spesso di sante e santi, e la registrazione della popolazione, in linea con l’obiettivo di aumentare la pressione fiscale.

L’intervento della Chiesa cattolica per diffondere il cristianesimo accompagnò questo processo. Una missione domenicana, inviata dal vescovo di Malacca si stabilì a Lifau nel 1641, nell’attuale distretto di Oecusse. Da quel momento il dominio portoghese si consolidò e durò fino al 1974, con una breve interruzione data dall’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale.

L’isola conobbe anche la presenza coloniale olandese, che arrivò nell’estremità sudoccidentale nel 1651 e iniziò gradualmente a penetrare nell’entroterra. Nel 1859, tramite un trattato tra Portogallo e Paesi Bassi, venne tracciato un confine tra il Timor portoghese (l’odierno Timor Est) e quello olandese (Timor Ovest o Barat, dal 1949 parte dell’Indonesia).

Nel corso del Novecento, tuttavia, il controllo coloniale si fece più fragile: le difficoltà economiche del Portogallo portarono a intensificare lo sfruttamento delle risorse locali, suscitando resistenze. Durante la Grande Depressione degli anni ‘30, la colonia fu percepita sempre più come un peso, ricevendo un sostegno limitato e una gestione spesso carente da parte della madrepatria.

Dopo la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo (1974), Timor Est si animò con la nascita dei primi partiti politici e il dibattito sull’indipendenza. Questo movimento culturale e politico portò rapidamente a una guerra civile, esplosa nel 1975. L’amministrazione coloniale portoghese, già fragile, abbandonò il territorio senza riuscire a ristabilire il controllo.

Nell’agosto dello stesso anno, il movimento di liberazione nazionale Fretilin (Frente Revolucionária do Timor-Leste Independente) proclamò unilateralmente l’indipendenza e pochi giorni dopo, l’Indonesia, temendo la nascita di uno Stato comunista nella regione, invase e occupò l’intera isola nonostante l’opposizione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che continuò a considerare Timor Est un territorio non autonomo amministrato dal Portogallo.

I 24 anni di occupazione indonesiana (1975-1999) furono segnati da una violenza diffusa e sistematica. Secondo le stime della Commissione per l’accoglienza, la verità e la riconciliazione, causò almeno 102 800 morti. Si registrano inoltre torture, violenze e schiavitù sessuale, massacri, carestie, esecuzioni arbitrarie e sottrazione di minori.

Un episodio clamoroso, che ha colpito anche a livello internazionale, è stato il massacro di Santa Cruz. Nel 1991 l’esercito indonesiano aprì il fuoco sul cimitero di Santa Cruz, a Dili, durante una cerimonia in onore di Sebastião Gomes, sostenitore dell’indipendenza ucciso dalle truppe indonesiane. Sono morte 271 persone.

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La tomba di Gomes e un dettaglio di una lapide che riporta le bandiere di Timor Est e del Fretilin. Foto: Dark Tourism

Anche la sfera religiosa è stata toccata dall’occupazione. I sistemi di credenze nativi di Timor Est e il sincretismo religioso non si adattavano al monoteismo costituzionale indonesiano, che ammette la libertà religiosa di chi crede in un Dio unico. Di conseguenza aumentarono le conversioni di massa al cristianesimo e, in aggiunta, parte del clero portoghese fu sostituito da ministri indonesiani e la messa in latino e portoghese fu sostituita dalla liturgia indonesiana.

Della libertà religiosa in Indonesia e del riconoscimento solo di alcuni culti ho scritto nel numero 7 di Senza Mulini.

Durante l’occupazione, il vescovo Carlos Ximenes Belo (accusato nel 2002 di abusi su minori) divenne uno dei più importanti difensori dei diritti umani a Timor Est e per questo ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1996 insieme a José Ramos-Horta, attuale presidente del Paese. Come Belo, religiose e religiosi cattolici si sono schierati per difendere la cittadinanza Est timorese dagli abusi militari.

Nei 24 anni dell’occupazione indonesiana, la Chiesa cattolica non è stata solo un punto di riferimento simbolico, ma anche uno spazio concreto di sopravvivenza per la popolazione. Le parrocchie hanno spesso rappresentato luoghi in cui incontrarsi, condividere informazioni, documentare le violazioni dei diritti umani, mantenere vive forme di solidarietà e promuovere una distinta identità Est timorese.

Nel 1999 un referendum sostenuto dalle Nazioni Unite per determinare il futuro di Timor Est si concluse con una schiacciante maggioranza a favore dell’indipendenza, che venne ottenuta nel 2002. L’occupazione indonesiana è stata riconosciuta da alcune istituzioni, tra cui l’Università di Oxford, come un genocidio.

Durante l’occupazione, nell’ottobre 1989, papa Giovanni Paolo II visitò il Paese pronunciandosi apertamente contro la violenza, pur senza nominare l’Indonesia. In quell’occasione esortò la popolazione a non rispondere all’odio con l’odio, ma a pregare per i propri nemici. Prima del viaggio, aveva chiarito che si trattava di una visita pastorale, priva di significato politico, e l’obiettivo era mantenere dei buoni rapporti con l’Indonesia, che ospita la più grande popolazione musulmana al mondo.

Tuttavia, i gesti compiuti durante la permanenza rivelarono una forte attenzione simbolica. All’arrivo non baciò il suolo, atto che riservava solitamente ai Paesi visitati per la prima volta, evitando così un gesto potenzialmente interpretabile come sostegno alla sovranità nazionale Est timorese. Durante la messa, però, si inginocchiò per baciare un crocifisso appoggiato a terra, su un cuscino. Questo gesto venne mostrato come una pratica consueta ma accolto con fervore e letto con un significato più ampio della comune prassi.

Vizita Papa João Paulo II lori esperansa ba Timoroan - TATOLI Agência  Noticiosa de Timor-Leste
Papa Giovanni II durante la messa nella spianata di Tasi Tolu a Dili, 1989

Timor Est ha assistito a un’altra visita papale: nel settembre 2024 papa Francesco è stato a Dili ed è stato accolto con grande entusiasmo. Accanto a questa euforia, però, sono emerse anche delle tensioni legate all’organizzazione dell’evento e al suo impatto.

Il governo ha stanziato oltre 400 mila dollari per la visita, finanziando il trasporto di migliaia di persone da tutto il Paese e la costruzione di nuove infrastrutture, compreso un grande altare per la celebrazione che è costato un milione di dollari. Allo stesso tempo, l’accesso alla messa non è risultato semplice per tutte le persone: era necessario registrarsi e non erano previste soluzioni adeguate per persone anziane o disabili.

Inoltre alcune aree della capitale sono state sgomberate per fare spazio agli eventi, con demolizioni di abitazioni e limitazioni alla circolazione. I venditori ambulanti sono stati allontanati dalle strade durante i giorni della visita, perdendo temporaneamente la propria fonte di reddito. Tutto questo ha alimentato un sentimento ambivalente: da un lato l’affetto per il papa, percepito come vicino alle persone più povere, dall’altro la frustrazione per misure che hanno colpito proprio chi vive ai margini.

Le istituzioni politiche ed ecclesiali hanno presentato la visita come un’occasione di pace e riconciliazione, ma molte persone hanno espresso richieste più concrete: maggiore attenzione alla qualità dell’istruzione, a servizi sanitari più efficaci in un Paese dove la malnutrizione infantile resta diffusa e all’agricoltura per affrontare l’insicurezza alimentare. Nonché una richiesta di giustizia e riparazione per il periodo dell’occupazione indonesiana.

Anche in questo caso, la visita ha assunto un peso che va oltre la dimensione religiosa: è diventata uno specchio delle disuguaglianze del Paese e delle aspettative che una parte della popolazione ripone ancora nella Chiesa come voce capace di incidere sulla realtà sociale.

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